Sotto e Logge

SOTTO ‘E LOGGE il Palio di Sant’Eleuterio

10465637_10203776226477306_1357024129_oEleuterio: un nome purtroppo desueto di un Santo Vescovo e Papa, uno dei primi successori di San Pietro (se non vado errato il tredicesimo in ordine di successione al soglio pontificio) di cui si conosce ben poco sia della vita che delle opere compiute a favore della nascente Chiesa Cattolica.
Si sa per certo che morì martire e che fu un protettore dei poveri e dei diseredati che trovarono nella sua chiesa conforto ed asilo.
La nostra gente da sempre l’ha venerato ed eletto a protettore delle proprie case e dei propri campi, da sempre l’ha invocato nel momento del bisogno confidando nella grazia di un suo interessamento presso il Signore per l’accoglimento dei desiderata più vari, sia nel campo della salute che in quello delle messi.
Da qualche anno oramai si è ripresa la consuetudine di celebrare la festa del suo martirio con la celebrazione di un palio a cui prendono parte le contrade del paese.
Agguerrite, ma sempre di meno, le contrade si affrontano in sfide che coprono tutto l’arco della giornata festiva e che coinvolgono anche i figuranti, gli sbandieratori della vicina città di Jesi , la banda cittadina “Niccolò Bonanni” (illustre maestro di cappella dell’arcipretura di San Leonardo di Cupramontana dove operò, compose inni sacri e si dedicò all’insegnamento della musica, arte in cui eccelleva, fra gli altri a Gaspare Spuntini di notissima fama e chiarissima memoria.
Nel ripescaggio delle memorie del palio si cerca di coinvolgere anche i più giovani, con prove per lo più goliardiche che servono a far innamorare di nuovo anche i più giovani a questo tipo di manifestazione che hanno lo scopo di tramandare la memoria di quello che fu, in tempi ormai andati, un fiorente paese della Vallesina, ricco di tradizioni e fiero della sua storia millenaria.
Compatibilmente con i capricci del tempo tutte le manifestazioni si svolgeranno all’aperto ed in piazza, compreso l’atto10317224_10203776228917367_336028059_o finale della premiazione accolta con manifestazioni di giubilo dai vincitori e con mugugni e propositi di rivincita da parte degli sconfitti ma in una manifestazione come questa, semplice e spontanea, non esistono sconfitti: tutti prendono parte alle varie tenzoni con spirito goliardico ed amichevole, improntato soltanto ad onorare la memoria del Santo Patrono, troppo spesso dimenticato dai più.
Oggi, si cerca di riportare negli animi la gioia e l’orgoglio dell’appartenenza ai vari rioni ma i tempi sono cambiati, i rioni si sono spopolati od addirittura scomparsi per cambiamenti demografici ed economici di trasferimenti con caratteristiche di vere e proprie migrazioni ed allora non sempre è possibile mettere in piedi una compagine valida; questo fa si che di anno in anno si riduca sempre più il numero delle contrade e dei rioni disposti a lottare per il possesso dell’ambito drappo.
I momenti più salienti della manifestazione verranno messi in risalto dalla nostra banda cittadina che,speriamo, sia incurante del calore del sole che ne accompagnerà le belle e sentite esibizioni.
Il popolo tutto, gaudente per la vittoria del proprio rione od amareggiata per una ingiusta sconfitta( come al solito) troverà modo di unire i propri strepiti, strilli, schiamazzi, ( ma sani) nella piazza interna del maschio del paese dove, ad opera dei commerciati cuprensi verranno serviti abbondanti e succulenti piatti di penne all’arrabbiata, panini con salsiccia ben saporita od altre leccornia del genere il tutto innaffiato da ottimo e fresco verdicchio che servirà (qual’ora ce ne fosse bisogno) o a rinfrescare o ad accendere gli animi di tutti, facinorosi o semplici curiosi!
A tutti i partecipanti al Palio di Sant’ Eleuterio noi di “Quelli del Massaccio” auguriamo una giornata serena e gioiosa, nella speranza che vincano tutti e soprattutto la gioia di stare insieme in pace ed in allegria!
(Pietro Anderlucci)

FOTOGALLERY

SOTTO ‘E LOGGE – IL CONVENTO DEI FRATI MINORI DI CUPRAMONTANA

 

Gentilezza, disponibilità, fraternità scelte come stile di vita: questo, e scusate se è poco, è quello che rimane attaccato addosso dopo una visita fatta alla Romita di Cupramontana.

Cercavo notizie sul convento ed assieme alla dovizia di particolari sulla sua storia mi è stata propinata una bella, bellissima lezione di vita.

Gente che smette di fare le proprie faccende, fossero anche semplici preghiere, per dare ascolto ad un emerito sconosciuto che viene a cercare notizie che magari avrebbe potuto trovare presso la biblioteca del paese, non credo ce ne siano molte, eppure per fortuna ho superato la mia naturale ritrosia e mi sono recato alla fonte principale di queste notizie, dai frati stessi.

