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COTTO E MANGIATO / LA RUBRICA DI GIOIA MORICI

IL GELATO, LA BUSSOLA E LE FERIE

Il gelato d’estate è un sentimento d’amore. Io sono fortunata perché ho la gelateria sotto casa. Quindi ogni tanto infilo le infradito e scendo. Quello del gelato è un rito che ti porta altrove, nel regno zuccherino dei sogni, dove tutto va come deve andare, senza pensieri, senza rughe, senza gravità. Vorrei che questo paradiso dei sensi fosse il più abbondante possibile  e invece il padrone del vapore mi stabilisce la quantità esatta di gelato che posso ordinare: 3 euro = 4 gusti, 2.5 euro = 3 gusti, 2 euro = 2 gusti. Strozzinaggio puro. Una volta con 6mila lire ci compravi pure la gelateria, adesso c’hai il tassametro anche se le guardi le vaschette. Rimpiango i tempi della mia infanzia in cui la gelateria era popolata da gente buona e misericordiosa. Ma vi ricordate, quant’era bello? Eravamo lì, davanti al vetro, con gli occhi colmi di desiderio e potevamo dire qualunque cosa. Qualunque. “Dunque, vorrei…(gran respiro per prendere fiato)…fiordilatte, amarena, mandorla, fragola, crema, nocciola, stracciatella, cioccolato e…puffo” (il puffo, che non s’è capito mai con che cazzo è fatto, c’era sempre). Insomma, ci mettevi questo mondo e quell’altro su quel cono striminzito, ti fermavi solo perché i nomi di quello che era in vendita li avevi detti tutti e perché eri a un passo dal limite dello sgretolamento del biscotto. Lui, il cono, reggeva quel capoccione di roba a fatica, eppure ti strizzava l’occhiolino e sembrava dirti “Dai, ancora un altro gusto lo puoi dire…ce la faccio…”. E il gelataio, complice pure lui, faceva di tutto per accontentarti. Era buono, una volta, il gelataio, anche se lo avevi ridotto sul lastrico. Non diceva mai “basta”. Perché un tempo per fare il gelataio dovevi sentire la chiamata, come un missionario. Adesso l’unica missione che hanno è smaltire la fila il prima possibile: contano i secondi in cui stai davanti a loro, ti odiano già come ti presenti, perché sono esauriti, stanno tutto il giorno in mezzo al casino, non vedono l’ora che te ne vai a fanculo…figurati se puoi chiedergli un cucchiaino in più. E poi fanno certe domande che io, boh, li prederei a sberle. “La panna la vuole?”. Ma come sarebbe a dire “la panna la vuole”?! Che significa il gelato senza panna?? Il gelato senza panna è come una pomiciata senza lingua: NON ESISTE. Come puoi pensare che non voglia la panna? Ma ho la faccia di una che sta male? Sono entrata accompagnata dai barellieri del 118? Allora piglia una cazzuola da muratore e tirami addosso tutta la panna della Valtellina! Voglio panna come se piovesse: di sopra, di sotto, di lato e anche d’intorno. Dice: magari sei intollerante al lattosio. Eh sì, allora venivo a magnà il gelato! Dice: magari lo vuoi senza panna perché così è più dietetico. Sì, infatti con un dito de panna in meno me cala il culo, come no. Dice: ma c’è proprio gente a cui la panna non piace. Ma allora ammazzateve, che famo prima (e in coda semo pure de meno). Guardate, non è cattiveria, ma bisogna proprio ristabilire il giusto ordine delle cose nella vita. Non si può andare avanti così. Qui si sta perdendo la bussola, il mondo va al contrario, io non ce la faccio più…quindi vi saluto e me ne vado. Parto per Sidney dove aprirò una gelateria low-cost con panna gratis per tutti spalmabile in ogni dove. Ci risentiamo (se torno) a settembre, d’accordo? “Ma come…a settembre??”. Aho…ma che la domenica in spiaggia ce volete andà solo voi?? Su, fate i bravi e sparpagliatevi in ferie. Dato che siete indisciplinati ma io a voi ci tengo, vi lascio questi COMPITI PER LE VACANZE:

  • NON postate su facebook la cronistoria delle vostre gite in Val di Cazza che non ce ne frega una emerita cippa
  • al mare c’è gente che vuole riposare quindi NON URLATE, porca impestata ladra
  • smettetela di usare le frasi di Paulo Coelho sotto le foto con il costume schiacciato nel CULO
  • fatevela finita de favve i selfie delle cosce, dei piedi, delle pocce, dei bicchieri de spritz al tramonto: piate il sole, fate il bagno, ‘mbriagateve e NON ROMPETE I COGLIONI
  • bombarsi il capo-animazione del villaggio Valtur significa che state strisciando verso la canna del gas: ASTENETEVI o, nella peggiore delle ipotesi, trombate con i vostri mariti che fate più bella figura

Mi sono accorta che ho iniziato soft e ho finito molto strong…ma fa caldo, qui si sta meglio, la sabbia è più bianca stasera, tu dimmi che sei proprio vera: gelato al cioccolato dolce e un po’ salato, tu gelato al cioccolato. OCCHEI???

(gioia.morici@qdmnotizie.it)

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COTTO E MANGIATO / LA RUBRICA DI GIOIA MORICI

HO LASCIATO UN CAMMINO DI DISTRUZIONE DIETRO DI ME

Tutto ciò non è frutto di fantasia ma è stato estrapolato da domande di impiego realmente inviate:

