il parere dell’esperto

BENESSERE / IL FERRO, COMPONENTE ESSENZIALE

Un nostro spazio quotidiano affidato ad esperti di settore. La rubrica “Il parere dell’esperto” si interesserà di Fiscalità, Medicina, Psicologia, Giurisprudenza, Osteopatia e Nutrizione.

 

Chiara Picardi, Biologa Nutrizionista

 

 

 

IL FERRO, COMPONENTE ESSENZIALE

Il ferro è un componente essenziale di numerose proteine (emoglobina, mioglobina) e per il funzionamento di molti enzimi. L’anemia da carenza di ferro è molto diffusa nella popolazione mondiale, indipendentemente dal tipo di dieta, colpisce circa 500 milioni di persone pari al 12-12% della popolazione mondiale.
Categorie a rischio di carenza di ferro sono i bambini, gli adolescenti durante la pubertà, le donne in età fertile, le donne in gravidanza e post-partum, le donne in post-menopausa in terapia ormonale sostitutiva, gli atleti e donatori di sangue.
I fabbisogni metabolici per il ferro variano per età e sesso e condizioni fisiologiche, per i maschi adulti normopeso (> 18 anni) il fabbisogno di ferro è di 10mg/ die (giorno), per le donne normopeso in età fertile (18-49 anni) dai 12 ai 18 mg/ die che si abbassa per le donne in post-menopausa a 10.
Il Ferro negli alimenti è presente in due diverse forme: il ferro eme e ferro non-eme che presentano diverso grado di assorbimento intestinale. Il ferro non-eme rappresenta la totalità del ferro presente negli alimenti di origine vegetale e nel latte e suoi derivati e il 60% del totale degli alimenti di origine animale, il suo assorbimento varia dal 2-20%. Il ferro-eme rappresenta circa il 40% del ferro totale presente nella carne e nel pesce ed è più facilmente assorbibile (assorbibile fino al 20%).
Le principali fonti di assunzione della dieta nella popolazione italiana sono rappresentate dai gruppi “cereali e derivati” (31%), carne e derivati (17%) e “verdura e ortaggi” (14%), quindi non come comunemente si pensa aumentando l’assorbimento di carne e derivati che comporta indirettamente un abuso di alimenti ricchi in proteine e grassi saturi.
Possiamo aumentare l’assorbimento del ferro non eme attraverso la contemporanea assunzione durante i pasti di alimenti ricchi in Vitamina C: frutta (arance, limoni, mandarini, fragole, kiwi, pompelmi), verdura (peperoni, pomodori, rucola, cavoli, cavolfiori), peperoncino, semi di chia. Una buona pratica sarebbe quella di aggiungere qualche goccia di limone o del peperoncino agli alimenti di origine vegetale.
In alternativa scegliere prodotti che abbiano subito le seguenti pratiche di lavorazione quali: lievitazione, germogliazione, ammollo, fermentazione. Negli alimenti di origine vegetale sono presenti sostanze anti-nutrizionali come: tannini, acido ossalico e fitati che riducono l’assorbimento di ferro, calcio, zinco e selenio e tramite queste semplici indicazioni possiamo aumentare il loro assorbimento per esempio acquistando pane a lievitazione naturale, ponendo in ammollo i legumi o consumando nelle insalate dei germogli.
Una buona fonte di assorbimento di ferro sono gli alimenti fortificati: alimenti che attraverso specifici processi tecnologici vengono addizionati di micronutrienti e/o altre sostanze di interesse nutrizionale al fine di aumentare la loro assunzione nei singoli individui. Un esempio sono i cereali fortificati per la prima colazione.
Altri cibi invece ricchi in tannini (caffè, tè), fitati (crusca dei cereali e spinaci), calcio (latte e latticini o da supplementi di calcio), fibre dietetiche, polifenoli presenti nel vino rosso inibiscono l’assorbimento del ferro e pertanto non sono consigliabili associarli agli alimenti che ne sono ricchi o ai pasti principali.
Dalle tabelle di composizione degli alimenti emerge che gli alimenti naturalmente più ricchi di ferro sono le frattaglie, i legumi secchi, le carni con i valori maggiori nelle carni rosse. I prodotti ittici, la frutta secca e oleosa, i cereali specialmente quelli integrali, cacao amaro, le verdure a foglia e le uova di gallina.
Un mito da sfatare è che i vegetariani abbiano un maggiore rischio di anemia da carenza di ferro dei non vegetariani. Recenti studi infatti se riportano una possibile carenza di ferro vengono confutati da altri che smentiscono questi dati e riportano come l’incidenza di questo tipo di anemia sia sovrapponibile a quella verificata tra i non-vegetariani negando quindi la presenza di un’associazione significativa tra tipo di dieta e stato del ferro. Per i vegetariani consiglio sempre il consumo dei seguenti alimenti vegetali ricchi in ferro: cacao amaro, germe di grano, semi di sesamo, tahin, succo concentrato di barbabietola, legumi secchi, frutta secca e muesli e fiocchi d’avena.

Dott.ssa Chiara Picardi

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PSICOLOGIA / IN RETE O NELLA RETE? ACCOMPAGNARE AD UN USO RESPONSABILE DI INTERNET

Un nostro spazio quotidiano affidato ad esperti di settore. La rubrica “Il parere dell’esperto” si interesserà di Fiscalità, Medicina, Psicologia, Giurisprudenza, Osteopatia e Nutrizione.