Se non lo avessi fatto avrei perso la possibilità di conoscere quel candore, quella sensazione di calore che ho percepito nella mia ,purtroppo, breve visita alla Romita.

Convento dei Frati Minori di Cupramontana - la meridiana

Una boccata di aria buona e pulita è quella che ho respirato, sia pur brevemente, nella penombra fresca del romitorio nel silenzio ovattato così perfettamente in sintonia con i colori caldi dei mattoni cotti, con gli sguardi severi e solenni ad un tempo dei frati che hanno vissuto la loro fraternità fra gocce d’acqua stillata dalla roccia e i mille fiori della carità.

Sentivo parlare con naturalezza dei miracoli così facilmente accettati da cuori aperti alla loro accoglienza  in virtù di una purezza di spirito che più non conoscevo e mi meravigliavo del fatto che sarei rimasto lì per ore ad ascoltare le parole pacate ed a volte emozionate, con cui padre Antonio mi enunciava fatti lontani nel tempo resi vicini dalle immagini che artisti  più o meno capaci hanno cercato di raccontare con la loro arte.

Sentivo parlare di tesoro della fede, quello vero, quello che sa di camino acceso con la famiglia attorno, sonnacchiosa magari ma intenta a giaculare litanie propedeutiche ad una serena notte.

Guardandomi attorno riassaporavo  la gioia di quei santi così presi dalla gloria del cielo da perdere il contatto con la terra che hanno già lasciato con gli occhi, costantemente rivolti all’alto.

Quanto è suggestivo e quanto aiuta a compiere balzi verso l’alto, questo ambiente così raccolto, così semplice da prendere quasi per mano, dove si cammina fra gente santa a cui puoi dare confidenza  perché magari è gente che ha conosciuto i tuoi antenati con la quale gli stessi hanno pregato assieme e cantato le lodi al Signore.

Convento dei Frati Minori di Cupramontana - la ChiesaTutto è reso più vivo, più vero e più vicino; il tempo si contrae e con un piccolo sforzo della mente ti ritrovi  a camminare per i boschi che un volta circondavano il monastero, magari in compagnia di un santo monaco alla cui esperienza affidare la tua salute dell’anima e del corpo.

È dal 1300 che queste terre respirano la santità e custodiscono le sacre ossa e gli insegnamenti dei nostri santi: San Giovanni da Massaccio, San Giacomo della Marca, predicatore indefesso e fustigatore dei Fraticelli eretici per ordine del papa Martino V,

il Beato Giovanni Righi da Fabriano, raffigurato su di una bella tela mentre contempla i cieli aperti dal nostro concittadino e valente artista Elia Bonci.

Le sue spoglie vengono venerate sotto l’altare del Crocifisso dopo che , nel 1794, viene inaugurata la nuova chiesa.

Il convento ed il suo campanile hanno subito nel corso degli anni le modifiche e gli adeguamenti previsti dalle leggi vigenti (gli Editti Napoleonici) su tutti la scomparsa della sepoltura all’interno degli edifici sacri a favore per lo più delle famiglie più abbienti.Convento dei Frati Minori di Cupramontana - la cappellina del Beato Giovanni Righi

Attualmente il convento è affidato alle amorevoli cure di tre confratelli Michele oggi sostituito da Pier Paolo, Danilo ed Antonio che hanno saputo far rinascere (e con vigore) l’attenzione popolare per questo sacro luogo dimostrando attaccamento allo stesso  ed una santissima carità per i fedeli che hanno ricambiato con una presenza assidua alle funzioni religiose collaborando anche in maniera fattiva alla gestione del sacro convento ed alle sue tradizionali feste.

Credo di poter dire che sia facile, estremamente facile innamorarsi di questo luogo dell’anima che merita una visita da parte di tutti i cuprensi che amano le proprie radici.

 

Tratto da “Quelli del Massaccio” del  23 Settembre del 2014

 