1. Richiedo un salario commiserato con la mia vasta esperienza.
2. Ho imparato Word Perfect 6.0 ed altri programmi come figli di calcolo.
3. Ho ricevuto una tacca come Venditore dell’Anno.
4. Interamente responsabile per il fallimento di due istituzioni finanziarie.
5. Bocciato all’esame per magistrato con voti relativamente alti.
6. Consiglio al datore di lavoro di non farmi lavorare con altre persone.
7. Incontriamoci, così potrai meravigliarti della mia esperienza.
8. Mi farai diventare il tuo Super-Mega Boss in pochissimo tempo.
9. Sono un perfezzionista e raramente anzi anzi quasi mai dimentico i dettagli.
10. Lavoravo per mia madre, finché non ha deciso di trasferirsi.
11. Stato civile: Nubile. Non sposata. Non fidanzata. Senza relazioni sentimentali. Senza impegni futuri.
12. Sono diventato completamente paranoide, non credo in niente e nessuno.
13. Il mio obiettivo è diventare meteorologo, ma poiché non ho un titolo di studio in quel settore, credo che posso anche provare a diventare agente di borsa.
14. Interessi personali: Donare il sangue. Finora ne ho donati 50 litri.
15. Ho rivestito un ruolo essenziale nel rovinare un’intera operazione per l’acquisto di una catena di negozi.
16. Si prega di non interpretare male il fatto che ho cambiato 14 lavori. Non ho mai dato le dimissioni da un lavoro.
17. Sposata: spesso. Bambini: svariati.
18. Ragione per la quale si è lasciata l’ultima occupazione: insistevano che tutti gli impiegati andassero al lavoro alle 8:45 ogni mattina. Non potevo lavorare sotto quelle condizioni.
19. La ditta ha fatto di me un capro espiatorio, proprio come i miei tre precedenti datori di lavoro.
20. Sono risultato ottavo in un esame al quale hanno partecipato dieci candidati.
21. Possibili referenze: Nessuna. Ho lasciato un cammino di distruzione dietro di me.
22. Lingue conosciute: Inglese; ho frequentato corsi FOOL immersion di livello avanzato.
23. Sono disintegrato da un mese.
24. Vi scrivo senza occhiali perché non li trovo più, scusate i ceroglifici.
25. Vi scrivo questa unica missiva in questo frangente in cui trovami.
26. Vorrei diventare un manager con la ‘A’ maiuscola .
27. La Vostra offerta mi inebria.

Queste frasi invece sono tratte da vere valutazioni sul rendimento di lavoro:

“Dall’ ultimo mio rapporto, questo impiegato ha raggiunto il fondo e ha cominciato a scavare”.
“Io non permetterei a questo impiegato di riprodursi”.
“Questo socio non è tanto un ex-possibilità, ma proprio una possibilità inesistente”.
“Lavora bene quando viene tenuto costantemente sotto osservazione e messo con le spalle al muro come un topo in trappola”.
“Dire che ha una intelligenza profonda è come dire che una pozzanghera in un parcheggio è un abisso”.
“Questa giovane ha delle manie di adeguatezza”.
“Si pone delle mete molto facili da raggiungere e poi regolarmente non riesce a raggiungerle”.
“Questo impiegato sta privando, da qualche parte, un villaggio del suo idiota”.
“Questo impiegato dovrebbe andare lontano . E prima ci va, meglio è”.

Stato civile dichiarato nel curriculum:

– Annullato dalla Sacra Ruota
– Coniata
– Divorato
– Inguaiato
– Italiano
– Matrimonio in vista
– Mollato
– Nobile
-Bisex

Che lavoro fai?
Sono ingegnere del suono, mi occupo del comparto acustico e della sonorizzazione di grandi eventi.
Sei quello che dice “1, 2, 3 prova”?
Sì.

(gioia.morici@qdmnotizie.it)

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COTTO E MANGIATO / LA RUBRICA DI GIOIA MORICI

L’ARCA DI NOÈ

Ore 5.40: mi sveglio di soprassalto. Dove sono? Come mi chiamo? Perché non spegnete ‘sto forno? Vado in bagno, per poco non do una capocciata sulla porta. Cazzo chiudo sempre le porte?? Trovo la tazza…la centro…niente non è. Ma siamo sicuri che sono sulla Terra? Torno barcollando in camera, mi butto a peso morto sul letto, fisso il soffitto. Sono un pezzo di zattera alla deriva sul lenzuolo del Famila. Cerco di tornare tra le braccia di Morfeo, lo chiamo, non viene. Mi affido ai piani superiori: Signore, dammi le pecorelle da contare…mandami tante pecorelle…che il mondo sia pieno di pecore…pecore grandi ma soprattutto pecore piccole…che la pecora sia con noi, amen. Sipario. Svengo in un sonno profondo. Non so dove mi teletrasporto…passa un tempo che pare eterno eppure è meno di niente. Ore 8.26 riapro di nuovo gli occhi. Dove sono? Come mi chiamo? Sono un pollo con le patate intorno? Perché non spegnete ‘sto forno? Mi alzo di scatto, vado per inerzia, non so neanche che sto facendo, trascino i piedi in cucina…Caffè, caffè…implora un neurone sudato. Zitto…non parlare…non si parla la mattina… è maleducazione. Prendo la moka, la svito, la lavo, apro il barattolo del caffè: nooo…è finitooo…Signore onnipotente, perdona questa tua figlia, perché non sa quello che fa. E niente, mi tocca scendere al bar. Allora, Gioia, calma…una cosa alla volta…ce la puoi fare. Intanto, vestiti. Eh, si fa presto a dire “vestiti”. Dove sono le braccia? E le gambe?? E i vestiti??? Vedo un copricostume nero, lo indosso, mi specchio. Ma dove cazzo vado? Ok, ci metto qualcosa sotto. Infilo una canottiera al volo che non ci azzecca una cippa. Mi specchio. Mi schiferebbe anche il marocchino della Coop. Cambiare subito look. Maxi maglia e leggins? Mi pare di ricordare di averne un paio. Sono nel primo cassetto? No. Nel secondo cassetto? No. Allora nell’armadio. Tiro fuori e butto tutto per aria…niente. Di leggins neanche l’ombra. Di questo passo farò colazione a mezzogiorno. Adesso basta, la prima cosa che vedo, la metto e arrivederci. Eccomi: maglietta nera con orlo scucito classe 1984, pantalone palazzo con spighe di grano stilizzate, ciabatte di plastica blu elettrico. Gioiè, almeno le scarpe, su…ma, cazzarola, ho il bar sotto casa, avrò il diritto di andarci con le ciabatte, no?? Per la faccia naturalmente non c’è niente da fare: inforco i maxi occhiali bordeaux, che la mascherano quasi tutta, senza, ahimé, arrivare a coprire quelle sette righe del cuscino che mi solcano la mandibola sinistra come cerchi nel grano. E i capelli? Questo elastico sgommato che li tira su alla meno peggio andrà benissimo. Oplà…Misery non deve morire per servirla. Dai, ma scendo per un caffè, ci sto due minuti, co’ ‘sto caldo c’è l’emigrazione di massa in spiaggia, chi vuoi che mi veda?? Prendo le chiavi, chiudo la porta, ascensore, strada, bar, bancone del bar…uno, due, tre…ed ecco…IL MONDO. A ondate regolari tutti (e dico tutti)  gli abitanti della Terra che ho incrociato in vita mia salgono sull’Arca di Noè: conoscenti, amici, parenti, amici dei parenti, nemici di amici apparentati, ex fidanzati regolari, amanti resettati, colleghi del posto di lavoro, mega direttori galattici del posto di lavoro, gente di mare che se ne va, due piccoli serpenti, un’aquila reale, i due liocorni e pure…Brad Pitt. “Oh, ciao Brad, come stai?”. “Eh, Dio non peggio”. “Come mai da ‘ste parti?”. “Ma, passavo di qua per caso…”. “Brad, da Los Angeles a Jesi per caso?”. “Aho, la meringa de Bardi, è sempre la meringa de Bardi”. “Questo è vero. E la pora Angelina?”. “Lassa perde. Come cazzo c’ho pensato a ‘nfrociamme co’ quella??”. “Ah, quando te fissi, non te schioda manco el Bambinello”. “Certo che con te era tutta n’altra storia”. “Cojò, ammò no ‘rcomincià eh…Senti, io bisogna che fo colazio’ che me se gira la zocca”. “Ce mancherebbe…dai…offro io, que piji?”. “Ma lassa sta’…”. “E perché mai? Me fa piacere! Cappuccio e sandwich come ai vecchi tempi?”. “Vedo che la memoria non te fa difetto”. “Dalla cintola in su ancora me funziona nigò. Capo, un cappuccio, un sandwich e per me un succo alla pera, ma non del frigo, me raccomanno”. “Sì tutto paccatroni, po’ bei la pera calda come le creature…non te vergogni?”. “Scindò me vie’ la colite. Oh, mettemoce a sede, dai, chiacchieramo”. “Ah Brè…non te offende…ma io già ho discorso troppo…non je la fo più a parla’…cel sai, no? a me la madìna me basta l’aria del dipanatore pe’ famme gì a cappello…abbi pazienza: tira via a damme ‘sto cappuccì eppò famo el gioco de Baglioni, occhei??”.  E Brad Pitt muuuuto.