 

 

Dr Alessandro Stronati, Psicologo-Psicoterapeuta, specializzato in terapia Cognitivo-Comportamentale, esperto nelle tematiche psicologiche dell’infanzia/adolescenza e dell’età adulta

 

 

 

IN RETE O NELLA RETE? ACCOMPAGNARE AD UN USO RESPONSABILE DI INTERNET

Internet addiction (parte 2)

Come scritto nella prima parte la settimana scorsa, è frequente che le persone che sviluppano una dipendenza da internet manifestino anche altri sintomi psicopatologici, come stati di ansia o depressione, iperattività, isolamento sociale e bassa autostima.

E’ stato riscontrato inoltre che chi sviluppa una dipendenza da internet ha spesso anche dei tratti personologici distinti, come la tendenza all’impulsività, alla ricerca di esperienze e sensazioni nuove e alcuni tratti di aggressività.

Quello che ancora si sa poco è l’impatto che l’utilizzo del web ha in persone con una dipendenza da internet rispetto a chi non manifesta questo problema.

L’utilizzo di internet è mantenuto grazie a un sistema di rinforzi positivi, come ad esempio il divertimento, il passare del tempo o il trovare informazioni. Se questo è vero per la maggioranza degli utenti che usano quotidianamente la rete, sembra che altri meccanismi, più legati a fattori di personalità, siano implicati al mantenimento di comportamenti problematici legati all’uso di internet.

E’ possibile che l’impatto psicologico negativo della dipendenza da internet possa in se stesso fungere da fattore di mantenimento della dipendenza stessa, andando a creare nelle persone proprio un maggiore coinvolgimento alla rete per fuggire dalle emozioni negative provocate dallo stesso web o dalla quotidianità.

Uno studio italiano ha indagato se l’uso di internet influisce in maniera diversa in base a quanto tempo abitualmente le persone usano la rete. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi in base a quanto l’utilizzo di internet impattasse in maniera negativa sulla loro qualità della vita oppure no. A entrambi i gruppi sono stati somministrati test per misurare i livelli di ansia e depressione; dopo aver completato i test, a tutti è stato chiesto di utilizzare in maniera libera internet per 15 minuti facendo quello che preferivano; successivamente, sono stati rivalutati i sintomi ansiosi e depressivi.

I risultati parlano chiaro: l’utilizzo di internet ha un pesante impatto negativo sull’umore nel gruppo di chi fa un uso smodato della rete.

Questi dati potrebbero essere spiegati proprio in riferimento al meccanismo di mantenimento della dipendenza stessa: l’impatto immediato negativo sull’umore, fa si che, queste persone, si rifugiano nuovamente online proprio per sfuggire a queste emozioni spiacevoli.

In queste situazioni è necessario chiedere aiuto per approfondire e valutare la causa delle emozioni spiacevoli affinché si possa tornare ad usare il web in maniera adeguata e divertente.

Dr Alessandro Stronati

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OSTEOPATIA PEDIATRICA / RIFLESSI PRIMITIVI

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Carlo Polidori è Osteopata professionista e maestro di tennis

 

 

 

RIFLESSI PRIMITIVI

Voglio prendere spunto da un recente articolo del “Corriere della sera” che ha messo in evidenza come una grossa percentuale di studenti di prima media in Italia, non sia in grado di fare una capovolta. I bambini di oggi arrivano all’età scolare con molte lacune nel proprio programma di sviluppo neuromotorio, di cui ci si può non accorgere. Per lacune intendo il mancato raggiungimento di tappe fondamentali nel programma neuromotorio del primo anno di vita, quando il bimbo attraverso la manifestazione dei riflessi primitivi, che sono innati, inizia la sua attività esperienziale. Queste lacune impediscono una crescita ottimale del bambino. Entro il primo anno, i riflessi primitivi si devono integrare, devono cioè lasciare il posto ai riflessi posturali che si manifestano in funzione delle esperienze senso-motorie che il bimbo avrà vissuto.

Ma cosa succede se non si integrano? Cosa possiamo fare per ridare una adeguata motricità ai ns bambini, nel primo anno di vita?

Come osteopata pediatrico propongo la valutazione dei riflessi primitivi e supporto la famiglia consigliando degli esercizi che aiuteranno il recupero della motricità mancante.

Per comprendere questi processi bisogna ritornare al primo anno di vita e alla modalità di crescita del bambino. Subito dopo la nascita, il bimbo si attaccherà al seno utilizzando il riflesso di attaccamento e di suzione, arriverà poi come una delle tappe successive alla coordinazione di braccia e gambe fino al tanto atteso “gattonamento”, sperimentando l’alternanza gamba destra – braccio sinistro, prima vera forma di coordinazione. Con il gattonamento aumenterà notevolmente la capacità di esplorazione del territorio. L’ultimo step dello sviluppo dei riflessi primitivi sarà costituito dal raggiungimento della stazione eretta e della deambulazione: il bambino si alzerà in piedi e camminerà.

Tutte le fasi che ho descritto in poche righe è importante che si susseguano come cronologia ma non come scadenza temporale.

I riflessi primitivi o arcaici di cui è fornito il bambino sono funzionali ad assicurare una risposta immediata al nuovo ambiente; sono essenziali per la sopravvivenza e creano una base per lo sviluppo delle successive attività volontarie.

