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Attualità

DETTO TRA NOI / GIOVANNI FILOSA INTERVISTA…

 

GIULIA OLMI, UNA VITA DEDICATA AGLI ULTIMI DELLA TERRA

 

 

JESI, 14 marzo 2019 – Nel Cisp, Comitato Internazionale per lo sviluppo dei popoli, che ha perso, nella tragedia aerea di Addis Abeba,  Paolo Dieci, il suo creatore, cooperante per attitudine, credo religioso e amore per l’Etiopia e la Somalia ed i Paesi del sud del mondo da aiutare, definito semplicemente «una persona unica, uno che si ispirava a Mandela, che amava il suo lavoro e che era sempre disponibile», opera anche Giulia Olmi, fra le fondatrici, negli anni ottanta, di questo comitato internazionale che, da quasi quarant’anni, ha avviato progetti in trentasei Paesi del Mondo.

«Il Cisp l’abbiamo fondato nel 1983 – ci dice Giulia Olmi -, eravamo una quindicina di ragazzi, la nostra prima sede, indovina? fu a casa di mamma e papà (l’attore jesino Corrado Olmi). Eravamo tutti compagni di scuola, tu pensa che con Paolo Dieci (nella foto in primo piano Giulia Olmi e Paolo Dieci alla sua destra) ci conoscevamo addirittura dai tempi dell’asilo. Mi ricordo con tanto affetto e nostalgia il primo carnevale insieme, lui vestito da cinesino ed io da Cappuccetto Rosso».

Avete cominciato dunque prestissimo a muovervi

«Siamo negli anni ottanta, volevamo credere in qualcosa di costruttivo e serio, eravamo impegnati in politica, volevamo vedere cosa c’era dietro la notizia che leggevamo o vedevamo in tv, soprattutto quella che si riferiva alle relazioni internazionali verso i Paesi più poveri. Pensavamo di darci da fare qui, nel nostro paese, e allora incontrammo tanti giornalisti e grandi personalità, fra queste Alex Zanotelli, con cui avemmo subito un certo affiatamento. Fu Zanotelli che ci spronò a muoverci, ad andare, vedere e imparare, ed allora fra le nostre interviste più interessanti ricordo quella fatta a Lula, poi presidente del Brasile».

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Nelle foto Giulia Olmi e Paolo Dieci impegnati nei progetti del Cisp

Questo significava girare il mondo, spendendo anche soldi che, giovanissimi, certo non potevate permettervi …

«Certo, ci andavo coi soldi di papà e mamma, programmavamo viaggi estivi, magari anche da amici di papà che stavano all’estero.  Per la raccolta fondi per l’Etiopia venimmo al Rotary Club di Jesi, fummo accolti benissimo, ricordo che Antonio Mattoli fu fra i primi nostri sostenitori. Giravamo, creavamo piccoli progetti locali, qualche raccolta fondi, e, con pazienza, mentre studiavamo, abbiamo imbroccato due o tre possibilità che ci sembravano realizzabili, non solo per l’Africa. Il nostro progetto di lavoro, mirato alla Colombia, fu accolto con soddisfazione. Quando poi ci accreditò la Comunità europea, capimmo che la gente cominciava a credere in noi, e non solo i nostri amici romani che ci sono stati sempre vicini e sono cresciuti, giorno dopo giorno. L’accreditamento, allora, era diverso e meno politicizzato, forse, di quanto lo sia oggi. Partirono, dicevo, i primi progetti. Fra questi uno molto importante per l’Etiopia, che condusse, con viaggi e viaggi in quel Paese, proprio Paolo Dieci. Dopo quello, ne vennero altri, ma dall’Etiopia maturò la sua e la nostra passione. In questi giorni, lui sarebbe dovuto andare a Nairobi per dirigersi in Somalia, lì lo aspettavano diversi nostri collaboratori, molti non sanno che lavoriamo in 26 Paesi ed abbiamo anche diversi uffici in città importanti. Anche più grandi di quello di Roma. In Somalia, Paolo andava a verificare da vicino alcune criticità, accordarsi con le istituzioni, seguire i problemi di sicurezza, laggiù è necessario più che mai promuovere una coesione ed un rafforzamento sociale intorno ad una identità culturale, soprattutto nei confronti delle donne».

Come è la situazione in Somalia, oggi?

«E’ difficilissimo operare in Somalia, è un tessuto siociale difficile da affrontare. Ma abbiamo tante emergenze, in ogni parte del mondo».

Qual è il tuo ruolo?

«Sono membro fondatore, come ti dicevo, attualmente responsabile e coordinatore dei progetti in Algeria e sui campi di rifugio dell’Algeria stessa. Sono tornata da quel Paese, con Giovanni ed altri, pochi giorni fa. Come stiamo adesso? Sembriamo degli Zombie, è difficile perché Paolo, sin dall’infanzia, era un organizzatore nato, un animale della comunicazione, a scuola lo seguivano tutti, specie nelle assemblee, facilità di sintesi e scrittura. A me ha fatto un sacco di temi, lo confesso! Cosa faremo adesso? Ci siamo guardati e detti che, sì, manca quel collante che ci ha sempre tenuti uniti, però dobbiamo ripartire. Le cose urgenti, in ogni area geografica del mondo, dovremo affrontarle in maniera collegiale, tutti compatti, nel suo nome.  Giovanni tranquillo, so che ce la faremo!».

Giovanni Filosa

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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