Legge del bar: quando esci de casa brutta come ‘na coccia de fava, incontrerai tutti ma proprio tutti, inclusi: Lady Oscar, Sandy Marton, Antonello Cuccureddu, la Regina Elisabetta, Braccobaldo Bau, l’Omo Ragno, Pavel Tonkov, Sotomayor, il nano di Twin Peaks, ObiWan Kenobi, il dottor Spock e Jimmy Fontana.

Legge della pressione bassa: puoi anche essere Brad Pitt, ma de prima mattina non devi caca’ er cazzo.

(gioia.morici@qdmnotizie.it)

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COTTO E MANGIATO / LA RUBRICA DI GIOIA MORICI

TACCHINO AL WHISKY – RICETTA

Acquistare un tacchino di circa 5 chili per 6 persone e una bottiglia di whisky; sale, pepe, olio d’oliva e lardo.
Lardellare il tacchino, cucirlo, aggiungere sale e pepe e un filo d’olio.
Scaldare il forno a 250 gradi per 10 minuti.

Nell’attesa bersi un bicchiere di whisky.

Mettere in forno il tacchino su un piatto di cottura.
Versarsi altri due bicchieri di whisky.

Bettere il dermosdado a 300 gradi ber 20 minuti.
Versciarsci dre bicchieri di whisky.

Dopo una messci’ora, aprire il forno della porta e sciorvegliare la bollitura del tacchetto.
Brendere la vottiglia di vishschi e infilarscene una bella golata nel gargarozzo.

Dopo un’altra bezz’ola, trascinarsci verscio il forno, spalancare quello sbortelletto di merda e ributtare – no, rimirare – no – insomma, mettere la gallina nell’altro verscio.
Uscitionarsci la mano con il borno, il tonno, il forno del gazzo e chiuderlo.

Cercare di scedersci su una scedia e verscarsci un uissski dibikkiere o il contrario, non sciò più. Nuocere – no, suocere – no cuocere no, ah sì… cuocere l’animale be ore.

Eh hop!, un altro bicchierino! Sciempre gradito. Levare il forno dal dacchino.
Rimboccarsi angòra un po’ di wisdky.

Gercare di nuovo di estrarre il bennuto, pecché la prima volta no ci sciamo riusciti.
Raccogliere il facchino caduto sul bavimento.
Bulirlo con uno straggio e sbatterlo su un gatto, un matto, un piatto. Ma vaffanculo.

Sbaccarsi la faccia a causa del grasso ribasto sul pavimento della cugina e cercare di rialsarsi.
Decidere se si sta meglio tutti giù per terra oppure rialzarsivi e nel dubbio finire la bottiglia di rhisky.

Arrambicarsi sul letto e dorbire dudda lanote.
Alzarsi la maddìna e buttare il tacchino freddo dalla finestra.

Fidanzarsi col kebabbaro sotto casa.

(gioia.morici@qdmnotizie.it)