(segue)

Carlo Polidori

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GIURISPRUDENZA / CONDOMINIO E INFILTRAZIONI DI ACQUA, IL RISARCIMENTO DEL DANNO

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L’avvocato Silvia Bugatti tratta in ambito penale e civile. Custode Giudiziario nelle esecuzioni immobiliari presso il Tribunale di Ancona

 

 

 

CONDOMINIO E INFILTRAZIONI DI ACQUA, IL RISARCIMENTO DEL DANNO

Al fine di rendere la tematica di immediata comprensione anche per  i non addetti ai lavori richiamiamo,  l’articolo 2051 del Codice Civile nel quale chiaramente si può leggere che  il presunto responsabile dei danni che derivano a terzi è il soggetto che ha il bene in custodia .

Nel caso che ci interessa, il soggetto custode dei beni comuni, quali tubature e  caldaie, è il condominio e il soggetto o i soggetti danneggiati,  i singoli condomini,  sono i “terzi”  richiamati dalla normativa.

In capo al condominio grava l’onere di garantire una corretta manutenzione degli impianti.

Va ovviamente fatta una precisazione per quanto concerne come detto, parti comuni dell’edificio e parti invece ascrivibili esclusivamente ai singoli condomini.

Le tubature per esempio, sono comuni fino a quando non incontrano i contatori dei singoli condomini .

Si pensi  a titolo esemplificativo alle tubature di scarico che sono comuni fino a quando non si collegano con i tubi dei vari appartamenti.

Fondamentale pertanto è  conoscere la natura e l’ubicazione del danno.

Tramite la relazione di un tecnico –  esperto possono essere messi in evidenza molti elementi utili, tanto per il rispristino della situazione quanto, in caso di possibili controversie quali , oltre ai danni, l’origine degli stessi, la loro quantificazione e  i possibili  tempi di rispristino.

Di fronte a un quadro chiaro, circa gli aspetti sopra richiamati, risulterà più facile ricondurre i danni e la responsabilità per gli stessi: bene di proprietà del singolo condomino, questo risponderà dei danni, bene di proprietà condominiale, risponderà il condominio.

Ragionamento differente per i muri perimetrali ,considerati sempre parti comuni salvo, che si possa dimostrare che il danno è conseguenza di un grave difetto di costruzione allora, il risarcimento si potrà chiedere al costruttore entro il termine  prescrizionale di 10 anni.

Il termine in parola è richiamato dall’articolo 1669 del  codice civile “quando si tratta di edifici o di altre cose immobili destinate per loro natura a lunga durata se nel corso di dieci anni dal compimento dell’opera per vizi del suolo o per difetti della costruzione, rovina in tutto o in parte  ovvero presenta evidenti pericoli di rovina o gravi difetti, l’appaltatore è responsabile nei confronti del committente  e dei suoi aventi causa purché  sia fatta la denunzia entro un anno dalla scoperta. Il  diritto del committente si prescrive entro un anno dalla denunzia.”

Importante puntualizzare che, i termini sopra richiamati decorrono dal momento in cui il soggetto ha una conoscenza  effettiva dei danni, della loro verificazione, nel momento in cui quindi vi è una concreta percezione del fatto e non un mero  sospetto. Si veda  Cassazione 19483 del 16.09.2014

Da ultimo spendiamo alcune  parole per i condomini che hanno  anche una terrazza a livello  , anche se fosse di proprietà o in godimento esclusivo di un singolo condomino, assolvendo la funzione di copertura e lastrico solare per  gli appartamenti sottostanti ,  tutti i condomini risponderanno di eventuali danni da infiltrazioni riportati dall’appartamento sottostante alla terrazza.

Per quanto afferente  la ripartizione delle spese, si applicherà l’articolo 1126 del codice civile ossia, coloro che  hanno l’uso esclusivo della terrazza saranno tenuti a contribuire per un terzo nella spesa necessaria per le riparazioni o ricostruzioni mentre, gli altri due terzi saranno  a carico di tutti gli altri condomini  o della parte di condominio servito dal lastrico solare, in proporzione ovviamente al  valore del piano  o della porzione di piano di ciascuno.

Avvocato Silvia Bugatti, studio legale

FISCALISTÀ / AUTO E FISCO – IMPRESE E PROFESSIONISTI

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Michele Paolucci, Dottore Commercialista e Revisore Legale

 

 

 

