Cotto e mangiato

COTTO E MANGIATO / LA RUBRICA DI GIOIA MORICI

IL LUPO, IL PELO E IL VIZIO

Oggi parleremo di una cosa fondamentale per il bene dell’umanità…ma che dico fondamentale, indispensabile…ma che dico indispensabile, vi-ta-le: LE CIABATTE. Siòre e siòri, le ciabatte non sono scarpette di serie B….noooo siòre e siòri.…non sono neanche banali accessori di servizio con cui si fa avantendrè per casa e nemmeno appendici scadenti indegne di attenzione…no-no-no. Chiamatele  babbucce, chiamatele pantofole, chiamatele pianelle oppure ciòce, ma loro, siòre e siòri, loro sono il ricovero per eccellenza dei nostri piedi, sono l’ostello sicuro cui affidiamo le fette dopo una lunga giornata di porche nonché madosche, sono la dimora cinigliosa dei nostri ditini (plurale maschile) sfiniti dalla quantità di chilometri fatti coi coglioni a strascigòne. Le ciabatte, siòre e siòri, ci accolgono, esse ci accarezzano, ci abbracciano, ci coccolano dopo ore di fregnacce del capufficio, dopo il muso indisponente della moglie cui niente batte paro, dopo le insofferenze dell’amante che, perdinda madòra, non se sa che madonna vòle. Ma vuoi mettere la soddisfazione, quando torni la sera stracco morto, de cavatte le calzature costrittive dove hai incamerato tutte le bastigne diurne e infilatte finalmente nella morbidezza suprema?? Vuoi mettere il gusto che ti straborda dalle viscere a strascinare stancamente le estremità per i corridoi della dimora?? Vuoi mettere la goduria orgiastica non appena che (“che” rafforzativo del concetto) il ditone nudo ti sfiora quel tripudio de bambagia? Che il còre te sospira “aaaah” e d’incanto il mondo attorno se cancella? Per non parlare, siòre e siòri, dei molteplici usi “esterni” al piede che ti può offrire una pantofola: 1) ci puoi acciaccare qualsivoglia insetto che ti importuna tra le mura domestiche 2) le puoi far rosicchiare al cane così che lui si trastulla e tu puoi guardare indisturbato la partita 3) ci puoi sculacciare a tempo il figlio piccolo per insegnargli la divisione in sillabe:  DE-VI-FA-BA-STA-SEN-NO-TE-MAZ-ZO. No, dico, adesso vi rendete conto della capitale importanza di questa calzatura chiamata volgarmente “ciabatta”?? Ecco quindi spiegato il motivo per cui, siòre e siòri, la babbuccia casalinga, nel 2017 dopo Cristo, costa un patrimonio. Una volta con 5 euro te ne accattavi due paia e ricevevi pure il commesso in omaggio. Adesso al supermercato (no, dico, al supermercato) 15 euro ti bastano a malapena per quella più economica. Se poi la vuoi chiccosetta, che so, con un boccò de tacco, un nastrino, ‘na perlina de lato, allora de euri gliene devi lascia’ almeno ‘na venticinquina. La salute ti fa difetto e ti serve la ciabatta sanitaria? Prepara il libretto degli assegni perché quella la mettono 100 euro all’etto come il tartufo. Brutta come la fame, tu la guardi e ti chiedi: ma potrà un sandalo ortopedico da donna con gli strappi modello San Francesco costare 90 euro? Ce sarà compresa la fisioterapia pe’ raddrizzatte i piedi, sennò non se spiega.  Beh, insomma, a capì che con la ciabatta ce se poteva fa ‘na barca de soldi non so’ stata solo io: dopo Fly Flot, Birkenstock, il dottor Scholl e mister Crocs, il signor Gucci una mattina s’è svegliato e ha esclamato: “Aho, ma io che so’ il più fregnone??”. E s’è inventato la zandulona fashion a 1.000 e rotti euro per tutte le occasioni: lavoro, seratina romantica, appuntamento mondano. Tratto distintivo della ciocia che non deve chiedere mai: IL PELO. Sì-sì, avete capito benissimo: Guccio Gucci ha messo pelo ovunque, a sbluso, a go-go, a catinelle, perché lui sa molto bene che tira più un pelo de marmotta che cento da pecora. Quindi ecco qua – per la donna “à la page”, la donna in carriera, la donna che fa tendenza – la pantofolona de zibellina! Ma ci pensi a quanto puoi sentirti figa ad andare a teatro con l’abito di gala e la babbuccetta de cricetona?? Se invece sei nana, hai bisogno di centimetri e non disdegni il look filo-olandese, allora puoi buttarti dritta-dritta sullo zoccolo. Sempre col pelo. Eh beh, una finezza. E che dire al donnino easy, il tipetto sciuè sciuè che si sente a suo agio solo co’ “nu ginz e ‘na magliett”? Beh, per lei c’è la ciabattona classica, bassa, tutto pelo e niente vizio. Per carità, a me sta bene tutto, se siete felici così, fate pure. Ma toglietemi una curiosità: che pelo ve mettete sui piedi? De lontra, de faina, de castoro? Perché il proverbio parla chiaro: fìdate della volpe e del tasso, ma non te fida’ della donna col procione basso.

(gioia.morici@qdmnotizie.it)