SOTTO ‘ E LOGGE – IL BEATO ANGELO

In uno dei luoghi più suggestivi del territorio di Cupramontana si celebra ogni anno l’anniversario del martirio del Beato Angelo avvenuto nel 1429 nella selva che circondava il priorato, nei pressi di una cappellina rupestre.
Quest’anno i festeggiamenti si protrarranno per tre giorni , 8-9-10 Maggio ed avranno un calendario ricchissimo di eventi: Pesca di beneficenza, Stand gastronomici con bevande e panini, Processione e celebrazione religiosa sul luogo del martirio, Cantamaggio per le ve del paese Cena, Gara di briscola con ricchi premi, Gioco dello Spaccalegna fra le contrade paesane, Rottura delle brocche, 48, Scoccetta can uova sode, Ruota della Fortuna , stornellatori e giocolieri e tanta, tanta allegria (se il tempo lo permetterà).
Universalmente conosciuta dai Cuprensi come l’Abazzia del Beatangelo, la chiesa di Santa Maria in Serra ha superato ormai i mille anni di vita, riempiendosi di storia gloriosa e di leggende e facendo sempre parte della storia di Cupramontana.
Contesa nell’antichità fra le tre diocesi che nei suoi pressi hanno i confini cioè Osimo, Camerino e Jesi, oggi sembra definitivamente far parte del territorio amministrato dalla Curia Vescovile di Jesi.
Nel tempo ha subito le vicissitudini dell’evoluzione della chiesa monastica: priorato dapprima soggetto al potere dai Conti di Rovellone che lo hanno sostenuto e difeso, signoria dei Simonetti di Jesi all’epoca tardo medioevo, fucina di sapere e di fervore religioso ai tempi di Giovanni da Capistrano e Giacomo della Marca, predicatori indomiti e castigatori di eretici.
Luogo ascetico e pieno di fascino, dalle sue mura color biscotto traspaiono pace, santità, cultura religiosa.
Non si può rimanere indifferenti al suo fascino e sembra quasi che le antiche pietre parlino, cantino i salmi dei camaldolesi che la curarono, la frequentarono e la resero feconda con l’opera e l’esempio.
Luogo di preghiera per i molti che la frequentarono nei secoli e di raccoglimento per quanti vi cercarono il ristoro di una vita pacifica e di contemplazione, trovando cultura ed un anelito di pace celeste.
Per mille anni Santa Maria in Serra ha offerto i suoi preziosi silenzi ai tanti che le si sono accostati con fede, ai tanti che nel suo chiostro hanno trovato lo slancio necessario per elevarsi fino a guardare il cielo, lo stesso che contemplava il Beato Angelo Urbani che si lasciava affascinare dalle visioni celesti fino ad arrivare al martirio che gli giunse per la mano violenta di eretici, i Fraticelli nemici dichiarati del Papato.
Luogo dell’anima, cantato da illustri poeti come il Luigi Bartolini continua ancora oggi ad affascinare per l’eleganza delle sue forme, la semplicità delle sue linee architettoniche riguadagnate da un recente restauro e per quel suo stare in disparte quasi a proteggere il paese di cui ha sempre fatto parte, ma una parte discreta.
Ne ha sempre raccolto le confidenze più intime perché ha saputo stimolare la parte più recondita degli animi di quanti hanno ad essa rivolto i propri passi , fra questi Vincenzo Capogrossi che ne ha voluto raccontare le vicende storiche nel suo splendido libro “La Badia e la Contrada” dato alle stampe nel giugno 1979 ed illustrato con le foto in bianco e nero di Eriberto Beltrani , perfettamente in tema con il soggetto trattato dalla pubblicazione.
Recentemente anche la Collana “La Pieve” ha voluto annoverare fra le sue opere editate un testo in cui le immagini sapientemente la fanno da padrone, sono quelle del nostro conterraneo Vincenzo Mollaretti che ha saputo cogliere l’anima del luogo in una serie di immagini notevolissime e guidate non soltanto dal mestiere, c’è indubbiamente sentimento in questi scatti che fanno da compendio all’opera “L’Abbazia di Santa Maria in Serra o del Beato Angelo”stesa da Don Maurizio Fileni.
Il sottotitolo perfettamente azzeccato recita . “Un luogo benedetto da Dio”

(Pietro Anderlucci)

FOTOGALLERY

SOTTO ‘E LOGGE – I° MAGGIO FESTA DEI LAVORATORI

I°maggioPrimo Maggio, festa dei lavoratori; solitamente il sole la accompagna ed apre i cuori alle speranze di un futuro prosperoso e migliore.