FISCALISTÀ / AUTO E FISCO – IMPRESE E PROFESSIONISTI

La detrazione dell’IVA e la deducibilità dei costi delle auto rappresentano un tema che spesso influenza la scelta dell’acquirente, sia che esso sia un’impresa o un professionista.
Si ricorda che, ai fini della deducibilità fiscale, i veicoli utilizzati dalle imprese possono essere suddivisi nelle seguenti categorie:
– veicoli a deducibilità integrale: sono integralmente deducibili le quote di ammortamento e le spese di impiego relative ai mezzi utilizzati esclusivamente come beni strumentali nell’attività propria dell’impresa e i veicoli adibiti ad uso pubblico (art. 164, co. 1, lett. a) TUIR);
– veicoli a deducibilità limitata: sono parzialmente deducibili, nella misura del 20% del loro ammontare annuo, le quote di ammortamento e le spese di impiego relative ai veicoli utilizzati in via “non esclusiva” per l’attività d’impresa. Oltre al limite della percentuale di deducibilità, tale tipologia di spese ha un limite di costo massimo fissato a 18.075,99 euro (art. 164, co. 1, lett. b) del TUIR);
– veicoli concessi in uso promiscuo ai dipendenti: sono deducibili nella misura del 70% (senza alcun limite quantitativo) le spese relative alle auto concesse in uso promiscuo ai dipendenti per la maggior parte del periodo d’imposta (art. 164, co. 1, lett. b-bis) del TUIR).
Per quanto riguarda gli agenti di commercio e i professionisti valgono le seguenti regole: i primi deducono le spese all’80% (anziché al 20%) e hanno un tetto massimo di spesa di 25.822,84 euro (anziché 18.075,99 euro), i secondi deducono le spese applicando gli stessi limiti di deducibilità previsti per le imprese.
La norma che stabilisce la detraibilità dell’IVA sugli acquisti di veicoli stradali è l’art. 19-bis 1 del DPR 633/72, ovvero:
• 40% dell’IVA per i veicoli ad uso promiscuo;
• 100% dell’IVA per i veicoli ad uso esclusivo.
Anche l’IVA sulle spese relative ai veicoli, ad esempio manutenzioni, riparazioni, custodia, nonché acquisto di carburanti e lubrificanti, è ammessa in detrazione nella stessa misura in cui è ammessa in detrazione l’imposta relativa all’acquisto o all’importazione del veicolo.
Si precisa che la limitazione non opera per i veicoli ad uso esclusivo dell’attività del soggetto passivo, il quale ha la possibilità di portare integralmente in detrazione l’IVA fermo restando, in tal caso, l’onere probatorio dell’inerenza totale.

Michele Paolucci dottore commercialista

BENESSERE / “NON MANGIO LEGUMI PERCHÉ MI GONFIANO!”: CONSIGLI PER NON RINUNCIARE A QUESTI ALIMENTI SALUTARI

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Chiara Picardi, Biologa Nutrizionista

 

 

 

“NON MANGIO LEGUMI PERCHÉ MI GONFIANO!”: CONSIGLI PER NON RINUNCIARE A QUESTI ALIMENTI SALUTARI

Eliminare i legumi dalla nostra alimentazione perché provocano gonfiore è un errore, poiché rinunceremo alle loro proprietà benefiche. I legumi sono un’ottima fonte di proteine vegetali, fibre, sali minerali, vitamine e acidi grassi polinsaturi. Legumi e cereali (il classico piatto di pasta e fagioli o pasta e ceci) conditi con del buon olio extravergine d’oliva, sono il miglior piatto unico che si possa immaginare. I legumi hanno effetto ipoglicemizzante (riducono i livelli di glucosio nel sangue) ed ipocolesterolemizzante. In realtà l’intestino lo “mettono a posto”, perché le fibre in essi contenuti sfiammano le mucose intestinali e ripuliscono il colon dalle tossine agevolando il transito intestinale e combattendo la stitichezza. Per questo anche chi soffre di gonfiore addominale o di colite (non in fase acuta) possono iniziare ad aggiungerli gradualmente alla loro alimentazione seguendo alcuni accorgimenti:

Se li preparate in casa aggiungete un pizzico di bicarbonato all’acqua di cottura (se non lo avete usate i semi di finocchio) in modo da rendere più morbida la buccia (la vera causa dei fastidi intestinali, provocando fermentazione una volta arrivata nel nostro intestino) e quindi più gradevole la digestione.

Prima della cottura mettete a bagno i legumi secchi almeno per 8-12 ore riducendo così sia i tempi di cottura che la fermentazione, l’acqua però va cambiata molto spesso, e una migliore digeribilità si ottiene da un ammollo in frigorifero e non a temperatura ambiente. Lessate i legumi sempre senza sale che aggiungerete a fine cottura, scolateli al dente e proseguite la cottura in un’altra casseruola con gli odori e le verdure: pezzettini di sedano, carote e alga kombu, sconsigliata per chi soffre di ipertiroidismo, ipertensione e da evitare in gravidanza.

Usare odori, erbette e spezie aiuta e renderli molto più digeribili soprattutto aggiungendo: alloro, santoreggia, zenzero, origano, basilico che ostacolano la formazione dei gas di fermentazione. I legumi in barattolo non fanno male ma non sapendo quali metodi siano stati usati per la loro cottura e poiché l’acqua di governo è molto salata vanno sciacquati con accuratezza. Se fagioli, ceci e fave vi creano disturbi, nonostante queste precauzioni, optate solo per le lenticchie, in particolare quelle rosse, che non necessitano di messa a bagno prima della cottura e che sono più digeribili.

Dott.ssa Chiara Picardi

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GIURISPRUDENZA / SOSPENSIONE DEL PROCEDIMENTO CON MESSA ALLA PROVA (M.A.P.)

Un nostro spazio quotidiano affidato ad esperti di settore. La rubrica “Il parere dell’esperto” si interesserà di Fiscalità, Medicina, Psicologia, Giurisprudenza, Osteopatia e Nutrizione.

 

 

L’avvocato Nicoletta Cardinali tratta in ambito penale e civile. Custode Giudiziario nelle esecuzioni immobiliari  presso il Tribunale di Ancona

 

SOSPENSIONE DEL PROCEDIMENTO CON MESSA ALLA PROVA (M.A.P.)

 

L’istituto della messa alla prova per l’imputato “maggiorenne” è stato introdotto dal legislatore nel 2014. Analoga fattispecie, infatti, era già presente nel diritto minorile dal 1988.