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COTTO E MANGIATO / LA RUBRICA DI GIOIA MORICI

DOVE C’È CASINO C’È CASA

Avrei voluto scrivere qualcosa per voi. Avrei tanto voluto. Ma sono stata posseduta dal demone della pulizia. Che magò: finiti i tempi in cui Mastrolindo era in carne e ossa. Beh, insomma, m’è partito l’embolo della signora Luisa (che comincia presto, finisce presto e di solito ava-come lava) e…niente…non me so’ più fermata. Ogni singolo istante degli ultimi sette giorni l’ho speso a riassettare, aggiustare, sbarazzare, schiumare, asciugare, spazzare, sistemare. Dagli abissi del garage alle sommità del terrazzo e ritorno. Quindi il tempo per voi eccolo: 10 minuti di conto dopo una doccia purificatrice dalla sugna domestica, all’undicesimo minuto riparto di slancio perché non je la fo più a fermamme…perciò quel che esce-esce, piàte su brodo e acini. Perché, quando la casalinga disperata che alberga in me dice “basta”, non ce n’è più per nessuno e qualunque sostanza di forma solida, liquida, gassosa, animale o aliena risieda sotto il mio tetto viene rimessa a lucido. C’è stato un momento –  sommersa da grascia, scopettoni, strofinacci e prodotti disinfettanti di ogni tipo – in cui volevo scrivere a quelli di Real Time per invitarli da me a registrare una puntata sui matti delle pulizie, quelli che sterilizzano anche il culo delle formiche volanti. L’avete mai visti? Praticamente mandano ‘sti nazisti dell’igiene a pulire nelle case degli accumulatori seriali di immondizia…quelli che non buttano niente, manco la carta della caramella scartata nel 1982, e nel tempo hanno trasformato la loro abitazione in una autentica discarica dove non riescono più nemmeno a trovare la tazza del cesso. Ecco, in una puntata così, io da che parte starei? Da quella dei luridi zozzoni o quella degli odiosi perfettini? Perché la verità è che alterno periodi di inettitudine totale in cui qualunque oggetto finisca sotto il divano è perso per sempre, ad altri in cui mi sento la reincarnazione di mia nonna che lavava e rilavava persino gli straccetti di plastica della cucina. Casa sua era sempre immacolata, tende lavate, finestre lucide, pavimenti brillanti. Tutti i cassetti perfettamente assettati. Ogni ninnolo nel suo sacchettino profumato col fiocchetto. Mai visto neanche un fazzoletto fuori posto a casa di mia nonna. Ecco, forse è questo che inconsciamente vorrei: avere il serafico, soave, istintivo senso di armonia  di mia nonna, la sua composta leggerezza, quella capacità di planare piano sulle cose e sistemarle con candore, grazia e semplicità. Mia nonna si districava coi fatti della vita con la stessa naturale familiarità con cui appendeva gli strofinacci alle persiane. Sapeva tenere in ordine il mondo fuori e il mondo dentro di lei. Io invece quando pulisco ho la foga di chi è colto da un raptus isterico e deve ribaltare l’intero universo per sovvertirne lo stato precostituito. Giù…fino all’ultima galassia conosciuta rivoluziono qualsiasi roba…e, se comincio, dopo un po’ non so più distinguere dove sia la fine e l’inizio…anzi, a un certo punto mi perdo proprio e non ricordo neanche chi sono, come mi chiamo, che diavolo sto facendo. Perché finisco anche io tra le eliche dell’aspirapolvere, risucchiata, tritata, decomposta, sigillata, sfarinata. Ecco, vedete, anche adesso, io non lo so dove andrò a parare…sto andando a ruota libera…nel frullatore delle idee…e c’è un Folletto immaginario all’orizzonte che tra poco mi farà evaporare da questa pagina. E allora…che volete che vi dica? Adesso faccio la lavatrice, stendo i panni, tolgo i piatti dalla lavastoviglie, sbatto il materasso…sì…insomma…finisco di sbrigare quelle due/tremila faccende che mi rimangono da sistemare nella mia santissima vita e vediamo che succede. Ah, s’intende: se volete venire a farmi compagnia, io sono contenta. Portate uno sgrassatore universale e vi sarà aperto. E, naturalmente, anche un cd di bella musica. Perché nel marasma generale  –  almeno di questo sono incrollabilmente certa –  la cosa migliore che si possa fare è…mettersi a ballare.

“Così come laviamo il nostro corpo dovremmo lavare il destino,  per quell’estraneo rispetto per noi stessi che giustamente si chiama pulizia” (Fernando Pessoa).

(gioia.morici@qdmnotizie.it)

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IL PISELLO NON È UNA VERDURA

Maschi, drizzate le orecchie, la notizia riguarda proprio voi. Il fagiolo nell’orto non vi cresce di un centimetro? L’usignolo canta sempre più svogliatamente? Il capitone delle feste è diventato un polipetto bollito? Niente paura: da oggi è disponibile in commercio la caramella per prestazioni ornitologiche marmoree. Eh già, il Viagra è storia vecchia. Adesso c’è la pasticchetta discreta nella sua pratica confezione mignon da portare comodamente in taschino. Pare una Zigulì, invece, all’occorrenza, te la ciucci e ti risveglia tutto il reparto ortofrutta dei piani bassi. Quale sarebbe la grande novità? Mentre con le vecchie pastiglie l’effetto Braccio di Ferro si faceva attendere anche una quarantina di minuti (col rischio che nel frattempo lei si era data alla macchia), questa “mentina dell’amore”, così l’hanno soprannominata, si scioglie subito in bocca e passa rapidamente all’azione. Praticamente dopo appena dieci minuti puoi darci dentro come un mandrillo in calore e, se ti avanza tempo, ci acciacchi pure qualche mandorlina. Inutile negarlo: i maschi ce l’hanno questa paura che le turbine restino ferme. Basta una piccola défaillance e rimangono svegli tutta la notte a pensare a come mai non gli funziona l’arnese: sarà stata la cena pesante? Il film dell’orrore? Il cane che ha pisciato sui gerani? Figuriamoci quando arriva l’inverno perenne con l’estinzione definitiva del tirannosauro. Certo che pensare a quanto ci tenete voi uomini a Jurassic Pork fa tanta tenerezza. Voglio dire: l’andropausa è una brutta bestia, lo capisco, e la affrontate come potete. C’è quello con più spirito di adattamento che il bigolo moscio lo usa come panno Swiffer per la macchina, quello che, invece, per distrarsi dal problema, si dà a uno sport di gruppo tipo il ciclismo domenicale su strada…e, sacrosantamente, quello che non si rassegna, l’Artù della marmottona che vuole infilare per sempre la spada nella roccia. Ecco, io questo cavaliere della foresta nera me lo immagino in una scena precisa: è al ristorante con una lei molto più giovane, quando, poco dopo l’ammazzacaffé, con nonchalance inizia a emettere ripetuti, forzati, spernacchianti colpi di tosse. “Uuuh…mamma mia bella…che brutta raucedine…fammi prendere una caramellina”. Quindi sfila dalla saccoccia quella che sembra una Ricola e invece è lei: la Golia del rondinotto. L’unico rischio è che la partner gli chieda: “Me ne dai una?”…perché lui sarebbe costretto a rispondere: “Eh no, minchia, non te la do, mangiati le tue!”, lei ci rimarrebbe di merda e addio esperanza d’escobar. Comunque c’è da starci attenti co’ ‘sta roba, non ci si può far trascinare dall’euforia suina, perché, come tutti i farmaci, ci sono effetti collaterali da non sottovalutare: intanto la mentina non va presa in piena estate perché la vasodilatazione si somma al caldo, si diventa paonazzi come un semaforo e si sfiora l’ebollizione. Traduzione: se ciufola solo d’inverno e a ferragosto tutti al mare. Poi bisogna evitare di mangiarci sopra cibi grassi perché riducono le potenzialità del medicinale del 30%. Traduzione: o te sbafi ‘na bella frittura mista de pesce o giochi a rubamazzo col missile. Per nessuna ragione al mondo vi venisse poi in mente di combinare le caramelle coi cerotti per il trattamento dell’angina, perché in quel caso si rischia addirittura il collasso. Traduzione: oltre al lampascione ti si irrigidisce tutto il resto e……FRAN, mòri, stecchito, caput. Ti infilano in una bella cassa di mogano e il ciupa-dance lo balli nell’aldilà. Capito? Ti si solleva l’ambaradan ma diventi una statua di gesso. Una ceramica di Capodimonte. Un Pinocchio a naso basso. Per carità, muori contento, però trapassare per un pelo di gnocca mi pare eccessivo. A questo punto la domanda nasce spontanea: io, femmina, morirei per la causa volatile? Voglio dire: la ingoierei una pasticca rosa per rinvigorire la cinciallegra? Tenterei il tutto per tutto anche in età avanzata pur di dar fiato alle trombe? Tra l’altro: cosa diavolo succederebbe se il Viagra lo assumessi io? Sì, insomma: se, domani, io, donna, mi piglio la “mentina dell’amore”, che effetto scateno? Mi si allungano i baffi della gattona? Comincio a parlare di Donnarumma e Buffon? La mattina c’ho l’alzabandiera delle tette? Beh, pensarmi “maschia” non è difficile: eccomi mentre non distinguo i vari usi degli asciugamani, mentre adopero il balsamo per capelli come bagnoschiuma, mentre non trovo i calzini se non chiedo dieci volte a chi vive con me, mentre chiamo il prete per l’estrema unzione se ho beccato l’influenza. Per carità, nulla di male, mi ci vedo alla grande con giacca e cravatta. Eppure non posso sfuggire da questa riflessione: se gli scienziati dedicassero la metà delle energie spese per la disfunzione del peperone allo studio del malfunzionamento cerebrale, non potrebbero inventare una pillola che il maschio la prende e per due ore ragiona con la testa anziché col pisello? Così tanto per provare.

