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Cronaca

JESI / Bruno Sconocchia: da manager dei cantanti a campione italiano di revolver

Lo jesino ha iniziato la carriera con Fabrizio De Andrè e l’ha finita con Lucio Dalla: ora si dedica a sparare e ha raggiunto i vertici di questo sport

JESI, 8 ottobre 2021 – Non succede spesso che uno jesino – che tu immagini immerso in un mondo completamente diverso, fra le note, i riflettori, la musica, il palcoscenico, sempre pronto a studiare una nuova tournéete lo trovi una mattina col revolver in mano. Scorri le notizie e ti accorgi del nome, così ti pare impossibile.

Ma come, Sconocchia che spara? E’ vero, il tamburo gira, ma non è mica un giro armonico! Ma è verissimo, possino spararmi … a salve!

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Succede molto spesso di incontrare Bruno Sconocchia qui a Jesi, nella sua “Regia città di Jesi”, come dice sovente quando capita, che so, anche di ricordare qualche episodio che risale a tanti anni fa. Ha fatto la sua strada, ha suonato, cantato ovunque, a Bologna ha studiato e si è laureato, dopo “aver fatto la radio”, lì è rimasto per entrare nel mondo dello spettacolo, visto dall’ottica del manager.

La storia sarebbe molto lunga da raccontare, verrà il momento, ma ognuno sa che Bruno è stato uno dei pochissimi manager a livello internazionale nel creare, organizzare, condurre e vivere gli eventi che i suoi artisti si apprestavano ad affrontare.

Ricordo, così, a caso, Zucchero, i Pooh, Mia Martini, Gino Paoli, Ornella Vanoni, Fabrizio De André, Lucio Dalla.

Molti racconti e storie ci avvicinano, nel rapporto di amicizia e sintonia avuto coi suoi artisti qualche volta mi ha permesso di entrare. Dopo la morte di Dalla, quasi dieci anni fa, ha deciso di andare in pensione. Così ha detto, penso: “Quasi quasi torno a Jesi”.

Ecco perché lo vedo spesso seguire i lavori di ristrutturazione di quella che sarà la sua abitazione.

«Non lascio ancora Bologna – dice – da Jesi me ne sono andato quasi 50 anni fa ma le sono sempre rimasto legato, mi definisco jesino sino in fondo. Il prossimo anno, coi miei ex compagni di liceo, festeggeremo i 50 anni dall’esame di maturità. In realtà ci siamo sempre incontrati, ogni anno, credo sia un esempio del mio attaccamento a Jesi e agli amici di qui. Ricordo che abbiamo anche organizzato tournée egregie in partenza dal Pergolesi, per esempio nel 1986 quella di Gino Paoli e Ornella Vanoni, in teatro provammo per diversi giorni e poi debuttammo al Sistina a Roma. Oggi, se riguardo indietro, posso dire che ho avuto la fortuna e l’onore di iniziare la mia carriera con Fabrizio De Andrè e finirla con Lucio Dalla. Sono in ottimi rapporti con tutti, Paoli soprattutto, ma Fabrizio e Lucio avevano con me un legame particolare, e io nei loro confronti».

Lui, che ha fatto una vita così profonda e movimentata, a un certo punto decide di andare in pensione: chissà, magari gli viene in mente la canzone di Dalla “Com’è profondo il mare”, in cui Lucio canta “Babbo, grande cacciatore​ di quaglie e di fagiani, scaccia via queste mosche che non mi fanno dormire”. Sarà una coincidenza, comunque appeso il management al chiodo, decide di andare al poligono, per imparare a sparare con professionalità. Scaricare la tensione. Da solo contro una sagoma.

E lo ha fatto tanto bene che è diventato recentemente campione assoluto italiano di revolver, tiro rapido sportivo. Assomiglia un po’ a Kit Carson, sfogliate se non ci credete Tex Willer, il fumetto western per antonomasia.

E pensi ai verdi pascoli, dove i nativi arrivavano dopo la morte, forse per colpa di un pistolero con cinturone e la pistola legata alla coscia. Per consentire una più rapida estrazione dell’arma.

«In effetti la curiosità mi ha portato ad avvicinarmi al tiro a segno, al di là del fatto, casuale credo, che il padre di Lucio sia stato presidente del tiro a volo di Bologna, carica affidatami recentemente. Ho scoperto questo sport per me stupendo, forse il meno violento, perché la gara è contro te stesso, contro il tuo io interno e la tua concentrazione, le tue emozioni, ansie e paure. Ed essere oggi campione italiano di revolver, alla mia età, vale doppio!».

Quando ti alleni chiaramente spari contro sagome e bersagli. Sulla sagoma che colpisci hai mai immaginato qualche nome di persone contro cui sfogare la tua forza che hai dentro?

«Assolutamente no, mai, nel nostro sport è proibito colpire qualsiasi figura di essere vivente, non soltanto umano, neppure un animale, per carità. E’ uno sport di pura concentrazione. E’ la cosa più Zen che esista».

E ci salutiamo mentre lo immagino, dinoccolato, assicurare il suo revolver COLT S.A.A. (Single Action Army) del 1873 nel cinturone mentre va a difendere i nativi americani sul fiume Sand Creek da “un generale di vent’anni, occhi turchini e giacca uguale“.

Giovanni Filosa

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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