Può essere richiesta nei procedimenti per reati puniti con la sola pena pecuniaria o con la pena detentiva non superiore nel massimo a 4 anni (da sola, congiunta o alternativa ad una pena pecuniaria) o per quelli indicati dall’art. 550 co 2 c.p.p. ove l’esercizio dell’azione penale avviene con citazione diretta a giudizio, senza lo svolgimento dell’udienza preliminare.

La messa alla prova consiste nella possibilità per l’imputato di beneficiare dell’estinzione del reato attraverso l’affidamento all’U.E.P.E.(ufficio esecuzione penale esterna) e lo svolgimento di attività di volontariato presso enti pubblici o organizzazioni di assistenza sociale e/o sanitaria, anche internazionali, operanti nel territorio nazionale.

L’imputato è, altresì, tenuto in base a quanto sancito dall’art 168 bis c.p.p. ad eliminare le conseguenze dannose o pericolose del reato commesso nonché al risarcimento del danno causato alla persona offesa.

L’elaborazione del programma viene effettuato dall’U.E.P.E. che può imporre anche l’osservanza di determinate prescrizioni relative ai rapporti con il servizio sociale o strutture sanitarie, alla dimora, alla libertà di movimento, al divieto di frequentare luoghi o persone.

La messa alla prova può essere richiesta dalla parte personalmente o tramite difensore munito di procura speciale (trattasi di una procura rilasciata ad hoc per compiere un determinato atto) prima della formulazione delle conclusioni nell’udienza preliminare o sino all’apertura del dibattimento di primo grado nel giudizio direttissimo o nel procedimento di citazione diretta a giudizio.

Viceversa nel caso di notifica all’imputato di giudizio immediato, la richiesta di messa alla prova va esperita entro 15 giorni dalla notifica del decreto che dispone il giudizio immediato.

Nel caso di decreto penale di condanna con la richiesta di opposizione sempre nel termine di 15 giorni dalla notifica dello stesso.

Il Giudice, quando reputa idoneo il programma di trattamento elaborato e ritiene che l’imputato si asterrà dalla commissione di altri reati, sospende il procedimento sino all’esito della messa alla prova.

Decorso il periodo di sospensione, acquisita la relazione conclusiva dell’U.E.P.E. che ha preso in carico l’imputato, se la prova ha avuto esito positivo dichiara l’estinzione del reato.

In caso contrario dispone la prosecuzione del processo ordinario.

L’importanza della messa alla prova è data, appunto, dalla declaratoria di estinzione del reato che estingue la punibilità in astratto ovvero interviene prima che sia pronunciata una sentenza di condanna.

Da non confondersi con l’estinzione della pena che, invece, estingue la punibilità in concreto ovvero interviene bloccando l’esecuzione di una pena già inflitta con una sentenza di condanna.

Con l’estinzione del reato a seguito di esito positivo della M.A.P. l’imputato, pertanto, eviterà una sentenza di condanna e la relativa menzione nel casellario giudiziale.

Per tali ragioni può considerarsi uno strumento vantaggioso nel caso di commissione occasionale di reati minori.

La positività della messa alla prova rileva, inoltre, anche nella finalità rieducativa della stessa: molti imputati che hanno svolto volontariato presso organizzazioni di assistenza sociale e/o sanitaria o enti pubblici hanno avuto modo di sentirsi utili alla collettività, consapevoli di riparare un danno arrecato, hanno ampliato le loro conoscenze e proseguito anche successivamente alla declaratoria di estinzione del reato.

Avvocato Nicoletta Cardinali, studio legale

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PSICOLOGIA / IN RETE O NELLA RETE? ACCOMPAGNARE AD UN USO RESPONSABILE DI INTERNET

Un nostro spazio quotidiano affidato ad esperti di settore. La rubrica “Il parere dell’esperto” si interesserà di Fiscalità, Medicina, Psicologia, Giurisprudenza, Osteopatia e Nutrizione. 

 

 

Dr Alessandro Stronati, Psicologo-Psicoterapeuta, specializzato in terapia Cognitivo-Comportamentale, esperto nelle tematiche psicologiche dell’infanzia/adolescenza e dell’età adulta

 

 

IN RETE O NELLA RETE? ACCOMPAGNARE AD UN USO RESPONSABILE DI INTERNET

 

Internet addiction   parte 1

 

Ciò che rende l’uso di Internet una dipendenza è l’eccessivo uso della rete a discapito del lavoro e delle relazioni sociali e la difficoltà a disconnettersi nonostante le conseguenze negative sulla vita offline.

Tra le nuove psicopatologie emerse negli ultimi dieci anni, va considerata oggi sicuramente l’Internet Addiction o dipendenza da internet. Si tratta di una categoria che include fenomeni e problemi diversi, tra i più comuni troviamo il cybersex e l’online gambling-gioco d’azzardo GAP gioco d’azzardo patologico.

Il motivo del successo di queste due forme di dipendenza è facilmente spiegabile: nel primo caso, il cybersex è un tipo di dipendenza sessuale con i “vantaggi del web”: anonimità e facilità di accesso. È facile rimanere nella privacy della propria casa, ingaggiati in fantasie impossibili nella vita reale. Per quanto riguarda il GAP, il discorso è simile: possibilità di accesso in ogni momento del giorno e della notte da un qualsiasi dispositivo che abbia una connessione Internet.

Anche se Internet è attualmente disponibile con facilità in quasi tutti i posti di lavoro, sugli smartphone e sempre più nei luoghi pubblici, il tempo che ognuno di noi spende connesso alla rete varia notevolmente e se da una parte questo tempo può essere produttivo e talvolta di svago, l’uso compulsivo di Internet può invece interferire notevolmente con la vita lavorativa e sociale di chi ne abusa, determinando un vero e proprio disturbo.