(gioia.morici@qdmnotizie.it)

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DI SAN SETTIMIO E ALTRE PICCOLE COSE

A mio modesto parere, che peraltro condivido, c’è sempre un dirompente risvolto collaterale nelle cose che capitano e su quello bisogna puntare. Il bicchiere è mezzo vuoto? Accanto ci dev’essere la bottiglia. Ferie-mare-sole addio? Prova costume rimandata all’anno prossimo. L’estate è finita? Ci siamo tolti Despacito dalle palle. Quindi, dai, convinciamoci che tutto sommato l’autunno non è così male. Oggi è il 24 settembre e a Jesi camminiamo per le bancarelle della festa patronale: tra ombrelli, asciugamani e padelline antiaderenti, ecco i primi calzetti lunghi dopo mesi di zandule aperte. Apro una parentesi per un’urgente comunicazione di servizio: carissimi maschi dominanti, Adami senza costola, artigiani della qualità, sappiate che quando una donna vede un uomo con il fantasmino, il suo punto G emigra sotto i calcagni. Se poi, togliendovi i calzetti, avete dei piedi da cinghiale della Sila, allora il punto G diventa Z e tutto l’ecosistema ovarico interno si ricalibra su un alfabeto morse sottotitolato per i non udenti alla pagina 777 del televideo. Aho, i piedi so’ importanti anche per noi, mica solo per voi. Ci siete mai andati dall’estetista a farvi un pediluvio, una pedicure, un trattamento rigenerante alle ogne delle zampe posteriori?? Alzi la mano il maschio che con costanza e perizia si cura le fette da un professionista del settore. Ecco, nessuno, lo immaginavo. Cioè: noi…smalto ciliegia semipermanente su tacco dodici e voi…sandalo a strappo con micosi incarnita?? Poi dice che una se dà alla macchia! Comunque, su, non me fate incazza’ dopo dieci righe, che poi chi me legge dice che so’ la solita femminuccia esaurita, isterica e lamentosa…no no…per carità. Torniamo alle fiere (sì, a Jesi non è “la fiera” è “le fiere”, plurale, perché c’avemo l’imperatore e capimo un bel po’). Ahhh…San Settimio. La tradizione. Le fiere. La tombola. Eh già…la tombola. (Minuto di riflessione). Oh, a me la tombola m’ha proprio rotto i cojoni. Sì, lo so, non ho resistito, abbiate pazienza. Ma quella marsumaglia de gente che spigne…s’accalca…urla….oggettivamente: non se tollera più, dai. Come non bastasse, dopo n’ora che aspetti schiacciato come ‘na sardina, non fanno in tempo a sgaggià quei quattro numeri, che il solito culor…che il solito “fortunello” ha vinto. Aho: anni e anni, sempre lo stesso copione. Ma basta, cambiamo!…famo un rave, ‘na festa afro, chiamamo ‘na trentina de percussionisti brasiliani e scatenamo un mega carnevale del verdicchio dei castelli. Questa, sì, sarebbe una santificazione della festa come Dio comanda! Hai presente il sambodromo de Rio? Carri, chiappe nude, musica per strada per tre giorni de fila! Svecchiamo ‘sto mortorio! Damo aria al circondario! Coloriamo tutti i muri, case, vicoli e palazzi! Sempre a sta’ aggrappati come le scimmie alle stesse corde! E che madonna è?? Novità! Mutamento! Viva l’equinozio! A proposito di equinozio: lo sapevate che si rimane più incinte in questo periodo? Lo dico alle portatrici di tube di Falloppio che vogliono moltiplicare i pani e i pesci: sguinzagliate la marmotta, lucidate l’argenteria e, se è il caso, passate l’antiruggine. Che poi è un attimo che arriva l’inverno della roditrice, il Natale siderale dei follicoli castorini e bom: la tombola è fatta. Uuuh mamma…la tombola…il Natale…“Hai comprato i regali? Che fai a Capodanno? Anche a te e famiglia!”…no, m’arrendo, non je la posso fa’. La svolta collaterale delle cose oggi non la trovo. Eppure non chiedo tanto. Mi basterebbe la risposta a quei pochi basilari quesiti della vita: perché il piccione caga sul cofano sempre dopo che hai lavato la macchina? perché a Pasquetta piove? perché il carrello del supermercato va dove cazzo gli pare? perché appena esci dal dottore non ti ricordi più la posologia delle medicine allora leggi sul foglietto ma ti inculi alla grande perché sembra scritto da un sensitivo in trance? Perché quando ti chiamano e stavi dormendo continui a ripetere “no no…non stavo dormendo”? Ma soprattutto: al casello fai-da-te dell’autostrada, quale strana forza misteriosa – sebbene siamo adulti, vaccinati e assolutamente sobri – ci spinge a rispondere “Ciao” alla vocina registrata che ci dice “Grazie e arrivederci”??