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COTTO E MANGIATO / LA RUBRICA DI GIOIA MORICI

MATURA LO DICI ALLA MELA

Giorgio Caproni tra le tracce della maturità 2017. Giorgio Caproni. Ma chi cazz’è?? Ecco, attraverso Caproni, oggi voglio riflettere con voi sulla straordinaria capacità della vita di sorprenderti. Sempre. Voglio dire, affronti l’esame di maturità, studi come un matto, ti fai i foglietti dei temi coinvolgendo anche la settima generazione dei parenti, scardini i siti dei Servizi Segreti per calcolare le probabilità con cui uscirà Manzoni piuttosto che Leopardi, come un allenatore di calcio pianifichi tutte le strategie di gioco possibili e immaginabili e poi?? All’85° entra in campo Diego Armando Maradona Caproni, ti infila un gol a palombella all’incrocio dei pali e ti incula. Ecco, te lo devi sempre aspettare un Diego Inculando Caproni che non avevi previsto. Anzi, proprio perché non lo avevi previsto, el Pibe de Caprons ci sarà. Di primo acchito potresti pensare: “Ma come? Per tutto l’anno scolastico mi asfalti i coglioni con La nebbia agli irti colli, Il fanciullino, l’aratro in mezzo alla maggese, Mastro Don Gesualdo e compagnia bella, è un miracolo se non tento il suicidio dietro il banco…e poi vuoi il tema su CAPRONI?? Ma perché? Dove l’hai pescato?? Che t’ho fatto di male?? Ma allora vuoi che fallisca…sei fetido, sei marcio, sei una carogna: tu, Ministero della Pubblica Distruzione, sei una merda”. No. Frena la mula. Così non la sfangherai mai. Cambia prospettiva e stampati questo principio nella zucca: la vita non procede per schemi. Certo è una roba che ti fa cagare nelle mutande. Ma se ti fermi e guardi un po’ oltre, ti accorgerai che sta proprio lì IL BELLO: in quello che non ti aspetti, che non avevi calcolato, che ti strappa dal quadro e ti lascia stupefatto. Qui tu puoi fare la differenza. D’accordo, sta piovendo a dirotto e non hai l’ombrello. Ma invece di imprecare, IMPROVVISA. Balla sotto la pioggia come Gene Kelly, sbatti i piedi nelle pozzanghere, lascia scorrere l’acqua sulla faccia, schizza i passanti che ti guardano senza capire. Vuoi vedere che ne vale la pena? Che ne esce qualcosa di buono? Tornando a Caproni: leggi la poesia della traccia, non importa se è la prima volta che ci sbatti il grugno. Di cosa parla? Cosa evoca in te? Ti piace? Perché? Che raffronti faresti con gli autori che conosci? Ecco, lo vedi? Non è poi così difficile scrivere ‘sto tema. Anzi, forse ci stai prendendo gusto. Scommetti che ti danno pure un bel voto? Un po’ quello che è successo a me quando, nel 2.180 Avanti Cristo, ho affrontato la mia maturità. Ai tempi, dopo lo scritto, andavi all’orale di fronte a una commissione esaminatrice esterna che ti interrogava su due materie a scelta. Beh, io avevo scelto italiano e inglese. Il programma di italiano ce l’avevo tatuato virgola per virgola anche nei bulbi piliferi. Inglese? Non esagero se dico che sapevo anche quanti peli nel culo aveva la Regina Elisabetta. La famiglia reale non era nel programma? Fa niente. Io ero preparata su tutto. Eccomi, il giorno prima dell’orale, mentre mi dirigo baldanzosa e giuliva a scuola per consultare i fogli delle convocazioni. Sono davanti alla vetrata, cerco “VE Liceo Linguistico Lorenzo Lotto”, scovo il foglio, scorro col dito…Lavezzari, Marcelloni, Milella…Morici: Italiano – Russo. Calma, ho letto male. Col dito (paralizzato), torno a scorrere i nomi. Voce nel cervello: Gioia, trova Morici. M come MERDA, O come OH CAZZO, RI come RIDAMMI L’ARTERIA GIUGULARE CHE M’È SCHIOPPATA, CI come mortacCI TUA. Ndo sta el nome mio?? Traccio con un righello immaginario la traiettoria e, ok, adesso SICURAMENTE sono nella riga giusta. Morici: Italiano- R U S S O. Russo-Russo-Russo. Eh, sì, il Presidente di Commissione, che Dio lo abbia in gloria, aveva deciso che fossi tra i pochi eletti nella storia della maturità italiana a provare il brivido del cambio della materia. Ho ancora scolpita nella memoria la corsa in bici di ritorno verso casa: pedalavo a tutta randa con un’unica lacrima gigante da 152 chili in mezzo alla faccia che mi copriva completamente la visuale. E, credetemi, la tentazione di sterzare e buttarmi con la bici in un dirupo m’è venuta. Perché, ve lo giuro, io non mi ricordavo UN CAZZO DI NIENTE di russo. Avete presente manco che vuol dire “da sfidània”?? Mi veniva solo da bestemmiare (in italiano) ma non ne avevo il tempo, capite? C’era meno di una giornata a disposizione e mi serviva tutta per prepararmi ad affrontare il plotone d’esecuzione. E io, a quel plotone, non gliel’avrei data vinta MAI E POI MAI. Potevano scuoiarmi viva e non avrei emesso un lamento, anzi, avrei sorriso. Con questo spirito ho affrontato la mia maturità: tu all’85° mi sostituisci Lord Byron con Fedor Dostoevskij? Io te lo marco con Claudio Gentile che je spezza un menisco. Beh, durante quell’interrogazione ho fatto di tutto: ho ripescato versi lirici imparati a memoria anni prima, ho cantato “Katiuscia”, ho improvvisato una supercazzola inventandomi di sana pianta termini inesistenti. Ma ero così convincente che era impossibile non darmi credito. E alla fine è andata bene. Beh, a parte il fatto che ho impalato il Presidente di Commissione. Del resto, mentre balli sotto la pioggia, l’ombrello da qualche parte lo devi pur infilare.

La vita è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri progetti (John Lennon).

(gioia.morici@qdmnotizie.it)