Per l’ampiezza negli usi e per le esigenze personali che variano notevolmente da soggetto a soggetto, non vi è un limite di tempo né un numero di messaggi invitati che definisca la patologia, quanto ciò che rende l’uso di Internet una dipendenza è l’eccessivo uso della rete a discapito del lavoro e delle relazioni sociali e la difficoltà a disconnettersi nonostante le conseguenze negative sulla vita offline.

Quali sono i segni generali di una possibile dipendenza da Internet sono:

  • Perdere il senso del tempo online: ti trovi spesso a rimanere connesso più a lungo di quanto avessi previsto? Qualche minuto si trasforma in qualche ora? Ti irriti se vieni interrotto?
  • Avere problemi nel portare a termine i compiti, a casa o al lavoro: ti ritrovi a fare tardi al lavoro per avere utilizzato internet per motivi diversi? A casa trascuri la spesa da fare, la lavatrice o altre commissioni per passare più tempo connesso?
  • Isolamento dalla famiglia e dagli amici: pensi che nessuno ti capisca nella tua vita reale come invece fanno i tuoi amici online? Ti ritrovi a passare meno tempo con amici o famiglia e più tempo connesso alla rete?
  • Sentimenti di colpa legati all’uso di internet: ti irriti quando gli altri continuano a dire di spegnere il computer o di mettere giù lo smartphone? Non dici sempre la verità sul tempo effettivo speso online?
  • Sentire un senso di euforia quando connessi: ti ritrovi a usare Internet come valvola di sfogo quando sei triste, stressato o cerchi eccitamento sessuale? Hai provato a ridurre l’uso di internet e non ce l’hai fatta?

Se ti riconosci in più di uno di questi segnali, è possibile che tu abbia o stia sviluppando una dipendenza da internet. In questo caso, puoi intanto iniziare a intraprendere alcuni passi da solo per modificare le tue abitudini online, ricordando però che esistono servizi e persone qualificate per un supporto esterno. Un primo passo potrebbe essere quello di realizzare che l’uso eccessivo di internet sia legato a dei problemi emotivi sottostanti, come stati di ansia o depressione, stress o emozioni di rabbia. In questi casi, il web viene spesso utilizzato come modalità per “sentire meno” i sintomi dei disagi o per cercare di uscirne.

Dr Alessandro Stronati

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BENESSERE / I SUCCHI DI FRUTTA SONO SALUTARI? SE SI, QUALI SCEGLIERE?

Un nostro spazio quotidiano affidato ad esperti di settore. La rubrica “Il parere dell’esperto” si interesserà di Fiscalità, Medicina, Psicologia, Giurisprudenza, Osteopatia e Nutrizione.

Chiara Picardi, Biologa Nutrizionista 

 

 

 

I SUCCHI DI FRUTTA SONO SALUTARI? SE SI, QUALI SCEGLIERE?

Da alcuni anni l’industria propone i succhi di frutta come un “alimento” interessante dal punto di vista nutrizionale, la cui qualità dipende dalla percentuale di frutta presente, dal suo grado di maturazione e dal sistema di estrazione. Una legge del 1982 differenzia i succhi di frutta dalle bevande conosciute come “succo e polpa di….., nettare e bevande alla frutta”. I succhi di frutta sono ottenuti per spremitura del frutto o da succo concentrato che viene ricostituito con acqua, senza alterare il rapporto originale tra acqua e zucchero. Il succo di frutta per poter essere chiamato tale deve contenere frutta al 100%. Il “Succo e polpa di…” fa pensare ad un prodotto più naturale del succo di frutta ma non è così, le bevande che vanno sotto questa denominazione sono un sottoprodotto ottenuto aggiungendo acqua e zucchero ad una quantità di succo concentrato o purea di frutta che non supera mai il 50%.
Il nettare ha la stessa percentuale del “succo e polpa di…” .
Le bevande alla frutta come aranciate e limonate contengono non più del 12% del frutto.
La legislazione vieta l’aggiunta di coloranti; in questo senso i succhi, escludendo completamente una categoria di additivi, sono più sicuri delle comuni bevande al gusto di frutta o alla frutta. La quasi totalità degli additivi utilizzati sono l’acido ascorbico (E300, usato come antiossidante), l’acido citrico (E330, fino a 5 g/l, come correttore di acidità), l’acido lattico (fino a 5 g/l), i carbonati di calcio (E170) e i tartrati di potassio (E336). Tuttavia nel processo di filtraggio del succo è ammessa la possibilità di utilizzare aromi per esaltare il gusto e di anidride solforosa per stabilizzare il succo e come antimicrobico (come avviene per il vino). L’anidride solforosa non deve essere citata tra gli additivi se la sua quantità non supera i 10 mg per litro .
Come facciamo a scegliere un buon prodotto? Nella scelta escludiamo tutti i succhi di frutta con additivi diversi da quelli precedentemente citati (tutti considerati ammissibili nel modello alimentare) ed i prodotti in cui compaiono additivi sospetti (come l’anidride solforosa). Anche la presenza di aromi penalizza la classificazione del prodotto, in quanto è un tentativo di esaltare il gusto e catturare il favore del consumatore nascondendo materie prime scarse.
I succhi di arancia e nettari non sono particolarmente calorici: un bicchiere pieno di succo di arancia (150 ml) apporta mediamente 55 calorie e 12 gr di zucchero, contro le 79 dei nettari e 15 gr di zucchero. Le calorie sono importanti per discriminare la qualità di un succo di frutta: gran parte della frutta fresca è al di sotto delle 40kcal/100 g, per un succo è ragionevole considerare penalizzante un contenuto calorico che oltrepassi questo valore. L’assunzione di succhi di frutta direttamente dalla bottiglia (per i microtraumi che questa produce sui denti) o direttamente dal biberon, facilita l’insorgenza delle carie (oltre agli zuccheri semplici presenti nel prodotto). In età pediatrica l’eccessivo consumo di succhi di frutta può portare a manifestazioni gastrointestinali quali diarrea cronica, malassorbimento, dolori addominali e meteorismo. Consiglio quindi il consumo di succhi di frutta al 100% senza aggiunta di zucchero e non concentrati, evitando quelli con zucchero aggiunto e, conseguentemente, tutti i nettari di frutta. Ricordatevi che il succo di frutta non sostituisce il consumo di frutta fresca!!