Chi vivrà, vedrà (e io so’ miope).

(gioia.morici@qdmnotizie.it)

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AUTUMN IN JESI

Toc toc. Chi è? L’autunno. Eccolo qua: bombe d’acqua d’improvviso, quel freddino infingardo che te costringe alla canottiera, il cane del vicino che piscia frettoloso all’orizzonte…aah, quanto romanticismo nell’aria! Era estate fino a ieri, mi scolavo spritz ghiacciati al tramonto cullata dalle onde, adesso la mattina mi verrà a dare il buongiorno quel bel grigio-pirla stile risaia del Monviso sussurrandomi: “Vai…vai a lavorare, se ce la fai!” …quanto sei simpatico, umano e comprensivo, grigio-pirla che mi svegli la mattina. Ma sto resistendo, perché nelle mie vene scorre ancora qualche goccia di mare e perché il prossimo sarà un weekend lungo col ponte grazie alla festa del patrono. Certo, dopo il 22 settembre, tocca pensa’ seriamente al suicidio. Già vedo Halloween strizzarmi l’occhiolino in lontananza. “Dolcetto o scherzetto?” …“Eh?!”… “Dolcetto o scherzetto??”…Ma cosa vuoi da me, piccolo nano travestito da zombie, già sei brutto al naturale, pensa con la faccina pitturata da teschio. Ma perché non giochi alla playstation invece di disturbare la gente che cammina per strada? “Signora…signora…happy Halloween!”…Adesso ti faccio diventare davvero uno zombie e poi vediamo se mi chiami ancora “signora”! Ma si può far girare un figliolo in tunica nera con una falce in mano? Io mi immagino la scena: “Mamma-mamma voglio mascherarmi!” “Da cosa, tesoro?” “Da MORTE” “Va bene, amore di mamma”Voi non state bene, non state bene per niente. Sì, lo avete capito, la stagione delle castagne mi rende amabile e tollerante. Ho sempre un sorriso pronto per tutti: per te, vecchietto con la coppola che guidi la Panda a 20 chilometri orari in mezzo alla carreggiata…per te, cassiera con la prescia che mi lanci le vivande a razzo sul rullo…per te, postino con il casco giallo che mi citofoni alle 8 di sabato per portarmi l’avviso di scadenza della terza rata del condominio. Io vi amo, persone che componete i lunghi giorni grigio-pirla di questo autunno che incombe e lascerò che il mio buon umore scenda sui vostri volti silvani, sulle vostre mani ignude, sulla favola bella che ieri t’illuse, che oggi mi illude, oh Ermione. E piove, piove sul pineto, piove sul canneto, piove sulle porche madosche impestate, piove sui ciufoli sfranti. Vi prego, se anche voi un po’ mi amate, regalatemi una valigia piena di soldi e abbandonatemi su un atollo della Polinesia. Ecco, lettore bislacco della domenica col deretano incollato al divano, dopo queste righe un po’ così in cui sono passata dal cane che piscia ai ciufoli, se ti stai chiedendo: “Ma questa s’è svuotata un barattolo di psicofarmaci?”. La risposta è: “No, purtroppo niente droga”. Dico “purtroppo” perché la tentazione di farmi un fungo allucinogeno, lo ammetto, mi viene spesso. Ma questo delirio è tutta farina del mio sacco, modestamente. Per stordirmi solo metodi naturali. Ieri, ad esempio, mentre fuori pioveva che Dio la mandava, ho passato al setaccio Kiko, Acqua & Sapone e Tigotà. Lo shopping compulsivo di cosmetici mi dà un trip pazzesco. Perché in queste catene a buon mercato costa tutto poco e allora riempio buste e buste di roba e anche se prosciugo il conto corrente non mi sento affatto in colpa. In più parlare di trucchi con le commesse mi svuota la testa. Ma ci devo andare piano co’ sta fuffa cerebrale…aho, specie de ‘sti tempi per me è roba forte. Sempre ieri, infatti, nel reparto vegan, mentre la tipa mi descriveva le componenti vitaminiche della maschera bio-marina ristrutturante alla passiflora, sono caduta in catalessi. Il corpo era lì, tra lo shampoo anti-age e l’intimo lenitivo, ma lo spirito è volato via e la mente…aah, la mente…booh. Lei parlava e per un po’ ho fatto sì con la testa, poi le frasi hanno iniziato a galleggiare senza più arrivare alle orecchie, è piombato il vuoto e mi sono persa. In questo periodo a cavallo tra una stagione e l’altra sono così: rarefatta, falsamente perspicace e totalmente alla deriva…tipo Flavia Vento davanti a Zichichi che le spiega le origini dell’universo. Forse perché d’autunno si sta come sugli alberi le foglie…cioè: con una mano davanti, un Tigotà di dietro e un vecchietto con la Panda tra le palle. Ma domani è un altro giorno, diceva Rossella O’Hara mentre si spupazzava Clark Gable. E se l’ha data via col vento lei, chi siamo noi per non sbaruffarci un bel baffone?? Chi è contrario alla baruffa, chi francamente se ne infischia e chi si depila la baffona, parli ora o taccia per sempre. Signore pietà, Cristo pietà, amen.

(gioia.morici@qdmnotizie.it)

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MA NDO VAI SE LA MACCHIA NON CE L’HAI?

