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di venerdì

di VENERDÌ / PENSIERI E PAROLE IN PILLOLE

BENVENUTI A PIACENZA

Giorgio Benvenuti

Piacenza è una Città che non è mai entrata nelle mie simpatie. Durante le interrogazioni di Geografia, il dubbio se fosse un capoluogo dell’Emilia o della Lombardia era sempre presente.

Nessuno sul globo terraqueo ha mai rivendicato di esserci andato in vacanza.

Il suo clima si contraddistingue per nebbia e umidità, con le zanzare che in estate la eleggono a luogo di villeggiatura ideale.

Non vi è nato neanche un Imperatore, e di Archi in onore di un qualche Papa nemmeno l’ombra. Nonostante questi inconfutabili dati di fatto, Giorgio Benvenuti ha scelto di andare a dirigere la Polizia Municipale proprio a Piacenza, rinunciando brutalmente all’incarico nella nostra Jesi. L’unico motivo plausibile per addolcire la pillola, sarebbe scoprire che il Comandante nel tempo libero ama trastullarsi nella nobile arte della briscola, e ha voluto rendere omaggio alla terra che detiene il brevetto delle carte per tutti i giocatori del centro-nord Italia. In ogni caso, speriamo che qualcuno gli “stacchi” una bella multa per aver strappato un contratto già firmato, e soprattutto aver mancato di rispetto ad una Comunità.

 

TRISTEZZA

Mentre il mondo degli umani piange la giovanissima Rebecca, morta a causa di un trauma cranico avvenuto mentre si divertiva nel giocare a Rugby, sui social gli imbecilli trovano il modo di farsi notare.

Per commentare questa tragica fatalità, in una pagina con quasi 2500 seguaci, che si occupa salute, benessere, bellezza naturale e compagnia cantante, compare questo post: “Le donne devono tornare a fare le donne… nella vita come nello sport come in tutto altrimenti andrà sempre peggio…”.

L’autore di questa genialata, non solo dimostra di non conoscere l’uso delle virgole, e cosa ben più grave, dileggia una vita spezzata, ma lancia un messaggio forte e chiaro: la donna ha bisogno di tenersi in forma, mangiare sano e curare il proprio corpo, ma solo per esser stimolante verso l’uomo, del quale deve essere subalterna e genuflessa. Sarò ingenuo, ma nel bel mezzo del 2018, cotanta bestialità mi colpisce e travolge. A te Rebecca, splendido pilone, invio un bacio e una preghiera laica: Ovunque tu sia, aiutaci a sconfiggere l’ignoranza.

 

BENE, MA NON BENISSIMO

Riassunto della situazione Politica Italiana dopo che sono passati due mesi esatti da quel “maledetto” 4 Marzo: La Lega aumenta i propri consensi anche quando si vota a Paperopoli, e Salvini è già sopra una ruspa in direzione Palazzo Chigi, con tanto di Elisa Isoardi e un fusto di birra. Silvio, spera ancora in una grande ammucchiata; chi lo avrebbe mai detto ? La Meloni continua a parlare, ma nessuno se ne accorge. Di Maio, prima a flirtato con la Lega, poi ha amoreggiato con il PD; ora è passato all’autoerotismo. Di Battista aveva promesso di andare in esilio, ma lo ritrovi sempre In qualche trasmissione televisiva, da medicina 33 a melaverde. Renzi continua di soppiatto a dirigere i Democratici, ma ha messo Martina a fare il reggente, che però deve vedersela con Rosato, che a sua volta deve respingere le critiche di Cuperlo, che intanto attacca Franceschini, che non sopporta Orfini…. che al mercato mio padre comprò. La Sinistra è impegnata in una non stop per risolvere i problemi del Guatemala; non disturbare, grazie. In questo contesto, l’escalation delle esclamazioni del Presidente Mattarella è stata la seguente: serve pazienza, troveremo una soluzione, porca pupazza, ma chi me lo ha fatto fare, cacchio, sto perdendo la pazienza, bastardi. In vista delle consultazioni di Lunedì, si andrà a confessare preventivamente. A.A.A. buonsenso cercasi disperatamente.