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COTTO E MANGIATO / LA RUBRICA DI GIOIA MORICI

SÈCCHESE EN’ DE SITI, EPISODIO 1: PENZIERI SCIORTI

– Amò, te posso dì le cose zozze?
– Tipo?
– Tipo che m’arraperebbe che nel mentre che metti su la cùccuma, er sottoscritto se avvicina da tergo e solleticamente ti accarezza le zinne, a seguire le mani scennerebbero insotta, verso la montagna de Venere, laddove s’ingrovigliano le faccenne e, dopo aver pomiciato q.b. (quanto basta), mentre che er caffè si abbrucia, le mie mano scavallerebbero le tue natiche e finalmente mi ritroverei nella tua selva oscura, indove, molto lentamente, andrei a denudarti. Che ne penzi?
– So’ ‘mpietrita, amò.
– A sua volta mi despoglierei pure io, indi, accarezzandoti sdraiatamente e pieno zeppo di ardore, ma stando anche attento a non rovesciare qualziasi cosa all’intorno di noi che scindò te ancazzi, introdurrei (ascusa la schiettezza) l’elemento A nel sito B. Che ne dici?
– Amò, dico che quanno che introduci A in B, non devi che da fare come ar solito.
– Cioè?
– Cioè ‘gna che impari a non cure a tutta callara, ma a procede co’ un certo andamento lento.
– Come Tullio De Piscopo?
– Esatto. Finiscitela de ingranà la quarta poi per S. Maria Nuova svoltare a destra. Nel dacce sotta del movimento pelvico, sì, inzomma, in questo tuo avanti e ‘ndrè Francia-Spagna, non estromette de corsa l’elemento A dal sito B, bensì devi che da prolungà la permanenza interna, intendi?
– Amò, co’ tutta ‘sta geografia, me so’ perzo.
– Dai, tesò, n’è difficile: ipotizzanno che er percorso dell’elemento A nel sito B si estenna in una retta immaginaria da 0 a 5 (e ritorno), l’inoltro me lo inserisci a 5, il trainaggio me lo assesti a 2,7 e poi svariati calibri, le discese ardite e le risalite e così via nei secoli dei secoli amen. Pertunque lo sanno anche gli alfabeti: in qualsivoja posizione suoni er ciufolo (sotto, sopra, de lato, a zainetto, stile libero, rana, farfalla, dorso, tuffo carpiato e doppio avvitamento mortale) è gradito l’incastro intenzo co’ le mano de lui che tìreno er corpo de lei attraverso l’acchiappo der deretano e/o anca sbilenca verso er corpo de lui medesimo. La visione è consigliata a un pubblico di soli adulti. Per i non udenti, pagina 777 di televideo. Grazie per l’ascolto. Buonasera.
– Amò, hai visto? Hanno interrotto er filme…porca troia, proprio adè che se stavano a ‘ngroppà.
– Che te spiego affà le cose vaginali sci guardi la televisiò e non me stai a sentì?
– Amò, ho capito, ho capito…quanno che faccio Francia-Spagna nel ritorno me devo da fermà poco dopo er confine, che ne so, in Andorra.
– Ecco, sei er solito fregnone.
– Pe’ forza, la tua intelligenza intellettuale me sfloscia er sentimento e pure la mutanda. Amò, c’ho n’idea: da oggi stamo sciorti e disinvorti, vabbè?
– Ma, amò, che vor dì? Che si ce scatteno la fottografia dovemo da ride?
– None, che dovemo da trombà ma manco tanto, scindò ce piamo troppo gusto.
– Ma se non ce piamo gusto che trombamo affà?
– Amò, e non sta sempre a sottilizzà, mettete prona e no roppe li cojoni.
– Ma posso da godè??
– Scine, ma non troppo.
– E come se fa?
– Devi da sta’ SCIOOORTAAA, ma no lo capisci l’itagliano??
– Accuscì a coscia larga sto abbastanza sciorta?
– No de più.
– Alluscì??
– No de meno.
– E ‘na madonna, amò, e decidete…te sei deciso?
– No. Sì. Forse.
– Amò, me pari un po’ confuso.
– Me sento strano.
– Sarà la peperonata de cozze de ieri.
– Poesse.
– Dai, amò, pitte un arcaserze e vattene a…dormì.
– Grazie amò, so’ tanto stanco.
– Notte amò.
– Notte.
– Oh amò…
– Eehh….
– Dormi sciorto, occhei??
– Cioè?
– Cioè che si te scappa da scureggià nun te trattenè che te fa male.
– Ok amò, grazie, sei un tesoro.
– Prego amò. Notte.
– Notte (Prrrrrrrrrrrrrrrrrr).

Ultimo fermo immagine prima dei titoli di coda: amò maschile russa co’ la bava alla bocca, amò femminile guarda attonita er soffitto e il pubblico nun capisce che ne sarà di noi. Ai postumi l’ardua sentenza.
DE ENDE.

(gioia.morici@qdmnotizie.it)

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COTTO E MANGIATO / LA RUBRICA DI GIOIA MORICI

LA MOSCENZA

Entro in un bar. Ho una fame della Madonna. E quando dico “fame della Madonna” significa che ho i canini col filo di bava a spenzolo perché il mio stomaco è vuoto da 12 ore. Significa che in questo esatto momento esisto esclusivamente per cacciare roba solida nel mio apparato digerente. Significa che il mondo intorno a me è trasfigurato in molteplici forme di cibo: cannoli con la crema, sfilatini alla mortazza, quadratoni di lasagna. Significa che ho un solo imperativo nel cervello: magna. Significa che non me devi rompe i cojoni. Una mastodontica scritta al neon lampeggia nel mio cervello: “pizza”. Ho le idee molto chiare: una bianca con la cipolla, una rossa senza mozzarella. La bellezza sta nella semplicità. Negli opposti che si attraggono. Nella complementare perfezione degli incastri. Per fortuna non c’è nessun cliente a parte me al bancone, quindi penso: “Bene, il campo è sgombro da ostacoli”. Grandissima cazzata, perché alle mie spalle c’è la donna invisibile. Una vecchia nana, incollata al braccio della sua badante rumena, che sguscia direttamente dall’oltretomba, fa un magistrale dribbling alla Maradona e mi si piazza davanti. Sarà alta un metro e quindici, tinta henné  Chuck Norris featuring  Roberto Carlino, occhiali Al Bano 1961, ciabatta Defonseca col ditone valgo prensile. Noooo…la vecchia nooo. Anche il barista è spiazzato. L’attimo prima stava per servirmi, avevo i suoi occhi nei miei, la D di “Dammi la pizza” pronta a uscirmi dai denti, poi è apparsa la vecchia, come la Madonna di Medjugorje, e che cazzo fai? Non la fai passare avanti? Anche il peggiore dei cafoni, di fronte alla moscenza senile, cede. Moscenza: stato flaccido non solo del corpo ma anche dell’animo. Se sei moscente sei più che molle. Sei stanco, debole, scolorito, opaco, inconsistente, gelatinoso. Con sfumature di Alzheimer a intermittenza. Si può negare il primo posto della fila a una moscente? Quindi il barista sposta l’inquadratura su Lilliput e io, silenziosamente, rinculo. Seconda grandissima cazzata. Mai sottovalutare il nemico. La vecchia è moscente sì, ma la vastità del suo rincoglionimento scavalca qualunque barriera spazio-temporale per ficcarsi in modo granitico nella stanza. Il suo frastuono mentale riempie ogni angolo, traiettoria, anfratto, come una forza malefica, prima allargandosi a macchia d’olio, poi prendendo la forma di ogni singola cosa le sia attorno, per scivolare, occupare e infine stazionare definitivamente lì, nella mattonella dove l’hanno sospinta. E se prima era medusa ora è una statua dell’Isola di Pasqua. Non si sposta. È tungsteno. Nulla la muoverà da quella minuscola fetta di cosmo che è diventata la sua nuova casa, ci sta facendo le radici, la sta arredando col pensiero, si è seduta sul suo sofà color salmone, ha una copertina all’uncinetto sulle gambe e si è appena sintonizzata sulla centocinquantunesima puntata de Il Segreto. Non ho alcuna chance di riavere gli occhi del barista per me, a meno che lei non soccomba, ma Highlander, a dispetto dei cromosomi umani di cui è composta, non trapasserà. E infatti è lì, con la cataratta appannata davanti alla variopinta parata di vassoi e, nella prigione di un visionario limbo amletico, non sa quale brioche scegliere. Ha le dita uncinate al vetro e fissa un punto indistinto oltre quel confine trasparente, ma non sa neanche lei cosa sta guardando. La badante ucraina continua a ripeterle: “Cosa vuoi, Cesira? Il maritozzo? La girella??”. E lei non risponde. Perché non è qui. È insieme a Pedro e Dolores, a Puerto Escondido. Naturalmente è pure sorda, quindi è totalmente inutile continuare a farle domande, ma la moldava insiste: “Cesira…la girella o il maritozzo?”. E Cesira vaga con la mente…“sasso o forbici?”…è tornata bambina, sta giocando a morra davanti al portone delle scale, ha le treccine rosso-Mengacci fermate col fiocco bianco, adesso va a chiamare le amichette: Isolina, Nunzia, Raimonda…e poi l’altra…cosa lì…com’è che si chiamava?? Elvira? Noo, non è Elvira…ce l’ha sulla punta della dentiera…Francisca Espinosa? See…lallero. Francisca Espinosa è la governante zoccola de Il Segreto. Non se lo ricorderà mai con chi giocava. Sono passati 180 triliardi di anni. Era ancora vivo Ramsete II. “La girella o il bombolone?”. Ma che cazzo dai il bombolone co’ la crema alla vecchia incelofanata, ah slovacca?! Intanto il mio stomaco è diventato fuffa, aria, fluttua nell’etere. Ho perso ogni speranza di nutrirmi. Sono l’ombra di un orfano rinsecchito del Biafra, un colpo di vento mi spazzerà via e verrò cancellata dalla faccia della terra per sempre. Io. La vecchia ovviamente sarà ancora qui, tra un fantastiglione di secoli, a scegliere che minchia mangiare per colazione. Coi suoi vuoti autistici e il sorriso di circostanza incastonato tra le pieghe della faccia. Ci saranno le navicelle spaziali e i bastioni di Orione tra le porte di Tannhäuser e androidi bellissimi come Rutger Hauer quando se trombava pure le formiche sui muri. Vorrei far uscire a mo’ di desiderio estremo questo grido: Cesira, abbi pietà di me…sopprimimi! Ma non posso sprecare l’ultimo lembo di forza. Quindi scelgo di accogliere la mia agonia con dignità. E lentamente, inesorabilmente, porcatroiamente…muoio.