Dott.sa Chiara Picardi

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OSTEOPATIA / LA CERVICALE

Un nostro spazio quotidiano affidato ad esperti di settore. La rubrica “Il parere dell’esperto” si interesserà di Fiscalità, Medicina, Psicologia, Giurisprudenza, Osteopatia e Nutrizione.

 

 

Matteo Facchin, diplomato Massaggiatore e Massofisioterapista, Osteopata e specializzato in biodinamica e nell’approccio somato-emozionale

 

 

LA CERVICALE

 

Oggi parliamo di uno tra i dolori più diffusi tra la popolazione: quello alla “cervicale”. Tecnicamente chiamato crevicalgia. Ne soffre il 60% delle persone.

Il motivo per cui questa regione della colonna vertebrale sembrerebbe essere così delicata è perché oltre ad essere il tratto della colonna vertebrale più mobile, e quindi molto sollecitato, è anche una zona che ha molteplici connessioni con il corpo.

La colonna cervicale unisce la testa al tronco. La sua estrema libertà consente alla testa di compiere moltissimi movimenti. Si compone di sette vertebre. Le prime due vertebre sono molto anomale ed infatti hanno anche dei nomi propri. La prima vertebra cervicale si chiama atlante, in analogia con il personaggio della mitologia greca. Questa vertebra, infatti, sostiene la testa, proprio come Atlante sosteneva la terra. La seconda vertebra cervicale si chiama epistrofeo. Oltre ad avere una conformazione molto particolare, queste vertebre hanno anche un’altra caratteristica, non presentano un disco intervertebrale, come invece hanno tutte le altre vertebre

Come anticipato nel precedente articolo lo scopo di questa rubrica è di comprendere che cosa vuole suggerire il dolore. Ricordo anche che il dolore è nostro amico, se ben compreso.

Il dolore alla cervicale può provenire da strutture come:

– le vertebre (artrosi, artrite, osteoporosi, ecc…)

– i dischi intervertebrali (protrusioni o ernie)

– i nervi (sindromi compressive da ernie, protrusioni, fenomeni artrosici, ecc…)

– i muscoli (stiramenti, contratture, sovraccarichi, ecc…)

– i tendini (stiramenti, piccole distrazioni, elongazioni, ecc..)

Chiaramente ogni struttura causerà un dolore differente.

Il punto è che il dolore avrà sempre un’origine legata a queste strutture, ma occorre capire qual’è la causa che ha generato il dolore per essere efficaci e risolutivi.

Analizziamo quindi le tre cause che possono da origine al dolore cervicale: meccanico-strutturale, viscerale ed emozionale.

Dal punto di vista meccanico-strutturale la cervicale soffre per tutte quelle tensioni che possono originare dalla postura, dalle posizioni mantenute ad esempio al lavoro, dai traumi o da differenti tipi di sovraccarichi.

Quindi, in questo caso, parliamo di problemi che determinano delle vere e proprie sollecitazioni meccaniche.

Nel caso della postura i dolori cervicali possono derivare da squilibri nell’appoggio dei piedi, torsioni del bacino, scoliosi o atteggiamenti scoliotici della colonna vertebrale, da disallineamenti delle spalle, ecc…

Oppure la persona mantiene per lungo tempo una posizione scorretta sul posto di lavoro. Spesso questo accade accade in impieghi di tipo impiegatizio, dove la persona si trova costretta a mantenere la stessa posizione per diverse ore. Questo a lungo andare può portare ad un sovraccarico della colonna cervicale. Da qui è nata l’esigenza di creare delle norme di igiene sul lavoro che si trovano racchiuse nella famosa legge 626.

Oppure ancora la cervicale può soffrire dal punto di vista strutturale a causa di differenti tipi di incidenti o traumi, che hanno determinato delle tensioni importanti a livello della colonna cervicale.

Un altro tipo di sovraccarico strutturale può essere quello dovuto ad un tipo di sforzo meccanico. Si può pensare ad un atleta che per allenamento solleva diversi tipi di peso oppure ad un lavoratore che movimenta carichi pesanti con le braccia.

