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Cronaca

JESI / Clementi: «Restrizioni utili, il virus rafforza a ondate la sua presenza»

Il virologo del San Raffaele fa il punto della situazione tra contagi, varianti e vaccini, unico modo per ridurre la pressione è vaccinarsi

JESI, 24 febbraio 2021 Stop agli spostamenti da e per la provincia di Ancona, Zona Arancione per 20 Comuni e, in più, rafforzata fino a sabato 27 febbraio per quello di Jesi.

Visto il propagarsi del contagio da Covid19, abbiamo chiesto al professor Massimo Clementi – jesino – direttore del laboratorio di microbiologia e Virologia del San Raffaele di Milano, una autorità assoluta nel campo (tale viene considerato) se la stretta effettuata e la paura di una terza ondata e di un nuovo lockdown hanno giustificato queste scelte.

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«Sono utili sicuramente. Nell’ultimo mese si è avuto un raddoppio dei casi di infezione. La preoccupazione, adesso, è cercare di arrivare il più presto possibile verso la primavera inoltrata, periodo in cui avremo a disposizione, auspicabilmente, più vaccini. Il tempo ci darà anche una mano a non favorire il virus ma il controllo delle infezioni. Questa è la fase più difficile, trovo giustificate le misure di contenimento, che debbono essere tali da non portare un pregiudizio eccessivo».

La variante inglese ha determinato un trambusto iniziale: sono da rivedere i vaccini esistenti, anche considerato le varianti sudafricana e brasiliana?

«Ecco, se da un lato certe scelte, come dicevo prima, vanno accolte per il bene della comunità, dall’altro non dobbiamo insistere in isterie e allarmismi nei confronti delle varianti. Perché i vaccini che abbiamo in questo momento sono in grado di indurre una risposta immunitaria che ci copre nei confronti della variante stessa. Non solo. Ne abbiamo la prova provata, Israele. In quel Paese la variante inglese era quella più diffusa, oggi sono state ridotte le infezioni e le ospedalizzazioni nella fascia di persone vaccinate, cioè gli over 50, di oltre il 90%. Quindi il vaccino protegge dalla variante».

Sì, però il vaccino in Israele c’è…

«Dobbiamo capire, e alla svelta, perché non abbiamo sufficienti vaccini. Abbiamo seguito una politica di approvvigionamento europeo che non è stata sufficientemente aggressiva se rapportata alle necessità dei Paesi. Tanto è vero che la Gran Bretagna, ormai fuori dell’Europa, ha agito da battitore libero e ha vaccinato già un terzo della popolazione».

Si è appena ricordato l’anniversario di un anno di vita “in comune” col Covid. Quello che è successo lo sappiamo tutti. In voi scienziati cosa resta dopo un anno di esperienza di lotta col virus?

«Io sono anche un comune cittadino e vivo questa esperienza con le preoccupazioni della quotidianità, seguo, come te e tanti altri, l’evolversi. Ma anche come virologo sono coinvolto. In quel campo la preoccupazione è un po’ minore, perché in questo anno, cioè in un tempo che dal punto di vista della ricerca è ritenuto breve per ottenere dei risultati, ne sono stati raggiunti molti e anche clamorosi. Il fatto che ci siano già dei farmaci, gli anticorpi monoclonali, molto attivi, che possono intervenire se somministrati adeguatamente, e che ci sono dei vaccini tecnicamente avanzatissimi, lo dimostrano. Pochi pensavano che queste tecnologie sperimentali potessero, in tempi così brevi, produrre vaccini che già somministriamo alla popolazione. In un anno si è ottenuto quello che in altre situazioni non è stato raggiunto neppure in dieci».

Alcuni tuoi colleghi parlano non di una infezione che arretra ma di una faticosa stabilità. Sei d’accordo?

«Hanno ragione. Questo virus continua a mantenersi modificandosi e queste mutazioni, che vanno studiate e seguite, ci hanno fatto capire che si mantiene nella popolazione e continua, con diverse ondate, a rafforzare la sua presenza. L’unico modo per uscirne fuori – ma non intendo “definitivamente”, perché non so se nell’immediato avremo la scomparsa totale di questo virus, ma ridurlo ad una presenza “occasionale” – è solo vaccinarsi senza soluzione di continuità».

Giovanni Filosa

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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