Ci sono andata vicina tanto così. Erano nelle mie mani. Le ho guardate a lungo, esaminate, ispezionate. Una tentazione sfrontata e scellerata. Un pensiero stupendo nato un poco strisciando qualche anno fa. Si potrebbe trattare di bisogno d’amore? Meglio non dire che ogni autunno tornano a galla. Io passeggio leggera, senza che la mia coscienza abbia il minimo sospetto che loro sono in agguato, svolto l’angolo e le vedo. Eccole, davanti ai miei occhi, le pupille si stringono a mettere a fuoco la preda, un rivolo di bava mi scende dai canini e una voce d’improvviso dal subconscio mi sussurra lasciva: Prendile…Prendile…E loro, in bella mostra dietro al vetro, ammiccano: LE SCARPE LEOPARDATE. Ebbene sì: sto parlando delle décolleté tacco a spillo dodici con le macchie di giaguaro sopra. Incredibile a dirsi, ma io, davanti al giaguaro, vacillo. Incredibile a dirsi perché il mio look da cosovara stanca la dice lunga su come la penso sullo stile Vie’ qua che te sgranfio tutto. Già, “la pantera” è un concetto che la mia mente non considera. Eppure, di fronte al cavallino leopardato, sono come Ulisse davanti alle sirene: il mio io fetish emerge dagli abissi femminei e alle mie ovaie, a mo’ di richiamo, giunge inconfondibile il ruggito di una tigre da Mompracem. Grrrrrrr. Eccolo il bandolo della matassa tentatoria: presentarmi una sera very aggressive, super trash e molto porc e lasciare tutti a bocca aperta. Infrangere gli schemi, deviare dalle sicurezze, liberare l’alter ego animale: questa è la grande sfida. La scarpa leopardata non è solo una scarpa. È un simbolo: di consapevolezza, di presa di potere, di coraggio. Perché ci vuole coraggio a girare con le macchie de leopardo sui piedi eeh. Ma quando sei una donna della macchia, aah, quando ti dai alla macchia…vuol dire che hai scatenato il selvatico che è in te e non ce n’è più per nessuno. Basta falsi pudori, convenevoli e inutili preliminari: LA CACCIA È APERTA. Liberamo la selvaggina. Sparamo ai tordi. Capisci l’antifona?? Capisci che quando una donna si mette le scarpe da panterona non vole sape’ un cazzo? Lo capisci, sì?? Perché entra’ in una stanza co’ lo scalpo de Simba sul ditone nooooon è la stessa cosa che entra’ co’ le zanduline! È chiarissimo chi è che comanda. Provateci, se sono in modalità Nanda Orfei, a rompermi i coglioni…dai…provateci su! E poi diciamola tutta: il leo’ fa zoccola tanto. Puoi indossare la tunica francescana, la tuta da ginnastica o lo scafandro, ma co’ la macchia giallo-nera e il tacco a spillo sei la tigre del ribaltabile, punto. E l’uomo, così, lo annienti. Il maschio, di fronte alla nuda, semplice, incommensurabile potenza della gnocca, non capisce più manco come se chiama. Va proprio nel pallone, gli si fulmina la retina, fa fatica a respirare, je vie’ le sudarelle, balbetta…un macello. Donne, voi non immaginate neanche che razza de potere c’ha la gheparda. Certo, a girà co’ certi messaggi scoparoli addosso, ce vòle disinvoltura. Ed è lì che io cado. Non ce l’ho ‘sta scioltezza. Vorrei tanto esse spudorata, sottolinea’ tutte le curve, sta’ dalla mattina alla sera co’ le sise de fori, ma la Romina Power anni ’80 che è in me prende il sopravvento. “Ma ndo vo co’ sto pelo siberiano addosso?…Tanto poi non me le metto…Scarpe col tacco ne ho fin troppe…Daje, Gioiè, lassa perde…”. E, puntualmente, desisto. Ma l’altro giorno ce so’ andata vicina tanto cooosì. Le ho infilate, ci ho fatto avanti e ‘ndrè nel negozio, mi sono rimirata il piedino per aria e avevo già la mano sul portafoglio. “Daje, che st’anno le compro”. La commessa che si sperticava in complimenti: “Sì, stupende, le più belle che abbiamo, le stanno da Dio…ottima scelta”. “Beh sì, belle sono belle…ma non so…”. “Sì-sì, le prenda, vedrà non se ne pentirà, è un genere che non passa mai di moda”. “Mi sembrano un po’ alte…”. “Noo…sono comodissime…queste le porta come una ciabatta!”. “Ah sì? E quanto vengono?”. “DUECENTOVENTINOVE EURO”. Qui metteteci la nota lunga e acuta del cardiofrequenzimetro quando vai a fa’ la tèra pel cece. Libera!…libera! No. Niente. Non ce l’ho fatta. Ora del decesso felino: 18,42. Alla faccia del ribaltabile. È proprio vero: “Porco cazzo” è un apostrofo rosa tra Quanto costano ‘ste scarpe?…e…Quanto un colpo che te fulmina. “Guardi, se me diceva 6-7mila euro, ‘ste ciabatte le piavo. Ma a scuoia’ ‘na tigre pe’ 3 piotte me pare proprio cattiveria”. Ce ‘rproo l’anno prossimo, raga’.

(gioia.morici@qdmnotizie.it)