 

SOLO IL FATO LI VINSE

«Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. Il Torino non è morto: è soltanto “in trasferta”.» Scrisse così una delle “penne” più famose d’Italia, Indro Montanelli, sul Corriere della Sera. Il 4 maggio 1949 scomparve in toto una squadra leggendaria, capace di dominare per anni il calcio italiano.  Tutto cominciò qualche mese prima, quando la nazionale italiana, piena zeppa di giocatori granata, affrontò il Portogallo. Fu la prima partita del dopo Pozzo: il ciclo dell’indimenticato C.T, che l’11 maggio del 1947 schierò dieci granata d’azzurro contro l’Ungheria, era giunto al termine. La Nazionale era stata affidata a Ferruccio Novo, vale a dire il presidente del Torino. Proprio in quell’occasione, il capitano del Portogallo, Ferreira, in cerca di un team all’altezza per la sua partita d’addio, convinse Valentino Mazzola a portare il Torino a Lisbona, per giocare contro il suo Benfica. Novo non era affatto contento, poiché la trasferta portoghese si sarebbe accavallata con la parte finale del campionato. Si arrivò così ad un compromesso: se non si fosse perso contro l’Inter, diretta concorrente al titolo, la squadra avrebbe avuto l’ok della società. San Siro era una bolgia per la partita più importante dell’anno. Finalmente c’era la possibilità di combattere quegli undici marziani, che l’anno prima avevano vinto il campionato con sedici punti di vantaggio sulla seconda. L’Inter voleva a tutti i costi spezzare l’egemonia granata, mentre il Toro dalla sua, voleva confermarsi campione per l’ennesima volta, ma doveva fare a meno di un febbricitante Mazzola, indubbiamente il giocatore più forte. Ma alla fine fu 0 a 0, così la squadra partì quasi al completo per Lisbona. Una delle poche volte, forse l’unica, dove i tifosi, a posteriori, avrebbero preferito una sconfitta.

Restarono in Italia solo il portiere Gandolfi, il terzino Toma, il telecronista Nicolò Carosio e il presidente Ferruccio Novo, a letto malato. Neanche Mazzola era ancora del tutto guarito dall’ influenza, ma come poteva rinunciare a quella trasferta che proprio lui aveva organizzato? Invano un altro grande giornalista, Carlin Bergoglio, aveva cercato di convincerlo: «Non andare, sei ancora malato». «I campioni e lo sport vanno onorati degnamente», sosteneva capitan Valentino. Uomini d’altri tempi… La partita la vinsero i portoghesi, poi subito il ritorno in Italia. Nonostante fossero giunte dall’Italia notizie poco rassicuranti (pioveva a dirotto, il Po straripava), l’aereo del Toro era decollato lo stesso in direzione Malpensa. A Barcellona, dove aveva fatto scalo per il rifornimento, il comandante Meroni era stato avvertito delle critiche condizioni meteorologiche di Torino. Eppure, chissà perché, aveva deciso di ignorare il previsto arrivo a Milano per atterrare proprio nel capoluogo piemontese. Evidentemente Il destino aveva deciso così. L’aereo si schiantò sul monte Superga. Erano le 17:03. Quel drammatico pomeriggio ci lasciarono tutti i presenti sull’aereo. La notizia si sparse velocemente e la strada per Superga diventò subito preda di centinaia di persone. Appresa la notizia, anche Pozzo corse subito sul posto. L’ex CT conosceva alla perfezione quella squadra… «Su un lato, spazzando i rottami, qualcuno aveva già disposto quattro o cinque cadaveri. Erano i corpi di Loik, Ballarin, Castigliano… Li riconobbi, e li nominai. Li conoscevo, oltre che dal viso, dagli effetti personali, da tutto. Fu allora che mi accorsi che un carabiniere, mi seguiva e prendeva nota di quanto dicevo. “Nessuno meglio di lei…”, sussurrò. Mentre rovistavo fra i resti di ciò che giaceva al suolo, ricordo che un uomo mi mise una mano sulla spalla e mi disse in inglese: ‘Your boys”… Era John Hansen della Juventus, anche lui accorso fin lassù. Non so se piangessi, in quel momento. Dopo scoppiai in lacrime…» Ricorderà dieci anni dopo Pozzo in un’intervista. A poche ore dall’incidente, in tutta Italia è già lutto nazionale: il Grande Torino era l’orgoglio di tutti gli italiani, non solo dei tifosi granata. Ma in un attimo era finito tutto. Gli invincibili purtroppo non erano immortali. Nessuno ora si fidava più dell’aereo. Il trauma sarà così grande che un anno dopo l’Italia partirà per i Mondiali brasiliani in nave invece che in aereo. Proprio quei Mondiali che una generazione così forte avrebbe dovuto giocare dal 1942 al 1950, e chissà, magari vincerne almeno uno, vista la forza indiscussa e inarrivabile. Ma prima la guerra, poi la tragica morte, non glielo permetteranno.

Oggi, 4 maggio 2018, giorno del 69° anniversario della tragedia, i cuori di tutti gli italiani si tingono di granata. “Forse era troppo meravigliosa questa squadra perché invecchiasse; forse il destino voleva arrestarla nel culmine della sua bellezza.” Tutte le squadre hanno una storia, ma solo il grande Torino è Leggenda.

* Tratto da Romanzo Calcistico.

Marco Pigliapoco

marco.pigliapoco@qdmnotizie.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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