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Jesi Aquilanti ricorda Bob Weir: «Un artista capace di unire mondi diversi»

Il compositore jesino racconta l’incontro con il fondatore dei Grateful Dead e il progetto che ha fuso rock e orchestra sinfonica

JesiGiancarlo Aquilanti, musicista, compositore jesino, un personaggio che ricopre un posto importante nel mondo della musica e della composizione, salpò con destinazione Stati Uniti nel 1985. Lì completò gli studi alla California State University e all’Università di Stanford (dove conseguì il PhD). Abbiamo spesso seguito da vicino la sua bellissima carriera. Ricordo che, nel 2011, mi parlò di un’idea che, al momento, poteva sembrare improbabile ma che in realtà lo coinvolse.

Lavorare con i Grateful Dead, un famosissimo gruppo rock, che creò, possiamo dire, il cosiddetto acid rock o rock psichedelico. Lo cercò personalmente il fondatore, il chitarrista Bob Weir, scomparso in questi giorni.

L’idea che Weir gli espose? La possibilità di orchestrare alcune delle loro canzoni per orchestra sinfonica, da eseguire con loro direttamente in un misto tra musica classica e rock. Per valorizzare entrambi i generi musicali, ed equiparare i due gruppi (orchestra sinfonica e rock band) quasi fosse un concerto di musica barocca in cui il “tutti” (ovvero l’orchestra) avesse un dialogo con i “solisti”  ovvero la rock band.

Ne abbiamo parlato tante volte insieme da quel lontano 2011. Gli ho chiesto un suo ricordo personale su Bob Weir e sull’operazione quasi impossibiole sulla carta, che invece ebbe un successo insperato. 

«Conobbi Bob Weir circa quindici anni fa. Mi contattò perché desiderava unire le canzoni dei Grateful Dead con l’orchestra sinfonica classica. Era un progetto ambizioso, forse troppo, forse addirittura irrealizzabile. Però, perché non provare? Il primo concerto ebbe luogo con l’orchestra della Marin County (a nord di San Francisco), praticamente a casa sua. Era aprile del 2011. Quel concerto fu un grande successo, ma nonostante l’entusiasmo, passarono diversi anni prima che l’idea venisse ripresa. Bisogna infatti arrivare fino all’ottobre del 2022, con quattro concerti al Kennedy Center di Washington, DC. Un successo inverosimile. Ne seguirono poi numerosi altri in tutta l’America, fino all’ultimo concerto, lo scorso giugno, alla Royal Albert Hall di Londra, uno dei teatri più prestigiosi al mondo».

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«Bob era una persona mite, pacata. Sempre gentile. Sempre profondamente rispettosa del mio lavoro. Ci incontravamo a casa sua, e il tempo sembrava perdere importanza. Parlavammo a lungo: della musica, di quella classica che conosceva e amava davvero, del lavoro che stavamo costruendo insieme, e della vita. Senza fretta. Le prove con la band, prima di provare con l’Orchestra non avevano orari. Si suonava finché non si arrivava esattamente dove volevamo arrivare. Non un minuto prima. Non per ostinazione, ma per onestà verso la musica. Io venivo da un mondo diverso. Conoscevo poco il rock, un universo che noi musicisti classici a volte guardiamo dall’alto. Bob e la sua band mi hanno insegnato ad ascoltarlo davvero. Ad amarlo. A capire che il successo dei Grateful Dead non era stato casuale, ma il frutto di una musica autentica e di una visione artistica profonda. Quell’esperienza ha cambiato per sempre il mio percorso musicale e umano. Le mie composizioni non saranno più le stesse. Con Bob se n’è andato un grande artista, un grande uomo. E qualcosa di più raro: un amico professionale e non solo». 

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