Come riconoscerlo

Il dolore cervicale di origine strutturale ha delle caratteristiche ben precise. Infatti, indipendentemente dalla causa (posturale, sovraccarico lavorativo, traumatica, ecc…), è possibile distinguerlo dagli altri dolori che vedremo in seguito perché generalmente diminuisce con il riposo. L’andamento del dolore durante la giornata e di questo tipo. Al risveglio la persona non avverte dolore. Quest’ultimo inizia a presentarsi durante il corso della giornata, oppure in seguito a movimenti ripetuti. Ciò sta ad indicare il fatto che più la struttura viene sollecitata è più la cervicale viene sovraccaricata. In questo caso per la persona è sufficiente distendersi, fare qualche esercizio di allungamento, per provare subito sollievo.

Un’altra origine del dolore cervicale è quella organo-viscerale. In questo caso il dolore sta dicendo che la causa va ricercata nel problema di un organo o di un viscere.

Qui il discorso si fa più interessante. Chiaramente l’intensità e il tipo di dolore cervicale può essere identico alla situazione precedente. Ma Chiaramente la cura dovrà essere ben diversa rispetto a la causa strutturale.

Vediamo ora quindi quali strutture organo viscerali possono dare fastidio alla cervicale.

Quando generalmente si pensa alla cervicale subito il pensiero va alle vertebre.

Ma, come ben sappiamo, il tratto cervicale della colonna vertebrale è solo una piccola componente del collo. Infatti, davanti alle vertebre cervicali ci sono tante altre strutture che si collegano con la colonna. C’è la trachea, l’esofago, le arterie carotidi, alcune fasce che sospendono i polmoni, ecc… Bene tutte queste strutture prese singolarmente possono creare tensione al tratto cervicale della colonna e quindi nel tempo creare dolore.

Facciamo subito un esempio che tutti possiamo comprendere. Quando abbiamo un bel mal di gola, come sentiamo la cervicale? Ecco in alcuni casi possiamo sentire collegato un dolore cervicale. Chiaramente, in questo caso, è facile fare la connessione. Ovvero la persona si rende immediatamente conto che il suo dolore alla cervicale è causato dal mal di gola. Ma come fa un’esofagite o una gastrite a creare un dolore al collo?

Spesso spiego ai miei pazienti questo tipo di relazione con l’effetto cravatta dello stomaco e dell’esofago. Infatti anatomicamente questi due visceri sono letteralmente “appesi” alla cervicale e ricordano molte bene una cravatta.

Come si vede dalla figura, la freccia rossa indica la tensione generata dall’esofago e dallo stomaco. In questo caso si può ben intuire come un problema allo stomaco crea un dolore cervicale. Generalmente la persona avverte una sensazione come se portasse uno zaino sulle spalle.

Come riconoscerlo

Quello che vi può aiutare a comprendere che il dolore cervicale ha un’origine di tipo organo viscerale è l’andamento durante la giornata. Infatti il dolore cervicale di origine viscerale generalmente si comporta in modo opposto a quello di tipo strutturale. Innanzitutto non fa riposare bene la persona. La cervicale si fa sentire anche di notte. Magari inizialmente, nella prima parte della notte, il dolore rimane ad una soglia accettabile ma, col passare delle ore, il riposo si fa sempre più disturbato. Il risveglio generalmente è molto doloroso. In poche parole la cervicale durante il riposo è peggiorata. Durante la giornata il dolore migliora. Il movimento generalmente crea beneficio, comunemente si dice che quando si “scalda” il collo va meglio.

Questo accade perché durante la notte lo stomaco e l’esofago continuano a “tirare”. Mentre durante il giorno il movimento del corpo riesce a contrastare questa tensione e la cervicale ne beneficia.

La terza origine del dolore cervicale e quella somato-emozionale.

In questo caso il problema originario non è da ricercare nel corpo ma, piuttosto, nella mente del paziente. Ovvero, nelle dinamiche sommato emozionali, il corpo fà da specchio al sistema emozionale. In poche parole il corpo, attraverso il dolore, mette in evidenza un disagio più profondo che la persona sta vivendo in quel particolare periodo della sua vita. Imparare a leggere queste dinamiche può voler dire possedere uno degli strumenti più potenti in campo terapeutico.

Ritornando alla nostra cervicale, per poter leggere il disagio profondo nascosto dietro il dolore, dobbiamo concentrarci sul “cosa rappresenta” il collo per la persona. Quando si arriva a comprendere il vero significato che sta dietro al dolore è incredibile come lo stesso svanisca quasi istantaneamente.

Ad esempio, un blocco al collo potrebbe significare: “in questo momento della vita mi trovo bloccato perché sono ad un bivio e non so dove guardare”.

Oppure: “Con questa persona non mi sento libero di guardare …”

O ancora: “In questo contesto particolare mi sento il peso sulle spalle ma non so dove rivolgermi”

Il corpo in questi casi utilizza il dolore per evidenziare in modo molto netto che il disagio profondo ha bisogno di essere ascoltato. E dato che ci prendiamo cura di noi stessi solo quando siamo preoccupati perché abbiamo una sensazione disagevole o un dolore, allora il sistema emozionale utilizza il dolore per stimolarci all’azione.

Come riconoscerlo

Il dolore di tipo somato-emozionale ha un andamento molto particolare. Innanzitutto non è legato né al tipo di movimento né al riposo. Spesso è un dolore violento che tende a bloccare la persona. Nella stragrande maggioranza dei casi questo tipo di dolore non trova beneficio con alcuna terapia che non approfondisca l’aspetto emozionale. Potrebbe, in alcuni casi migliorare leggermente, per poi comunque ripresentarsi nel giro di poco tempo.

Matteo Facchin

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