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Arbitri, squadre e tifosi: come le frontiere USA stanno rovinando il Mondiale

Doveva essere “il più grande evento che l’umanità abbia mai visto”. Così il presidente della FIFA Gianni Infantino aveva presentato il Mondiale 2026, il primo della storia diviso tra tre Paesi (Stati Uniti, Canada e Messico), con 48 nazionali partecipanti e ben 104 partite totali.

Un torneo pensato per unire un intero continente e per celebrare il calcio come linguaggio universale. A poche ore dal fischio d’inizio, l’immagine che arriva dall’altra parte dell’Atlantico è però un’altra: quella di un campionato che, ancora prima del fischio d’inizio, sta già dividendo, respingendo, selezionando chi può partecipare e chi no.

L’arbitro respinto e il precedente che non c’era

Il caso più clamoroso porta il nome di Omar Abdulkadir Artan, arbitro somalo, eletto miglior direttore di gara africano del 2025, e il primo dalla Somalia designato ad arbitrare una Coppa del Mondo. 

Atterrato a Miami con regolare visto d’ingresso e perfino un passaporto diplomatico, è stato fermato, interrogato e infine respinto senza alcuna spiegazione, solo generici “problemi di verifica”. Si tratta di un episodio gravissimo, trattandosi Artan di un ufficiale scelto formalmente dalla commissione di Pierluigi Collina della FIFA. Difficile trovare un precedente simile, persino nei Mondiali ospitati dai regimi autoritari passati.

L’Iran costretto a giocare da pendolare

Quello dell’arbitro Omar Artan non è purtroppo un caso isolato. La nazionale iraniana, qualificata alla fase finale, è stata costretta a vivere il torneo da pendolare: ai giocatori sarebbe stato concesso di entrare negli Stati Uniti soltanto nel giorno delle partite, con l’obbligo di ripartire subito dopo.

L’Iran ha dovuto quindi spostare il proprio ritiro da Tucson, in Arizona, a Tijuana, in Messico, attraversando il confine solo per giocare. Quindici persone tra dirigenti e membri dello staff sarebbero inoltre rimaste in attesa di visto, alcuni con un diniego già recapitato. Sullo sfondo, le tensioni militari tra Washington e Teheran: per la prima volta nella storia, un Paese ospitante è di fatto in conflitto con una nazione partecipante.

Perquisizioni, cani antidroga e visti revocati

Poi ci sono le immagini, quelle che hanno fatto il giro dei social: i giocatori dell’Uzbekistan di Fabio Cannavaro fatti scendere dal pullman e messi in fila per perquisizioni individuali, con tanto di unità cinofile antidroga; i calciatori del Senegal controllati direttamente sulla pista, invitati persino a togliersi le scarpe. 

In alcuni casi le federazioni hanno provato a ridimensionare la situazione, definendole normali procedure di sicurezza aeroportuale. Ma il sottotesto è chiaro: esistono chiaramente delegazioni trattate come se fossero di serie B, in particolare quando provenienti da paesi arabi, musulmani o africani.

A completare il quadro, sono i centinaia di tifosi che hanno scoperto all’ultimo di avere il visto revocato, talvolta (secondo le ricostruzioni) per via di vecchi commenti anti-Trump pubblicati sui social. Secondo le analisi degli esperti sarebbero più di un quarto i paesi, i cui tifosi stanno facendo i conti con il travel ban di Trump, restrizioni all’entrata o rifiuto dei visti.

La promessa tradita della FIFA

Di fronte a tutto questo, la FIFA si è trincerata dietro la stessa formula: le decisioni sull’immigrazione spettano ai governi nazionali, non a noi. Ma fu la stessa FIFA che, per la prima volta, aveva inserito criteri sui diritti umani nell’assegnazione del torneo; ed è lo stesso Infantino che nel 2017 ammoniva che, senza accesso garantito a squadre, tifosi e ufficiali, un Mondiale semplicemente non esiste. 

Oggi quelle parole suonano come una promessa tradita. Amnesty International è stata netta: gli impegni sui diritti umani sono rimasti sulla carta, e i profiling razziali, la sorveglianza e gli arresti arbitrari restano rischi concreti per chiunque deciderà di seguire il torneo sul suolo statunitense

Resta il calcio, l’unica cosa che davvero unisce

Per fortuna, sotto la coltre delle polemiche, ci resta ancora il calcio. L’unico sport che pure in tempi come questo può ancora unire e tenere incollati agli schermi miliardi di spettatori da tutti gli angoli del mondo. 

Per chi segue il torneo gara dopo gara, tra calendari, pronostici e le quote dei bookmaker, l’auspicio è che siano i gesti tecnici, le sorprese e le imprese delle piccole nazionali a riprendersi la scena. Il torneo è solo all’inizio e c’è ancora tempo perché siano il campo e i suoi protagonisti a riprendersi la scena. 

La sfida ora non riguarda soltanto chi solleverà l’ambito trofeo: questo campionato determinerà la credibilità di un’istituzione che, per anni, ha millantato di sostenere i diritti umani e che, alla prima vera prova, ha preferito volgere lo sguardo altrove. Il calcio sopravviverà comunque, com’è sempre stato: la domanda è quanto di quella promessa di unità, sopravviverà a questa edizione del torneo.

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