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PATONZA E DINTORNI

Metafisica della zibellina: parliamone. Ebbene sì: oggi andiamo a confrontarci con alcune circostanze surreali che, nel variopinto mondo di una donna, sono correlate al suo contenuto baffino. Non quello alto. Quello basso. Laggiù. Tra il lusco e il brusco. Sulla via dove volano le aquile. Il nido del cuculo. Ma un po’ più avanti del cuculo. Dalla parte opposta dell’emisfero boreale. The other side of the moon. Così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare. La passera, insomma. In particolare voglio parlarvi di quelle pubblicità assolutamente, indiscutibilmente, insopportabilmente ASSURDE che gravitano attorno alla gattona siamese. Certo c’è l’imbarazzo della scelta: la tv ci propone donne che non vedono l’ora di incastrarsi la gonna nell’ascensore per rimanere smutandate, signore soddisfatte dalla vita perché riescono a nascondere il fastidio dei tacchi alti e del mestruo, donzelle felici di mettere alla prova maschi beoti sui “misteri” di un tampax…Eppure io non ho dubbi: il premio oscar dell’imbecillità va a….(rullo di tamburi)…lo spot della crema VAGISIL. Io ve lo giuro, ogni volta che passa in tv, telefonerei a quello che l’ha inventato, per chiedergli che cazzo di droghe assume. Praticamente c’è ‘sta ragazzina in preda a uno sturbo non identificato che telefona alla madre e, senza mezzo preambolo (che so…Pronto, mà, me faresti la parmigiana al forno stasera?), spara a secco ‘sta frasetta: Ciao mamma, oggi ho un fastidioso prurito…intimo. E la madre, mica se scompone…noo. Che fa? Sorride tutta orgogliosa e le consiglia la cremina rinfrescante. Dunque: a parte il fatto che, se a 15 anni già te pizzica la patonza, non gimo tanto be’. Ma, in generale, a voi ve sembra una conversazione verosimile? no, dico, è CREDIBILE una scena del genere?? Intanto a 15 anni manco morta glielo dici a tua madre che là sotto c’hai ‘na grattugia, a meno che tu non abbia contratto le piattole e, in quel caso, con Vagisil ce fai i gargarismi. Ma, soprattutto, se a una madre italiana NORMALE, che c’ha talmente tanti cazzi da non sape’ da quale incomincia’, tu, a bruciapelo, je dici “me pizzica”, quella – sicuro – te risponde: 1) grattatela e non rompe i cojoni 2) ma se può sape’ che madonna combini a 15 anni?! (e c’è caso pure che te becchi un mal rovescio). Invece no, in pubblicità c’è la mamma iper “moderna” che non batte ciglio e seraficamente coinvolge la figlia nelle sue vicende ginecologiche: A volte succede anche a me, ma io uso Vagisil crema. Come a dire: A me lo dici che te pizzica?? Dopo che c’è passato babbeto, certe grattate! Ma tranquilla, te do la pomatina mia e te ‘rtorna come nova! Provare per credere, la pischella richiama giuliva e conferma: Hai ragione mamma, mi è passato tutto! Ed è talmente contenta che da un momento all’altro pare che aggiunga: …Stasera, oltre a Mario, tocca ‘ncora a Gino! Allora, io capisco che inventarsi qualcosa di originale per pubblicizzare certi prodotti non sia facile, però, porca zozza, almeno evitiamo la fantascienza! Ecco, sempre a proposito di cose che non stanno né in cielo né in terra, ricordo sui giornali anni fa la pubblicità della “Mooncup”. Cos’è? La versione ecologica degli assorbenti tradizionali ovvero un piccolo imbuto in silicone (lavabile, riciclabile e salva-ambiente) che si infila nella bernarda in quei giorni lì. Sì, insomma, lo pieghi come un origami e lo posizioni nell’apposita vaschetta, dove lui, riassestandosi a forma a “U”, raccoglie quello che deve raccogliere. Dopo qualche ora sfili, svuoti, lavi e rimetti. Beh, nella pubblicità insistevano a dire quanto fosse “comoda” ‘sta coppetta. Adesso, per carità, va bene tutto, dimmi che è igienica, dimmi che è innovativa, che rispetta la natura…ma comoda? COMODA?? Comode sono le pantofole di pelo, il minipimer che ti sminuzza la cipolla, i Sofficini Findus che li butti in padella e in 5 minuti la cena è pronta, ma la coppa UEFA nella passera NO, daaai, NON è comoda! Per carità, per me ti ci puoi ficcare anche il boccale della birra, la passera è la tua, ci mancherebbe, ma se dici che stai comoda è una bugia grossa come una casa! No-no, non fa per me ‘sto futurismo mestruale…e poi si vedrebbe lontano un miglio che nascondo il Sacro Graal perché sarei tesa come ‘na corda de violino. Hai presente quando a Capodanno vuoi fare la figa e ti metti i tacchi ma qualcuno ti appioppa il pentolone delle lenticchie e allora, per non rovesciarlo, cammini rigida come uno stoccafisso? Ecco, così. Ma chi l’ha inventata ‘sta roba? Sicuro un uomo. Lo stesso di Vagisil, convinto che noi femmine stiamo lì dalla mattina alla sera a scartavetrarci la gattoparda, quando in realtà siete voi maschi a sfregarvi continuamente la lampada di Aladino. MA IL GENIO…QUANDO ESCE??