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COTTO E MANGIATO / LA RUBRICA DI GIOIA MORICI

IO MONTO SU

Pronti, partenza…via: si ricomincia. Settembre non mente: l’estate sta finendo, la festa è finita, gli amici se ne vanno…tocca a drogasse sennò nojafamo. Se penso all’autunno, all’inverno, al freddo, al buio, al grigio, a Natale e Capodanno e tutte le porche madosche annesse e connesse, ecco che me sale la voja de levamme dai cojoni PRIMA DE SUBITO. Ah, nel dubbio ho già fatto un bel discorsetto a mia madre. Mia madre, ovvero la donna più ansiosa dell’est e dell’ovest, creatura per la quale il battito d’ali d’una farfalla in Uzbekistan può provocare un attacco di panico a casa nostra. Voi capite che, se partissi da un giorno all’altro senza il minimo preavviso, ci rimarrebbe stecchita. Siccome io mi conosco e so che, se innescano la miccia, poi esplodo all’istante come una bomba, allora, l’altro giorno, al telefono, ho messo le mani avanti.
“Mamma, se un giorno sparisco nel nulla, te sta’ serena che va tutto bè”.
“Ma che stai a di’??”.
“Ah ma’…se alzo il cariòlo, io parto, vo via”.
“Ma ndo vai?”.
“E che ne so…via”.
“Stai a scherza’…al solito tuo”.
“No-no…so’ seria. T’avviso perché sennò te preoccupi. Poi, se te preoccupi, me vie’ i sensi de colpa e non me godo manco la fuga. Quindi non t’allarma’: se non me vedi più, vol di’ che va tutto a gonfie vele, perché finalmente me so’ tolta dalle palle”.
“Ma perché me vòi fa’ agita’ de prima mattina??”.
“Stamme a senti’ un attimo, ragiona con me: non è che quando ‘na persona se roppe l’anima, è costretta a sta’ inchiodata per sempre ndo tribbola…giusto? Scusa tanto, eh, ma te, co’ tre fije, il lavoro e babbo che sfinisce a rotta de collo, non c’hai avuto mai voja de fa’ il tuo bel fagottino e…àndale?”.
“Embè…sci”.
“Ecco, allora, lo vedi che me capisci!”.
“Però n’idea de ndo vai, me la vorrai da’, cazzarola, que se lassa ‘na madre cuscì?”.
“Beh, se non me vedi più, i casi so’ due: o me trasferisco dall’altra parte del mondo…”.
“Ma dall’altra parte del mondo dove?? Perché proprio dall’altra parte del mondo??”.
“Se me levo dalle palle, ndo vo, a Castelbellì, che sta dietro l’angolo?? Girò un po’ più in là, no?”.
“Eh, va be’…ma tra Castelbellì e l’altra parte del mondo, ‘na via de mezzo non ce l’hai?”.
“No. O fo el botto o niente”.
“Ma dopo non torni più?”.
“Non credo”.
“Ma manco ‘na telefonata?”.
“Ah ma’…robba che la finanza me rintraccia la chiamata e me vie’ a pià perché non pago più l’Imu, la Tarsu, il canone Rai e compagnia bella…eppò magari finisco nte ‘na tribù de aborigeni…il telefono mica c’è nte la giungla!”.
“Uffa…ma manco un saluto a Natale?”.
“Cojò…io proprio il Natale volevo evità! Weh, famo a capicce: dal 23 dicembre al 6 gennaio io NON ESISTO, chiaro?”.
“E dopo la Befana?”.
“Esisto un tantì de più, ma non fa’ che me cerchi o chiami Chi l’ha visto, sennò fo un macello!”.
“Madonna quanto sei ‘gnorante! Un segno de vita lo potresti manda’…que te costa??”.
“Ma io parto proprio perché non vojo più contatti co’ ‘sta fetta de mondo, vojo ricomincia’ da capo nte n’isola sperduta del pianeta…e te, come appoggio el piede su la sabbia, me chiedi l’auguri de Natale…allora dillo che NON vòi che so’ felice!”.
“Va be’..va be’…ho capito. E l’altro caso?”.
“Eh?”.
“Hai detto che i casi in cui sparisci so’ due. Uno: perché fuggi dall’altra parte del mondo. E l’altro?”
“Ah, già. Beh l’altro…è che me rapiscono gli alieni”.
“Eeeh?!?”.
“Ho detto: l’altro è che me rapiscono gli alieni”.
“A te?”.
“Sci, a me. Perché, non po’ esse??”.
“Come no…”.
“Senti, c’è poco da ride. Se de punto in bianco non me vedi più e non ho preso manco un vestito, ‘na valigia, du’ soldi, lo spazzolì da denti…niente de niente…letteralmente scomparsa nel nulla…vuol di’ che è arrivata ‘na navicella spaziale sul balco’ de casa e m’ha portato via”.
“Uh Gesù Santo!”.
“Mamma, ascoltame bene: se me vie’ a pia’ l’alieni co’ la navicella, IO MONTO SU”.
Silenzio.
“Monto su, capito mamma? Afferrato? Inteso?? Memorizza bene ‘ste du’ parole: monto-su. Te sto avvisando per tempo, occhei?? Io salpo, decollo, scappo, evado, raus…salgo a bordo e chi s’è visto-s’è visto, io vado…in un’altra galassia, costellazione, dimensione…ndo me porta-me porta, non me ne frega nie’…io parto…te lo dico eeh…parto e me perdo per sempre nello spazio, in nuovi mondi, altre vite, nell’immensità dell’universo…pensa che figata…meteoriti…buchi neri…nebulose celesti…stelle sconosciute…va’ a sape’ ndo vo a fini’…magari in un punto luminoso senza spazio né tempo…senza materia…senza corpo…senza niente de niente…N-I-E-N-T-E, ma’….capisci??”.
Lunga pausa.
“Beh, ma quando arrivi, me la manderai ‘na cartolina…no?”.(gioia.morici@qdmnotizie.it)

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COTTO E MANGIATO / LA RUBRICA DI GIOIA MORICI

IL GELATO, LA BUSSOLA E LE FERIE

Il gelato d’estate è un sentimento d’amore. Io sono fortunata perché ho la gelateria sotto casa. Quindi ogni tanto infilo le infradito e scendo. Quello del gelato è un rito che ti porta altrove, nel regno zuccherino dei sogni, dove tutto va come deve andare, senza pensieri, senza rughe, senza gravità. Vorrei che questo paradiso dei sensi fosse il più abbondante possibile  e invece il padrone del vapore mi stabilisce la quantità esatta di gelato che posso ordinare: 3 euro = 4 gusti, 2.5 euro = 3 gusti, 2 euro = 2 gusti. Strozzinaggio puro. Una volta con 6mila lire ci compravi pure la gelateria, adesso c’hai il tassametro anche se le guardi le vaschette. Rimpiango i tempi della mia infanzia in cui la gelateria era popolata da gente buona e misericordiosa. Ma vi ricordate, quant’era bello? Eravamo lì, davanti al vetro, con gli occhi colmi di desiderio e potevamo dire qualunque cosa. Qualunque. “Dunque, vorrei…(gran respiro per prendere fiato)…fiordilatte, amarena, mandorla, fragola, crema, nocciola, stracciatella, cioccolato e…puffo” (il puffo, che non s’è capito mai con che cazzo è fatto, c’era sempre). Insomma, ci mettevi questo mondo e quell’altro su quel cono striminzito, ti fermavi solo perché i nomi di quello che era in vendita li avevi detti tutti e perché eri a un passo dal limite dello sgretolamento del biscotto. Lui, il cono, reggeva quel capoccione di roba a fatica, eppure ti strizzava l’occhiolino e sembrava dirti “Dai, ancora un altro gusto lo puoi dire…ce la faccio…”. E il gelataio, complice pure lui, faceva di tutto per accontentarti. Era buono, una volta, il gelataio, anche se lo avevi ridotto sul lastrico. Non diceva mai “basta”. Perché un tempo per fare il gelataio dovevi sentire la chiamata, come un missionario. Adesso l’unica missione che hanno è smaltire la fila il prima possibile: contano i secondi in cui stai davanti a loro, ti odiano già come ti presenti, perché sono esauriti, stanno tutto il giorno in mezzo al casino, non vedono l’ora che te ne vai a fanculo…figurati se puoi chiedergli un cucchiaino in più. E poi fanno certe domande che io, boh, li prederei a sberle. “La panna la vuole?”. Ma come sarebbe a dire “la panna la vuole”?! Che significa il gelato senza panna?? Il gelato senza panna è come una pomiciata senza lingua: NON ESISTE. Come puoi pensare che non voglia la panna? Ma ho la faccia di una che sta male? Sono entrata accompagnata dai barellieri del 118? Allora piglia una cazzuola da muratore e tirami addosso tutta la panna della Valtellina! Voglio panna come se piovesse: di sopra, di sotto, di lato e anche d’intorno. Dice: magari sei intollerante al lattosio. Eh sì, allora venivo a magnà il gelato! Dice: magari lo vuoi senza panna perché così è più dietetico. Sì, infatti con un dito de panna in meno me cala il culo, come no. Dice: ma c’è proprio gente a cui la panna non piace. Ma allora ammazzateve, che famo prima (e in coda semo pure de meno). Guardate, non è cattiveria, ma bisogna proprio ristabilire il giusto ordine delle cose nella vita. Non si può andare avanti così. Qui si sta perdendo la bussola, il mondo va al contrario, io non ce la faccio più…quindi vi saluto e me ne vado. Parto per Sidney dove aprirò una gelateria low-cost con panna gratis per tutti spalmabile in ogni dove. Ci risentiamo (se torno) a settembre, d’accordo? “Ma come…a settembre??”. Aho…ma che la domenica in spiaggia ce volete andà solo voi?? Su, fate i bravi e sparpagliatevi in ferie. Dato che siete indisciplinati ma io a voi ci tengo, vi lascio questi COMPITI PER LE VACANZE:

