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Castelplanio La festa del patrono fa volare le mongolfiere della memoria

Il 24 aprile la comunità si è ritrovata per San Giuseppe con giochi, processione e lancio alla presenza anche del vescovo Paolo Ricciardi

Castelplanio – Il borgo si è stretto attorno alla festa del patrono San Giuseppe, rinnovando, il 24, aprile una tradizione ormai consolidata.

Una ricorrenza molto sentita legata, secondo il racconto tramandato in paese, a un terremoto avvenuto intorno al 1700: la comunità si affidò al santo e Castelplanio sarebbe rimasta preservata dai danni di un forte sisma. Da allora la devozione è diventata appuntamento collettivo, capace di attraversare generazioni.

Alla giornata ha preso parte anche il vescovo, mons. Paolo Ricciardi, presente ai momenti religiosi della festa che hanno accompagnato la comunità fino alla processione. Nel pomeriggio spazio anche ai più piccoli, con giochi e attività dedicate ai bambini, prima di uno dei momenti più attesi: il lancio dei palloni aerostatici, previsto dopo la processione.

A Castelplanio quei palloni non sono soltanto un elemento scenografico. Sono una storia che prende forma nella carta velina, nella pazienza delle mani e in un sapere antico.

«La tradizione nasce nei primi del Novecento con Alvedo Costantini – racconta Gianni Spugni, oggi custode di quest’arte –. Da lui è arrivata a Valerio Bucciarelli, il mio maestro, che l’ha trasmessa a me e al nipote Luciano Bucciarelli. Io ho continuato a portarla avanti e oggi sono rimasto praticamente l’unico a realizzarla».

Da qui anche il soprannome che accompagna Castelplanio: quello del paese dei pallonari. Le mongolfiere vengono costruite con carta velina, seguendo modelli antichi, adattati nel tempo con materiali e tecniche più moderne.

«Il modello del mio maestro era perfetto – spiega Gianni –. Io uso ancora quelle misure, poi ho fatto alcune evoluzioni. Per una mongolfiera grande serve almeno una giornata di lavoro, otto ore piene. Ne ho realizzate da quattro e sei metri, ma potrei arrivare anche a dodici: lì, però, servirebbero una settimana e molto spazio».

Un lavoro delicato, perché carta e fuoco chiedono attenzione, esperienza e mano sicura. Ma anche un’arte fragile, che oggi rischia di perdere continuità. Gianni Spugni ha provato a trasmetterla anche ai più giovani, entrando nelle scuole e aprendo il suo laboratorio nelle vecchie elementari sopra il Museo Carlo Urbani.

«Ai ragazzi l’ho spiegata, sono venuti anche in laboratorio – racconta – ma oggi manca spesso la pazienza. Per vedere volare il pallone bisogna aspettare, lavorare, provare, invece loro sono abituati ad avere il gioco subito».

La creatività incontra anche il rispetto per l’ambiente, il materiale utilizzato è interamente biodegradabile, non inquina e, come spiega ancora, «la carta velina se riscaldata diventa friabile e basta una pioggia perché a terra non rimanga niente».

Quest’anno la tradizione ha incontrato anche la creatività del gruppo Ric-amiamoci su, che ha realizzato una mongolfiera interamente all’uncinetto, ispirata ai modelli dei palloni aerostatici, naturalmente non è riuscita a volare ma appesa ha reso benissimo l’idea.

«Mi hanno chiesto un modello e, partendo dalle misure, ho preparato il disegno. Hanno fatto un bellissimo lavoro», sottolinea Gianni.

Accanto al lancio dei palloni, la festa ha proposto anche una pesca di autofinanziamento per sostenere nuovi progetti. Un modo semplice e concreto per continuare a tenere viva una ricorrenza che appartiene alla comunità.

(c.lo.)

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