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UNITED STRATES OF FARDELLAS

Caro Dio,

ciao, come stai? Tutto bene? Sì, lo so, è un pezzo che non ci sentiamo e sono sicura che starai pensando “arieccola questa, adesso che cavolo vuole da me??”. Sì, è vero, ti cerco solo nei momenti del bisogno. Ma giuro, Altissimo, quello di oggi è un desiderio piccolo piccolo…se me lo esaudisci ti porterà via un’unghietta di tempo…guarda, ci metti un attimo, credimi. Ascolta a me: non è che potresti farmi provare per una volta nella vita la sensazione di essere SECCA?? Sì, hai capito bene: snella, smilza, asciutta, scarna, smunta…un’acciughetta insomma! Hai presente quelle che stanno su per sbaglio?…quelle che, se tira un soffio di vento di troppo, te le ritrovi in Bosnia Erzegovina?? Ecco, esattamente così. Prima di morire mi piacerebbe tanto sapere cosa si prova a infilarsi un tubino elasticizzato a righe ORIZZONTALI taglia XXS, specchiarsi ed esclamare: “Beh…mi sta un po’ larghetto qui sui fianchi…”. Mangiare e rigirare la roba nel piatto 25 volte e lamentarmi: “Nooo…non ho fame…mi si è chiuso lo stomaco…”. Signore: a me lo stomaco non mi si chiude manco se me ce dai un cazzotto! Ci sono donne che, dopo qualche preoccupazione, sono già calate 5 chili e poi ci sono io che, al primo giramento di coglioni, c’ho l’esofago dilatato a voragine…no, dico, te pare equo, Santissimo?! Allora anche io la voglio provare, almeno una volta, l’euforia di salire sulla bilancia e vedere la lancetta sì e no che se sposta! Voglio passare davanti a un bombolone con la crema e pensare “Uuh…che schifo…”…Voglio inghiottire due fogliette d’insalata e sospirare: “Mamma mia…quanto sono piena!”. Signore, fai uscire da questo corpo l’amore per il carboidrato. Sì perché io per il carboidrato provo amore allo stato puro. Amore con la A maiuscola. Per me il carboidrato è come il diamante: è per sempre. Solo che, sai com’è, magna il carboidrato oggi, magnalo domani, la fardella s’è stratificata. E mica c’ho più vent’anni, quando smaltivo anche i sassi de Montemarcia’! Adesso gli strati de fardella me se contano come l’età della cerqua! Ecco, Signore, un giorno senza fardella stratificata me lo concedi? Ma che ti costa?? Mica ti chiedo di cancellare la fame nel mondo…solo LA MIA! Certo…la mia di fame è impegnativa…ma per 24 ore lo potresti pure farlo ‘sto sforzo…un impercettibile, microscopico giorno, che cosa vuoi che sia al cospetto dell’immensità?? Lasciami provare il brivido de magna’ come un porco senza ingrassare. Sìììì….VOGLIO MAGNA’ E ESSE SECCA….ESSE SECCA E MAGNA’! Abbuffarmi di agnolotti con la panna e avere un culo piccolo come un francobollo! Ma quale sveglia alle 5 de mattina per andare a correre?? Ma quale dieta?! Quali sacrifici?!? Oh, mio Signore, senti che brutta questa parola…“sacrificio”!?? Padre nostro che sei nei cieli, liberami dal sacrificio e dammi la secchitudine suprema per un giorno. Fammi essere una di quelle femmine insopportabili che, proprio mentre stai inzuppando la patata fritta nella maionese piena di sensi de colpa, ti confessa: “Sai, io mangio qualunque cosa ma proprio qualunque e non ingrasso, è questione di metabolismo, brucio tutto….io”. E io invece adesso pio ‘na tanica de benzina e te do fòco, guarda un po’! Vedrai dopo come bruci, brutta stronza risecca che non sei altro! Scusa, Signore…hai ragione…le parolacce non si dicono…e non è per niente carino dare fuoco alla gente…ma se tu esaudirai questo mio umile desiderio, ti prometto che butterò via tutti i cerini. Allora, riassumendo: siamo d’accordo, ok? Domattina mi sveglierò e peserò 45 chili – ciabatte, mutande e cacca incluse. Certo, quando mi guarderò allo specchio senza manco una sfoglietta de lardo, un grande dilemma mi attanaglierà le meningi: DI TUTTA ‘STA SIMPATIA, MO’ CHE SO’ SECCA, CHE ME NE FACCIO?? Vabbe’, Signore, vorrà dire che mi toglierai anche un po’ di ironia, che sennò magra e pure simpatica SO’ TROOOPPO FIGA!!!

Certa di un Suo cortese riscontro e augurando tante belle cose a Lei e tutta la Sacra Famiglia, porgo i miei più

Distinti saluti.

PS: St’anno con la prova costume so’ messa così male che, se avvicino una conchiglia all’orecchio, sento: AHAHAHAHAHAH!