  • NON postate su facebook la cronistoria delle vostre gite in Val di Cazza che non ce ne frega una emerita cippa
  • al mare c’è gente che vuole riposare quindi NON URLATE, porca impestata ladra
  • smettetela di usare le frasi di Paulo Coelho sotto le foto con il costume schiacciato nel CULO
  • fatevela finita de favve i selfie delle cosce, dei piedi, delle pocce, dei bicchieri de spritz al tramonto: piate il sole, fate il bagno, ‘mbriagateve e NON ROMPETE I COGLIONI
  • bombarsi il capo-animazione del villaggio Valtur significa che state strisciando verso la canna del gas: ASTENETEVI o, nella peggiore delle ipotesi, trombate con i vostri mariti che fate più bella figura

Mi sono accorta che ho iniziato soft e ho finito molto strong…ma fa caldo, qui si sta meglio, la sabbia è più bianca stasera, tu dimmi che sei proprio vera: gelato al cioccolato dolce e un po’ salato, tu gelato al cioccolato. OCCHEI???

(gioia.morici@qdmnotizie.it)

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COTTO E MANGIATO / LA RUBRICA DI GIOIA MORICI

HO LASCIATO UN CAMMINO DI DISTRUZIONE DIETRO DI ME

Tutto ciò non è frutto di fantasia ma è stato estrapolato da domande di impiego realmente inviate:

1. Richiedo un salario commiserato con la mia vasta esperienza.
2. Ho imparato Word Perfect 6.0 ed altri programmi come figli di calcolo.
3. Ho ricevuto una tacca come Venditore dell’Anno.
4. Interamente responsabile per il fallimento di due istituzioni finanziarie.
5. Bocciato all’esame per magistrato con voti relativamente alti.
6. Consiglio al datore di lavoro di non farmi lavorare con altre persone.
7. Incontriamoci, così potrai meravigliarti della mia esperienza.
8. Mi farai diventare il tuo Super-Mega Boss in pochissimo tempo.
9. Sono un perfezzionista e raramente anzi anzi quasi mai dimentico i dettagli.
10. Lavoravo per mia madre, finché non ha deciso di trasferirsi.
11. Stato civile: Nubile. Non sposata. Non fidanzata. Senza relazioni sentimentali. Senza impegni futuri.
12. Sono diventato completamente paranoide, non credo in niente e nessuno.
13. Il mio obiettivo è diventare meteorologo, ma poiché non ho un titolo di studio in quel settore, credo che posso anche provare a diventare agente di borsa.
14. Interessi personali: Donare il sangue. Finora ne ho donati 50 litri.
15. Ho rivestito un ruolo essenziale nel rovinare un’intera operazione per l’acquisto di una catena di negozi.
16. Si prega di non interpretare male il fatto che ho cambiato 14 lavori. Non ho mai dato le dimissioni da un lavoro.
17. Sposata: spesso. Bambini: svariati.
18. Ragione per la quale si è lasciata l’ultima occupazione: insistevano che tutti gli impiegati andassero al lavoro alle 8:45 ogni mattina. Non potevo lavorare sotto quelle condizioni.
19. La ditta ha fatto di me un capro espiatorio, proprio come i miei tre precedenti datori di lavoro.
20. Sono risultato ottavo in un esame al quale hanno partecipato dieci candidati.
21. Possibili referenze: Nessuna. Ho lasciato un cammino di distruzione dietro di me.
22. Lingue conosciute: Inglese; ho frequentato corsi FOOL immersion di livello avanzato.
23. Sono disintegrato da un mese.
24. Vi scrivo senza occhiali perché non li trovo più, scusate i ceroglifici.
25. Vi scrivo questa unica missiva in questo frangente in cui trovami.
26. Vorrei diventare un manager con la ‘A’ maiuscola .
27. La Vostra offerta mi inebria.

Queste frasi invece sono tratte da vere valutazioni sul rendimento di lavoro:

“Dall’ ultimo mio rapporto, questo impiegato ha raggiunto il fondo e ha cominciato a scavare”.
“Io non permetterei a questo impiegato di riprodursi”.
“Questo socio non è tanto un ex-possibilità, ma proprio una possibilità inesistente”.
“Lavora bene quando viene tenuto costantemente sotto osservazione e messo con le spalle al muro come un topo in trappola”.
“Dire che ha una intelligenza profonda è come dire che una pozzanghera in un parcheggio è un abisso”.
“Questa giovane ha delle manie di adeguatezza”.
“Si pone delle mete molto facili da raggiungere e poi regolarmente non riesce a raggiungerle”.
“Questo impiegato sta privando, da qualche parte, un villaggio del suo idiota”.
“Questo impiegato dovrebbe andare lontano . E prima ci va, meglio è”.

