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COVID / Il 30% delle attività di ristorazione pronto a chiudere

La Cna ha raccolto le lamentele dai bar e dai ristoranti associati al fine di intervenire nei tavoli istituzionali deputati

ANCONA, 29 ottobre 2020 – Almeno il 30% delle attività sono pronte a chiudere per mancanza di margini di guadagno, che per molti di loro si sono già ridotti di ben due terzi e rischiano di azzerarsi nelle prossime settimane.

Chi opera nella ristorazione e nei pubblici esercizi è incredulo e arrabbiato: «Da noi non si propaga il virus, perché i nostri sono ambienti sicuri e controllati. Così si demonizza una categoria che ha fatto il suo dovere fin dalla prima ora».

La Cna ha raccolto lo sfogo dei suoi bar e ristoratori associati per avere elementi certi e ampiamenti condivisi al fine di intervenire nei tavoli istituzionali deputati ad affrontare la delicata e complessa situazione pandemica attuale, prendendo posizione a tutela del libero esercizio dell’attività di impresa quando questa, dati alla mano, non produce un effetto dannoso come nella fattispecie per la comunità in cui si colloca ed interagisce.

In tutta la provincia sono concordi nel dichiarare che «la paura è tanta e l’allarmismo diffuso ha praticamente condizionato l’abitudine delle persone, a tal punto che la situazione che si registra dopo le 18 è sicuramente pari a quella di un coprifuoco. Ne deriva che nemmeno l’asporto tira più, non gira gente e quindi è come se ci avessero impedito di svolgere qualsiasi attività».

Foto di Massimiliano Santini

Massimiliano Santini, direttore Cna territoriale di Ancona

Quasi un lockdown mascherato quello che raccontano le centinaia di imprese intervistate, responsabili e operose come al solito, la cui maggioranza, pur con tante perplessità e preoccupazioni, ansia e rabbia, ha preferito rifuggire (per ora) le proteste di piazza, per continuare a sacrificare se stessi e la loro famiglia con l’obiettivo di tirare avanti finché sarà possibile, con la speranza che questo nemico misterioso possa essere battuto prima di Natale.

Alcuni ricordano come nei quartieri e soprattutto nei piccoli centri urbani la loro attività di pubblico esercizio abbia ormai assunto un ruolo sociale e anche per questo si sono adoperati per creare un ambiente anti-covid, superando ottimamente anche controlli da parte degli organismi di vigilanza.

Vista la situazione la Cna sta monitorando da vicino, ora per ora, l’evolversi della situazione normativa effetto dei provvedimenti che prevedono con decreto un pronto ristoro economico agganciato ai codici Ateco, i quali laddove siano più di uno potrebbero insorgere problemi per registrare e soddisfare l’intero calo del fatturato.

Due terzi di loro stanno decidendo se chiudere direttamente l’attività e la settimana odierna sarà un test per capire se ci sono i margini.

Altri proveranno a sopravvivere mandando in cassa integrazione i dipendenti e quindi riducendo fortemente la forza lavoro. Ovviamente in ciascuno di loro alberga la speranza che l’orizzonte temporale del provvedimento sia rispettato che si possa scongiurare un Natale blindato.

Alice Perini, titolare di “Profumo di pizza di Castelfidardo rileva e rilancia sulla necessità di intervenire in maniera mirata nelle misure di compensazione previste, come sui canoni di locazione, poiché «chi paga l’affitto su un locale che in questo periodo risulta parzialmente inutilizzato dovrebbe poter beneficiare di un pagamento ridotto in proporzione all’area effettivamente utilizzata e il proprietario o locatore avere al contempo un eventuale ristoro del residuo non pagato dalle Istituzioni».

Da Senigallia incalza “Hosteria la Posta”: «Meglio il lockdown di 4 settimane per cercare almeno di salvaguardare il periodo Natalizio. I soldi che sembrano destinati ad aiutare le nostre strutture potevano essere utilizzati a settembre per adeguare i trasporti e il mondo della scuola. Non potendo limitare le libertà personali le case private, dove probabilmente si intensificheranno gli assembramenti, diventeranno i veri centri di trasmissione del virus, vanificando i sacrifici fatti e comportando ulteriori confinamenti ».

Sandro Usci del Ristorante “il Country di Agugliano si dice molto preoccupato: «Questa ondata è peggiore della prima, poiché in questi mesi abbiamo investito ingenti risorse per rispettare tutte le procedure di sicurezza ed ora rischiamo di tornare al punto di partenza. Questo provvedimento con la chiusura alle 18:00 ci fa perdere circa due terzi dell’incasso ed inoltre, insieme alle disdette ricevute, si percepisce il diffuso timore anche tra i clienti abituali che preferiscono rinviare il pranzo per evitare di trovarsi in sala con troppe persone presenti».

Mariella Petrucci del Bar Pasticceria “Osvaldo di Fabriano: «Questo riacutizzarsi del virus ci spaventa più della prima fase, perché purtroppo sappiamo già cosa ci aspetta. Sollecitare il cliente all’uso della mascherina e al rispetto dei protocolli che abbiamo diligentemente adottato è ormai diventata parte integrante del nostro lavoro, che non può fare a meno dello spirito positivo che, nonostante tutto, dobbiamo mantenere tra noi e a beneficio dei clienti. Ovviamente se la situazione si farà oltremodo pesante faremo fatica e guardare le cose in maniera positiva nei prossimi giorni».

Anche l’OsteriaTamburo Battente” di Castelbellino è sulla stessa linea: «Siamo una piccola realtà a gestione familiare nata a giugno dello scorso con investimenti, sacrifici e tanta passione. Gli aiuti ricevuti in occasione dello scorso lock down non sono stati assolutamente sufficienti per far fronte a contributi e pagamento dei fornitori. Queste ultime restrizioni nell’orario di lavoro sono frutto di una scelta politica che ci attribuisce delle responsabilità che non abbiamo e che possiamo contribuire ad affrontare solo indirettamente facendo la nostra parte e questo ci crea un frustrante senso di impotenza».

Infine Corrado Betti di “Artì Beer di Senigallia, anch’essa attività relativamente giovane, ci confida la sua preoccupazione, avendo investito dopo otto anni di intenso lavoro tutto ciò che aveva nel rendere accogliente e sempre più attrattiva la sua attività, con il plauso della sua clientela. «Dopo tre mesi di chiusura e nove mila euro di rimesse dirette sono ripartito con pazienza e determinazione, ma ora che forse iniziavo a vedere la luce mi tocca ripiombare nella disperazione e mentre prima della pausa estiva mi sono rialzato con vigore, ora la vedo dura per la mia famiglia e i miei tre dipendenti, perché questa volta non sarà la promessa di qualche briciola di ristoro per farmi ripartire».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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