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COTTO E MANGIATO / LA RUBRICA DI GIOIA MORICI

NON APRITE QUELLA PORTA

 

Ostia, 19 maggio 2017: Papa Francesco si presenta alle porte dei fedeli per benedire le loro case come un parroco comune. Leggo la notizia e mi chiedo se avrà suonato due volte come il postino. Poi mi immagino le reazioni di quei laziali che, con  la cornetta del citofono in mano, si sentono dire che dall’altra parte c’è il Pontefice: “Driiiin”.“Chi è?”. “Il Papa”. “Ma vaffanculo”. Oppure: “Toc toc”. “Chi è?”. “Francesco Primo”. “Sì…e io so’ Fracazzo da Velletri Secondo!”. O magari: “Dlin dlon”. “Chi è?”. “Francisco Bergoglio”. “Ah Peppì, smettila de fa’ er coglione e sali che è ora de pranzo!”. E qui mi torna in mente un episodio che mi è successo ai tempi dell’università, quando avevo ancora le energie, la voglia ma soprattutto il fegato per affrontare serate impegnative. Tirate fuori i popcorn perché è roba molto grossa.

Bologna, fine anni ’90. In compagnia di amici vado ad una di quelle feste in cui si fa baldoria come non ci fosse un domani né un dopodomani. Troppo provata per far ritorno a casa, decido di fermarmi a dormire da Valeria e Stefania, marchigiane come me, che abitano poco distante dal luogo dei bagordi. Quando ci corichiamo è tardissimo, adesso non ricordo esattamente l’ora, ma quelli erano tempi in cui si circumnavigava l’alba. Vi lascio immaginare in quale stato comatoso stiamo dormendo, quando, saranno a malapena le 9.30, suona il campanello. O meglio, il primo suono probabilmente neanche lo avvertiamo, tanta è la nebbia in corpo. Quasi certamente è il secondo che sentiamo, ma, ovvio, nessuna di noi ha intenzione di muoversi. Il terzo suono, decisamente più vigoroso, arriva invece bello nitido, ma rimaniamo comunque a letto: chiunque stia pigiando il campanello, non ottenendo risposta, prima o poi se ne andrà. Purtroppo non immaginiamo che aldilà della soglia c’è un tipetto ostinato, il quale, dopo breve pausa di riflessione, decide di attaccare il dito al bottone per un tempo indeterminato. Un suono unico, lunghissimo, insostenibile, di quelli che perforano i timpani e raggiungono direttamente il cervello. La mia amica Valeria, dopo tanta sfacciata insistenza, non ci vede più dai nervi: con scatto rabbioso si catapulta verso la porta, riempendo minuziosamente il tragitto dei peggiori improperi: “MA SE PUÒ SAPE’ CHI CAZZO È CHE ROMPE I COJONI DE PRIMA MATTINA?? E SÒNA ALLA FREGNA DE MAMMETA CHE LÌ C’È TRAFFICO, BRUTTO TESTA DE CAZZO CHE NON SEI ALTRO! MA VATTE AFFADANTELCULO TE E QUELLA ZOCCOLA DE TU’ SORELLA…PORCA MADOSCA IMPESTATA CULAROTTA!”. E via andare con frasette così, in cui l’epiteto più mite è “vammoriammazzato”. Dopo tale crescendo di insulti da scaricatore di porto, urlato a pieni polmoni affinché venga chiaramente percepito dal pianerottolo, Valeria arriva all’ingresso dove, in preda ai fumi dell’ira, commette un errore madornale: non controlla lo spioncino. Per cui, nel bel mezzo di un “vaffanculo” gigante, spalanca l’uscio e chi si trova davanti? IL PARROCO PER LA BENEDIZIONE PASQUALE. Vado ora ad illustrarvi la mise con cui Valeria si presenta al cospetto di un Pastore della Chiesa: maxi maglia di cotone fucsia (sporca) con la scritta “PORCAhontas”, nessun pantalone del pigiama, mutanda a pacca-persico delle migliori occasioni, capelli sbaruffati con residui di vodka sparsi, trucco sbavato tipo Panda del Nepal. Silenzio agghiacciante di alcuni interminabili secondi dopo il quale, a orecchie molto basse, Valeria viene a implorarci di raggiungerla in soggiorno, dove tutte e tre ci ritroviamo con lo stesso aspetto da mignottoni moldave, aggravato da gravi difficoltà cognitive, motorie e sensoriali. Il prete, per niente scoraggiato dall’essere di fronte alle figlie di Satana, come un novello martire della Fede, vuole comunque benedirci. Piccolo (si fa per dire) particolare: in quel soggiorno la sera prima abbiamo celebrato il compleanno di tale Federica, per cui in giro c’è di tutto: bottiglie di alcolici, cibo avanzato, piatti, stoviglie e bicchieri sporchi, nonché il “delicatissimo” regalo alla festeggiata: un cuscino gigante su cui è disegnato un albero dalle evidenti allusioni falliche e lo slogan SOGNI D’ORO COL TRONCHETTO DELLA FELICITÀ. Umili peccatrici in evidente flagranza di reato, cerchiamo (assolutamente invano) di darci un contegno con ‘sto foglietto delle preghiere in mano, mentre il prete ci cosparge il capo con energiche spennellate di acqua santa a mo’ di esorcismo. Poi, nel bel mezzo di un Padre Nostro, troviamo il coraggio di alzare gli occhi dal pavimento, ci guardiamo e, dopo qualche spernacchiamento mal trattenuto, esplode una fragorosa, sguaiata, incontenibile risata. Avete presente quelle risate in cui ti accartocci perché ti fanno male le budella e ti devi tenere la pancia mentre ti scendono le lacrime? Appunto, una roba dirompente così, tanto che il povero sacerdote è costretto a porre velocemente fine al rito e andarsene (amen), mentre noi rimaniamo ancora a lungo distese sul pavimento a ridere.

Ecco, a distanza di oltre vent’anni, oltre che rendermi conto che quel silenzio mortificato di Valeria è una delle cose più divertenti che abbia mai udito in vita mia, colgo l’occasione per dire a tutti gli operatori religiosi all’ascolto (Papa incluso) che, dopo un paio di scampanellate al massimo, è decisamente opportuno ritornare in parrocchia.

LA RUBRICA È FINITA, ANDATE IN PACE E BEVETE CON MODERAZIONE (“MODERAZIONE” CHI??).

(gioia.morici@qdmnotizie.it)

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