Solitamente, ma non sempre perché oggi il futuro non sorride, è gramo di buone aspettative ed i padri non riesco a guardare i figli con gli occhi carichi di speranza; oggi il lavoro scarseggia e per domani le prospettive non sono certo ottimistiche.
C’è di che rimpiangere quelle giornate di festa ancora presenti nella memoria, quelle note della banda tanto attese per le vie del paese che noi bambini od adolescenti seguivamo quasi a dar corpo alla favola del pifferaio magico, fino a quando l’istruito di turno ci parlava della conquista dei lavoratori e dei loro sindacati!
Ma il primo maggio, non aveva colori o almeno si cercava di dimenticare la connotazione politica di tale festa ed insieme, tutti insieme, ci si accingeva a celebrare in sana allegria la festa dei lavoratori.
Grandi scampagnate favorite dalla clemenza del tempo, famiglie accanto a famiglie, cariche ognuna dei propri cesti con tanto di tovaglie candide da sciorinare sui prati in un crescendo di allegria e di piacere di stare assieme.I°maggio2
Ci si salutava tutti, dal primo incontro del mattino, convinti dal sole che ci riscaldava e dava con le sue note di luce e tepore una sensazione di benessere che era per tutti, vecchi e bambini, ricchi o poveracci; tutti si potevano permettere in questo giorno di guardarsi attorno e di scegliersi magari una compagna di giochi, magari quella più desiderata alla quale pensavamo da sempre ma che non avremmo mai osato avvicinare.
Fino a quando questa irraggiungibile dea non ci salutava magari con un ciao confidenziale ed un sorriso degno dei migliori sogni che immancabilmente scatenava le nostre più ardue fantasie..
Giochi, lazzi, motti di scherno e ritornelli riempivano l’aria di suoni gradevoli fino alla sera
mai tanto così detestata per la sua invadenza.
Ricordo le scampagnate verso i frati bianchi fatte con i compagni di scuola, le discese canore verso Fonte Capriola ed i suoi prati accoglienti come grembi morbidi, ricordo lo struggersi del cuore per un’occhiata veloce e furtiva da parte di qualche bocca tanto sognata e desiderata, ricordo le angurie messe a rinfrescare nell’acqua corrente dell’antica fonte, il crosciare delle fette abbondanti nell’aprirsi, ricordo le more che adornavano le fratte in attesa di essere raccolte e divorate dai più golosi senza nemmeno essere risciacquate dalla polvere.
Ricordo infine gli ingenui girotondi fatti per avere la scusa di tenere una mano calda fra le tue; tutto si mischiava ad una cert’ora, tutto diventava amabile ed inebriante perché bevuto con la coppa del cuore!
Primo Maggio, serti di fiori fra i capelli, stornelli cantati a voce schietta, solitudini spesso vinte sul far della sera mentre si rientra alle proprie case sfogando i propri malumori su di un innocente sasso.
Giorni fatti di poesia, quasi tutti i Primo Maggio passati, giorni che si ricordano volentieri anche se a volte pieni di rimpianto per una stagione del cuore che non tornerà più,
giorni di pingiuova raccolti in piccoli mazzi da far poi bollire per estrarne il colore,
giorni in cui si può ancora credere alle favole e da raccontare ai bambini con gli occhi un po’ lucidi di commozione. I°maggio1
I più benestanti riuscivano a trascorrere la festa alle pendici del San Vicino raggiunte a bordo di una Topolino o di una Giardinetta ma la maggior parte della gente si muoveva a bordo del cavallo di San Francesco e si accontentava di mete molto più a portata di …piede,
ed allora eccoli tutti all’Abbazia del Beato Angelo, alla Macchia del Turco sempre un po’ misteriosa, ai Frati neri, la carissima Romita imbrattata ad altezza d’uomo di scritte inneggianti agli amori giovanili, al tifo calcistico o a qualche passione politica;
i più avventurosi si spingevano, attraverso scorciatoie nascoste da erbe altissime, fino alle rovine del convento dei frati bianchi già all’epoca ferito da vandali predatori, da dove il vecchio cancello color cinabro era stato divelto dalle piogge dilavanti ma molto più verosimilmente da barbari desiderosi soltanto di un cimelio strano, a San Marco, a San Michele, alla fonte antica della Capriola che da tempi immemorabili provvede generosamente a dissetarci ed a sciacquare i nostri panni.
Come non rimpiangere queste feste fatte di ingenuità e di passioni, costruite quasi per perdere l’ingenuità della fanciullezza rimasta impigliata fra i rovi?
(Pietro Anderlucci)

SOTTO ‘E LOGGE – LE PARROCCHIE A CUPRAMONTANA

Da sempre, almeno che mi ricordi io, il paese è stato diviso in due parrocchie; una più grande e popolosa, quella di San Leonardo e l’altra più scarsa di anime, quella di San Lorenzo.

La prima era amministrata e lo è tutt’ora dal titolare dell’Arcipretura, la seconda dipendeva e dipende dal Priorato di San Lorenzo che amministra anche i beni dalla chiesa di San Salvatore di Poggio Cupro che fino a pochi anni fa aveva un suo titolare indipendente a tutti gli effetti dal priore.
Per la mancanza di vocazioni si è sempre a rischio di perdere una delle due parrocchie storiche ma fino ad oggi questo pericolo è stato scongiurato e speriamo che lo sia anche per il futuro.
La vita spirituale delle due parrocchie è stata sempre congiunta, insieme hanno celebrato i momenti forti della nostra religione, insieme hanno fatto gite ed organizzato celebrazioni, infiorate e processioni ed a volte anche cresime e comunioni.
Insieme hanno seguito la formazione spirituale dei giovani parrocchiani con i campi scuola dell’Azione Cattolica, dei gruppi Scout e dei gruppi cantori che nei decenni si sono susseguiti con alterne fortune ma tutti animati da tanta buona volontà.
Provo a ricordare i nomi dei preti che si sono succeduti negli anni non garantendo però l’ordine di successione esatto né la loro appartenenza all’una o all’altra parrocchia.
L’elencazione è puramente mnemonica e quindi soggetta ad inesattezze.
Per imponenza e perché cercava di far diventare prete ogni chierichetto, mi sento di citare Don Attilio Cavalletti, Arciprete per lunghissimi anni di San Leonardo; se non ricordo male
collaboravano con lui Don Luigi Vita, Don Oliviero Paladini, Don Riccardo Ceccarelli (fino alla sua rinuncia ad voti).
Nel Priorato invece ricordo Don Ulderico Fazi, Don Adolfo Gagliardini (confessore prediletto dai giovani perché parco nell’assegnare le penitenze!) Don Nazareno Mantovani
amato per la sua prodigalità, per qualche tempo Don Fabio Belelli (?) vero trascinatore per i giovani, Don Maurizio Fileni, filantropo a cui il mondo culturale Cuprense e non solo deve moltissimo.
Da ultimo il testimone, sicuramente pesante, è stato raccolto, a San Lorenzo, da Don Giovanni Rossi e a San Leonardo da Don Giovanni Ferracci.
L’impressione che la gente di Cupra ha è quella che questi nostri prelati collaborino attivamente e fruttuosamente, senza invasione di campo.
Ad essi, attuali tutori della fede cuprense un augurio di buon santo lavoro da tutta la comunità!
(Pietro Anderlucci)

