JESI / ANDREA PAPINI, COME IN UNO SPECCHIO

JESI, 14 ottobre 2016 – Consumano la terra le ombre. E’ l’ultima installazione artistica di Andrea Papini all’U Garage di Mirko Stortoni, una visione impattante sullo spettatore e sulla città. Papini, 32 anni, è un figlio del Mediterraneo che il mare ha lasciato ad un percorso artistico iniziato con i nomadi per l’Italia.

Con loro, precisa, impara a usare quegli attrezzi che, poi, gli serviranno per dare corpo alle immagini. Ma il nomadismo rimane come concetto di mezzi artistici e teatrali, è fisico e concettuale, un modo per utilizzare ogni forma artistica. Forse anche per questo il luogo nelle sue opere è così importante, più è denso di significati più il processo di destrutturazione/ricomposizione ne fa la scena asimbolica dell’uomo.papini2

Per me l’arte è un viaggio verso l’ignoto – dice – verso una dimensione sconosciuta, non è un repertorio dove uno prende o dove si riconosce in quel mondo e, quindi, lì si consola”.

“E’ disegnare la realtà alla quale siamo stati consegnati prima dell’insorgere della coscienza. E’ un segno precedente, un pre concetto. Non si tratta di una ricerca culturale ma di onde emotive. Non ci sono un repertorio, una tradizione. Ma una necessità”.

Le ombre, cosa sono le ombre? “Le creature viventi – spiega – che calpestano la terra e la consumano, senza coscienza. E lasciano, naturalmente, un segno…”.

Nelle opere di Papini chi guarda è protagonista perché “deve immergersi in esse come in un percorso obbligato, circondato volontariamente dall’opera. Il fatto non è casuale, la drammaturgia dell’immagine nuda lo prevede. Quindi è come se entrasse dentro l’immagine”.

Si inizia da una immagine che appare, dalla quale vieni fulminato, colpito. E questo succede quasi sempre quando stai pensando ad altro. Questa, poi, viene trasmessa e cerco di presentarla”.

papini3Quello che Papini vuol significare e ciò che noi vediamo sono parti di una stessa sensazione: “ E’ come uno specchio – dice – che viene rotto ogni volta che qualcuno decide di creare qualcosa, di leggere qualcosa”.

Per quanto possa risultare straniante confrontarsi con le installazioni di questo artista  l’iconografia di riferimento affonda le sue radici in una “classicità codificata”, in Giotto, in Signorelli, Antonello da Messina, Pisano, Caravaggio, Piero della Francesca “ma anche nella letteratura russa, in special modo Dostoewsij e i testi dei vangeli perché hanno una versatilità impressionante. E Collodi”.

“Chi è venuto a Jesi si è trovato intorno, immerso in un luogo dove ci sono simboli riconoscibili o che dovrebbero essere riconoscibili. Questi simboli sono fatti riposare: nell’opera Consumanolaterraleombre il video, la parte animale all’interno di uno spazio, le due porte che ho lavorato per circa un anno recuperate in un luogo d’abbandono. Sono la materia, il corpo vivo dell’immagine. Questo impatto fa sì che davanti a noi non ci sia un idolo pietrificato, un canone, ma una sensazione indefinita”.papini7

Papini ritorna a esporre a Jesi domani, sabato 15 ottobre, nella cappella barocca di San Bernardo, in via Valle, alle ore 18.00, accanto al museo Studio per le arti della stampa, con una nuova opera: “Silenzio”.

“Un’immagine che scende dal cielo verso la terra”, anticipa.  Anche in questo caso il visitatore sarà introdotto dentro uno spazio celestialea contatto con il suolo, la terra, un simbolo”.

Papini è pienamente consapevole che da questa terra, tra cielo e mare, sta nascendo qualcosa di nuovo: un monito, una visione, un linguaggio? Vedremo.

(p.n.)

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