Stato civile dichiarato nel curriculum:

– Annullato dalla Sacra Ruota
– Coniata
– Divorato
– Inguaiato
– Italiano
– Matrimonio in vista
– Mollato
– Nobile
-Bisex

Che lavoro fai?
Sono ingegnere del suono, mi occupo del comparto acustico e della sonorizzazione di grandi eventi.
Sei quello che dice “1, 2, 3 prova”?
Sì.

(gioia.morici@qdmnotizie.it)

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COTTO E MANGIATO / LA RUBRICA DI GIOIA MORICI

L’ARCA DI NOÈ

Ore 5.40: mi sveglio di soprassalto. Dove sono? Come mi chiamo? Perché non spegnete ‘sto forno? Vado in bagno, per poco non do una capocciata sulla porta. Cazzo chiudo sempre le porte?? Trovo la tazza…la centro…niente non è. Ma siamo sicuri che sono sulla Terra? Torno barcollando in camera, mi butto a peso morto sul letto, fisso il soffitto. Sono un pezzo di zattera alla deriva sul lenzuolo del Famila. Cerco di tornare tra le braccia di Morfeo, lo chiamo, non viene. Mi affido ai piani superiori: Signore, dammi le pecorelle da contare…mandami tante pecorelle…che il mondo sia pieno di pecore…pecore grandi ma soprattutto pecore piccole…che la pecora sia con noi, amen. Sipario. Svengo in un sonno profondo. Non so dove mi teletrasporto…passa un tempo che pare eterno eppure è meno di niente. Ore 8.26 riapro di nuovo gli occhi. Dove sono? Come mi chiamo? Sono un pollo con le patate intorno? Perché non spegnete ‘sto forno? Mi alzo di scatto, vado per inerzia, non so neanche che sto facendo, trascino i piedi in cucina…Caffè, caffè…implora un neurone sudato. Zitto…non parlare…non si parla la mattina… è maleducazione. Prendo la moka, la svito, la lavo, apro il barattolo del caffè: nooo…è finitooo…Signore onnipotente, perdona questa tua figlia, perché non sa quello che fa. E niente, mi tocca scendere al bar. Allora, Gioia, calma…una cosa alla volta…ce la puoi fare. Intanto, vestiti. Eh, si fa presto a dire “vestiti”. Dove sono le braccia? E le gambe?? E i vestiti??? Vedo un copricostume nero, lo indosso, mi specchio. Ma dove cazzo vado? Ok, ci metto qualcosa sotto. Infilo una canottiera al volo che non ci azzecca una cippa. Mi specchio. Mi schiferebbe anche il marocchino della Coop. Cambiare subito look. Maxi maglia e leggins? Mi pare di ricordare di averne un paio. Sono nel primo cassetto? No. Nel secondo cassetto? No. Allora nell’armadio. Tiro fuori e butto tutto per aria…niente. Di leggins neanche l’ombra. Di questo passo farò colazione a mezzogiorno. Adesso basta, la prima cosa che vedo, la metto e arrivederci. Eccomi: maglietta nera con orlo scucito classe 1984, pantalone palazzo con spighe di grano stilizzate, ciabatte di plastica blu elettrico. Gioiè, almeno le scarpe, su…ma, cazzarola, ho il bar sotto casa, avrò il diritto di andarci con le ciabatte, no?? Per la faccia naturalmente non c’è niente da fare: inforco i maxi occhiali bordeaux, che la mascherano quasi tutta, senza, ahimé, arrivare a coprire quelle sette righe del cuscino che mi solcano la mandibola sinistra come cerchi nel grano. E i capelli? Questo elastico sgommato che li tira su alla meno peggio andrà benissimo. Oplà…Misery non deve morire per servirla. Dai, ma scendo per un caffè, ci sto due minuti, co’ ‘sto caldo c’è l’emigrazione di massa in spiaggia, chi vuoi che mi veda?? Prendo le chiavi, chiudo la porta, ascensore, strada, bar, bancone del bar…uno, due, tre…ed ecco…IL MONDO. A ondate regolari tutti (e dico tutti)  gli abitanti della Terra che ho incrociato in vita mia salgono sull’Arca di Noè: conoscenti, amici, parenti, amici dei parenti, nemici di amici apparentati, ex fidanzati regolari, amanti resettati, colleghi del posto di lavoro, mega direttori galattici del posto di lavoro, gente di mare che se ne va, due piccoli serpenti, un’aquila reale, i due liocorni e pure…Brad Pitt. “Oh, ciao Brad, come stai?”. “Eh, Dio non peggio”. “Come mai da ‘ste parti?”. “Ma, passavo di qua per caso…”. “Brad, da Los Angeles a Jesi per caso?”. “Aho, la meringa de Bardi, è sempre la meringa de Bardi”. “Questo è vero. E la pora Angelina?”. “Lassa perde. Come cazzo c’ho pensato a ‘nfrociamme co’ quella??”. “Ah, quando te fissi, non te schioda manco el Bambinello”. “Certo che con te era tutta n’altra storia”. “Cojò, ammò no ‘rcomincià eh…Senti, io bisogna che fo colazio’ che me se gira la zocca”. “Ce mancherebbe…dai…offro io, que piji?”. “Ma lassa sta’…”. “E perché mai? Me fa piacere! Cappuccio e sandwich come ai vecchi tempi?”. “Vedo che la memoria non te fa difetto”. “Dalla cintola in su ancora me funziona nigò. Capo, un cappuccio, un sandwich e per me un succo alla pera, ma non del frigo, me raccomanno”. “Sì tutto paccatroni, po’ bei la pera calda come le creature…non te vergogni?”. “Scindò me vie’ la colite. Oh, mettemoce a sede, dai, chiacchieramo”. “Ah Brè…non te offende…ma io già ho discorso troppo…non je la fo più a parla’…cel sai, no? a me la madìna me basta l’aria del dipanatore pe’ famme gì a cappello…abbi pazienza: tira via a damme ‘sto cappuccì eppò famo el gioco de Baglioni, occhei??”.  E Brad Pitt muuuuto.

Legge del bar: quando esci de casa brutta come ‘na coccia de fava, incontrerai tutti ma proprio tutti, inclusi: Lady Oscar, Sandy Marton, Antonello Cuccureddu, la Regina Elisabetta, Braccobaldo Bau, l’Omo Ragno, Pavel Tonkov, Sotomayor, il nano di Twin Peaks, ObiWan Kenobi, il dottor Spock e Jimmy Fontana.

Legge della pressione bassa: puoi anche essere Brad Pitt, ma de prima mattina non devi caca’ er cazzo.

(gioia.morici@qdmnotizie.it)

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