FOTOGALLERY

SOTTO ‘E LOGGE – LA COMPAGNIA DELLA BUONA MORTE.

venerdi3Fin dal lontano 1578 esisteva in Cupramontana la “Compagnia delle buona morte”alla quale si affiancheranno in tempi successivi quella dei Pii operai e quella del Santissimo Sacramento, tutte con finalità caritative e di assistenza ai bisognosi.

Quella che tutt’ora dura è proprio quella della buona morte che nei tempi passati si accollava l’onere di provvedere alle onoranze funebri delle famiglie bisognose; cambiando i tempi, successivamente si è presa cura soprattutto della processione del “Cristo Morto” organizzando tutto l’evento, dal corteo alla deposizione di Nostro Signore.
Gli affiliati a questa confraternita seguivano l’evento completamente vestiti di nero ed incappucciati.
Con passo solenne e lento accompagnavano l’enorme croce sostenuta , se non ricordo male, da Montese alias Barboni con l’ausilio di due tiranti che collaboravano a mantenere l’equilibrio sempre precario.
La croce nel suo lento incedere incombeva su tutto il corteo e lo sovrastava di almeno quattro metri; dietro, a debita distanza, seguivano i chierichetti, una volta tanto seri, ai quali era affidato il compito di reggere i simboli della sacra rappresentazione: la spada brandita da S. Pietro con l’orecchio del servo dei sacerdoti, la colonna sporca del sangue del signore, la corona irta di spine, la frusta, il gallo variopinto, i chiodi con il martello, la scala, la lancia, la tunica scarlatta; da ultimo, esangue, veniva il corpo del Signore ricoperto da pietosi veli che non nascondevano lo strazio di quel povero corpo martoriato.
Lontano di qualche passo, in gramaglie e con gli occhi bassi, seguiva la Madonna addolorata che accompagnava il figlio nell’ultimo viaggio fino all’interno della chiesa di San Leonardo dove il rito si concludeva mestamente con apposite preghiere.venerdi1
Gli addetti della compagnia della buona morte, componevano il corpo del signore realisticamente adagiato e vinto dalla morte e lo affidavano ai fedeli che con un gesto di pietà e di affetto lo salutavano con una carezza e non ancora soddisfatti volendo prolungare quasi il contatto con il povero Cristo cercavano di appropriarsi di un pezzo della fettuccia che aveva assicurato la stabilità dell’effige durante la processione.
Questo pezzetto di cotone veniva conservato come una vera e propria reliquia fino all’avvento della prossima processione all’interno dei portafogli ed era reputato miracoloso rimedio ai mali di testa.
Questo rito un po’ pagano rimane in auge fino ai giorni nostri.
Nelle principali chiese del paese il Giovedì Santo erano allestiti I Sepolcri,
rievocazione dell’orto degli ulivi, con veglie di preghiera guidate spesso dai fedeli stessi.
Tutto in questo periodo richiamava la morte di Nostro Signore, dai paramenti dei sacerdoti al tacere delle campane che venivano sostituite dalle battistangole, rudimentali strumenti musicali agitate dai chierichetti all’inizio delle vie per segnalare l’inizio delle celebrazioni liturgiche. Chi sa da quale parte, polveroso e dimenticato, si troverà ora tutto il materiale che un tempo rendeva vivo e così realistico l’evento della morte del Cristo.venerdi2

Ricordo il contesto, i pingiovi blu, le ciambelle coperte di glassa e codette multicolori che,se ci avete fatto caso, richiamano la forma della corona di Gesù,
la pizza di formaggio e i maritozzi che si scioglievano in bocca,ricordo le mie Pasque passate in casa con mia madre felice ed accalorata, le vacanze sempre troppo brevi ed il debito dei compiti da fare.
“Sotto le logge” sta prendendo una brutta piega perciò vi saluto con tanti sinceri auguri prima di cedere allo sconforto!
Buona Pasqua a tutti i lettori!

 

(Pietro Anderlucci)

SOTTO ‘E LOGGE – CUPRAMONTANA: 50° ANNIVERSARIO FONDAZIONE CIRCOLO CITTADINO

loggeEro in cerca di qualche notizia che mi permettesse di stilare un articolo decente riguardo a questa ricorrenza del cinquantesimo anniversario di fondazione del circolo cittadino di Cupramontana e finalmente mi sono imbattuto nella disponibilità di tempo e nella gentilezza di un suo consigliere, Francolini Alessandro che è riuscito a soddisfare appieno tutte le mie curiosità.

Mi ha fatto da guida nei decorosissimi locali occupati attualmente dal circolo e mi ha illustrato quali siano al presente le iniziative messe in atto per rispondere a quella che fu la volontà dei soci fondatori nel lontano 27 marzo 1965 e cioè quella di favorire una sana ricreazione ed un giusto modo di organizzare il tempo libero ai soci.circolo2
Al momento questi ammontano a circa 160 la cui vita associativa è regolata da uno statuto che ne assicura la validità giuridica; i soci fondatori facenti parte del primo consiglio di amministrazione furono: Federici Giorgio (Presidente), Cola Riccardo (vicepresidente), Benigni Felice, Federici Ferruccio, Anibaldi Dario, Sassaroli Angelo ed Uncini Ezio (consiglieri).
In una ideale staffetta ne hanno raccolto l’eredità del buon fare l’attuale C.d.A. formato dai sig.ri Andrea Pierangeli (Presidente), Aldo Masè (vicepresidente), Lorenzo Morici (segretario) ed in qualità di consiglieri Pietro Bonci, Luca Stronati, Juri Rossi ed Alessandro Francolini. Questi, con il loro operato e la loro politica cercano di garantire l’esistenza in vita del Circolo mettendo in atto una politica che funzioni da richiamo per quanti più giovani possibile, sia col programmare attività ludiche specifiche sia nel prevedere tessere ad un costo stracciato.circolo4
Vengono organizzate serate a tema, tornei di carte e di biliardo, serate danzanti e non ultima, anzi un’iniziativa su cui ho avuto l’impressione che il C.d.A. attuale conti molto, una fattiva collaborazione con l’associazione scacchisti cuprensi, un’associazione in forte crescita che ha la possibilità di usufruire degli spazi necessari ad organizzare tornei ed incontri.
Nel novero delle collaborazioni con le altre attività culturali e sportive che operano in paese c’è anche quella con l’associazione sportiva “G. Ippoliti” inerente in particolare il mondo del calcio.circolo3
Per il prossimo futuro non si esclude la condivisione di eventi con la pesca sportiva, la ruzzola ed il gruppo bocciofilo nonché con la Pallavolo.
In conclusione, il consiglio di amministrazione in carica non si preclude nessuna collaborazione anzi auspica che sia per quanto riguarda il modo culturale cuprense che quello ludico ci sia sempre più compenetrazione attiva e costruttiva.circolo7
Il C.d.A. ha organizzato per celebrare l’evento del cinquantesimo di fondazione, un incontro presso i locali del circolo per il giorno 28 marzo alle ore 18, incontro al quale sono caldamente invitati tutti i presidenti delle tante associazioni esistenti a Cupra, l’Amministrazione comunale, la Fondazione della Cassa di Risparmio, la Veneto Banca e naturalmente tutti i soci vecchi e nuovi.circolo5
Il programma prevede il seguente svolgimento:
ore 18 – Proiezione di un filmato con ricordi dei soci fondatori,
ore 18,30 – premiazione dei soci fondatori con targa ricordo.
Ore 19 – relazione delle attività attuali e prospettive di crescita.
Ore 19,30 – aperitivo a buffet offerto dal circolo a tutti i presenti.
Ore 20,30 – cena al ristorante Gina di Cupramontana.
Questa Testata, vivendo e respirando la stessa aria di Cupra, auspica che la manifestazione sia coronata da grande successo e plaude al fatto che il Circolo Cittadino non abbia preclusioni ad aprirsi a fattive collaborazioni culturali.circolo6
Tantissimi auguri al Circolo da parte di “Quelli del Massaccio” e buon futuro lavoro al Consiglio d’Amministrazione.

(Pietro Anderlucci)circolo8

SOTTO ‘E LOGGE – LE FILANDARE

Eccole lì, le “filandare”, accostate l’una all’altra, con la fatica che le rende tutte uguali, tutte somiglianti perché dietro gli sguardi seri e falsamente sereni, indovini che i pensieri ed il cuore sono rivolti alla famiglia, ai figli che sono rimasti spesso in balia di se stessi in casa, in una casa spesso troppo fredda che la stufa od il camino si sono mangiati l’ultimo ciocco di legna e bisognerà rinnovare la scorta che la stagione è lunga e per cucinare la legna serve sempre, per scaldare l’acqua e lavarsi nella tinozza o per il ranno.

Nella fotografia che ho sotto gli occhi sono tutte vicine con un pensiero che si indovina comune: la famiglia che ognuna di loro ha lasciato nel nido; immagine pascoliana per gente che difficilmente conosce il poeta Pascoli.
Che donne le nostre donne, pronte a sacrificarsi per i figli ed i mariti, pronte a tuffare le mani nell’acqua bollita per pescare i bandoli dei bozzoli di seta da avvolgere nei rocchettoni
mentre ad ogni immersione il dolore acuto si rinnova e si somma a quello non ancora scomparso del tutto del giorno precedente.
Mani gonfie, dita come salsicciotti che riescono però a conservare la sensibilità per fare una carezza ai figli od ai mariti esigenti.
Chiocce per vocazione ma indifese verso le faine che insidiano il loro pollaio; grandi donne unite nella loro immensa dignità dalla consapevolezza che nel gioco della vita a loro è toccato il ruolo più difficile: quello di donna tutrice della famiglia.
E gli uomini, i loro uomini?
Sono solamente in grado di “depredarle” della misera paga che tanto sudore e dolore è loro costata per correre all’osteria dove miracolosamente il sudore si trasforma in vino!
Economicamente importanti per l’economia di Cupra erano le due filande esistenti in paese perché occupavano un notevole numero di operai ed aiutavano una economia non certamente florida e legata soprattutto all’agricoltura; una era situata nell’omonimo vicolo
all’inizio di via Roma ed era di proprietà di Achille Umani, impiegava all’incirca 70 dipendenti ed era fornita di 55 caldaie per la scottatura dei bozzoli e l’altra di proprietà di Sisto Giovanetti, all’incirca delle stesse dimensioni era situata in fondo a via Matteotti.
La prima cessò la sua attività intorno al 1940 mentre la seconda fu fatta saltare in aria insieme all’ammasso del grano il 21 giugno del 1944 dai tedeschi in ritirata.
C’è da dire che l’industria della seta coinvolgeva non soltanto le filandaie vere e proprie ma anche gli allevatori dei bachi da seta con la raccolta delle foglie di gelso e l’allevamento vero e proprio dei filugelli che venivano accuditi con cura soprattutto dai ragazzi nelle case di campagna che provvedevano alla selezione degli individui più deboli ed alla cura delle lettiere ed all’allestimento dei castelli ( sturì) dove i bachi si ritiravano per costruire il loro bozzolo prezioso..
La foglia fresca veniva rinnovata spesso e venivano eliminati anche i bruchi che erano rimasti indietro con la crescita e non godevano della salute necessaria per costruire il prezioso bozzolo. Quando alla fine della crescita i bachi venivano raccolti, era una vera e propria festa per tutta la famiglia e con gioia si consegnavano le ceste ricolme dei bozzoli dorati agli addette delle filande.
(Pietro Anderlucci)

SOTTO ‘ E LOGGE “LA FESTA DELLA DONNA”

logge8 Marzo, Festa della Donna. E allora se celebrassimo anche noi cuprensi le nostre donne?

A ben pensarci ne abbiamo di notevoli che meritano un giusto posto nella memoria collettiva del paese; basta pensare solamente alle nostre educatrici, le nostre maestre che ci hanno preso in consegna da mocciosi e ci hanno riconsegnato alla società più sfrontati e più maturi.
Se facciamo un piccolo sforzo di memoria riusciamo anche a ricordare il tono delle loro voci quando ci inculcavano i primi rudimenti del sapere, un’impresa niente affatto facile vista la quasi impermeabilità delle nostre teste, tutte protese
ai giochi e ad altri interessi!
Quanti nomi vengono alla mente, ognuno con la sua peculiarità: la maestra Annibaldi, alta e seriosa, la severa maestra Elia Fazi, ed ancora la maestra Lina Federici, la Maestra Tosella nota per la disciplina che riusciva ad ottenere, la maestra Gara, la maestra Merina, la maestra Cecilia Tesei che limitava gli orizzonti dei suoi allievi spesso confinandoli dietro alla lavagna e tante altre che al momento mi sfuggono ma che sicuramente torneranno in mente a chi legge magari in virtù di qualche meritata “tiratina d’orecchie”.
Come non ricordare, per i frequentatori dell’asilo delle “monniche”, madre Fernanda, madre Leopoldina e suor Carmelita dalla splendida voce? Sempre nell’ambito delle suore ma di un altro ordine non vi suona familiare il nome di suor Stella e quello di suor Genoveffa? Veri angeli di pietà si sono prodigate nel nostro Ospedale, coadiuvando il Dott. Luzzi in corsia, al pronto soccorso od in sala operatoria con consumata perizia.
Quando si fa un elenco di nomi, si rischia quasi sempre di dimenticarne qualcuno ed allora è meglio andare per categorie: le filandaie , costrette a turni massacranti di lavoro senza essere sgravate dal peso della famiglia , costrette a stare per ore ed ore con le mani immerse nell’acqua bollente per sfilare i bozzoli, fino ad avere le pelle quasi lessata e piagata; le corriere,che con il loro minimo commercio riuscivano a garantire la sopravvivenza della famiglia.
Viaggiavano in treno durante la notte con il loro baule di legno carico di provviste da scambiare nella capitale con famiglie, gestori di ristoranti e trattorie. Portavano il loro eccessivo carico di pollami, conigli, olio, vino, formaggi, insaccati, con la dedizione perché dal loro smercio dipendeva spesso la sopravvivenza dell’intera famiglia che gravava sulle loro non sempre robuste spalle.
E non tornavano di certo scariche perché portavano a casa pane secco e vestiti vecchi da rammendare e da rendere ancora decorosi addosso ai figlioli. Erano sempre pezze al culo ma portate con orgoglio, esibite senza vergogna perché le sapienti mani della madre le aveva ricucite.Ed il riposo? Se erano fortunate riuscivano a rubare qualche momento di sonno sui duri sedili di terza classe del treno Roma-Ancona che pietosamente nel suo andare sferragliante le cullava quasi con amore e rispetto.
Solitamente questo era un mestiere a cui si dedicavano per lo più gli uomini perché era facile ritrovarsi derubati dello scarso e sudato guadagno ma le nostre donne ottimisticamente accettavano il rischio.
Una canutissima Checca “de u Mulinaru” mi ha raccontato il disagio e lo stress di questi viaggi che non finivano mai perché erano sempre pronti a ricominciare il giorno dopo.
Chi si ricorda di Nena “a fabbrianesa” che girava tutte il paese, periferia compresa, con la sua carriola piatta carica di pesce la cui freschezza e bontà declamava a gran voce fino a ritrovarsi con la voce roca la sera?
E Marì de Borchiò la ricordate? I suoi pesci fritti nell’olio non proprio limpido perché usato più volte avevano un profumo ed un sapore ineguagliabili (o era l’appetito e renderli unici!) e la sua bancarella era la prima ad esaurire la merce perché pubblicizzata dal profumo che olezzava in cielo come un incenso stuzzicando gli appetiti.
I più grandi di voi facciano mente locale al loggiato comunale di qualche decennio fa : ecco un’altra figura notevole di donne nostrane, “a Peperina” con la sua bancherella fatata essa governava sulle fave e becche, sulla liquirizia in spirali, in bastoncini ed in radice oppure in scatolette rotonde indiscrete ad ogni movimento. Caldarroste e carrube completavano la ricca (ai nostri occhi) mercanzia che proponeva per pochi soldi.
Accanto e queste figure note a tutto il paese, non possiamo dimenticare le spose dei nostri emigranti, che nonostante i sacrifici dei loro congiunti espatriati si adattavano ad una vita grama e ricca soltanto di stenti e sacrifici per tesaurizzare quel poco che essi potevano permettersi di far arrivare a casa.
Quante figure di donna potremmo e dovremmo festeggiare noi cuprensi, tantissime e con orgoglio, sicuramente in ogni casa!
Buon 8 Marzo a tutte le donne di Cupra specialmente a quelle che sicuramente ho dimenticato di citare!
(Pietro Anderlucci)

SOTTO ‘E LOGGE

asilo7Quando Cupra Montana era ancora Massaccio era presente nel paese un Teatro detto “Concordia”, un bel teatro con tanto di palchetti e poltrone confortevoli

che sorgeva sopra il vecchio Palazzo dei Priori, l’attuale Casa della Dottrina Cristiana,
era dotato di tre ordini di palchi per un totale di 32 ed era considerato, per le attività che ci si volgevano, il cuore culturale del paese, un cuore pulsante a pieno ritmo nonostante l’arretratezza del paese, da sempre entusiasta delle rappresentazioni teatrali.
Maggiori notizie più dettagliate sul teatro Concordia, possono essere reperite sul testo pubblicato dalla collana “LA PIEVE” nel 1996 intitolato “ Il teatro a Cupramontana” e scritto a quattro mani dal Dottor Riccardo Ceccarelli e dal Sig. Delfo Dottori
Anche oggi la gente ha conservato per il teatro una vera e propria passione, al punto che negli anni si sono susseguite numerose compagnie teatrali locali che oltre ad esibirsi nel Teatro Concordia, non hanno disdegnato l’esibirsi anche nei paesi limitrofi.
Sia che si chiamasse Massaccio sia che si chiamasse Cupra Montana, come si evince scorrendole pagine della storia suddetta, qualsiasi rappresentazione ha sempre ottenuto un lusinghiero successo di pubblico; drammi commedie brillanti, teatro dialettale hanno da sempre suscitato un forte richiamo sui cuprensi che magari utilizzavano le vicende rappresentate per uscire, immedesimandosi nei vari personaggi, dalle preoccupazioni quotidiane.asilo3
È questo poi lo scopo che si prefigge chi fa teatro sia come autore che come attore: quello di educare le persone a dare il meglio, a cogliere gli insegnamenti della vita, ad interagire con gli altri.
Cupra ed il teatro hanno sempre avuto un buon rapporto anche se magari saltuario nel tempo per i danni subiti dalla storia, dall’incuria degli uomini e dagli insulti derivanti dal menefreghismo degli stessi; si sono sempre cercati e riconosciuti e rimangono sempre come amanti sospesi nel tempo meravigliati magari del fatto di esistere ancora e di portarsi reciprocamente nel cuore.
(Pietro Anderlucci)