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Cronaca

JESI / Covid in risalita, Clementi: «È mancata un’informazione adeguata»

Il direttore del laboratorio di virologia del San Raffaele: «Non oltre misura ma bisogna essere attenti e responsabili. E le scuole vanno riaperte»

JESI, 19 agosto 2020 – Il professor Massimo Clementi, jesino, direttore del laboratorio di virologia e microbiologia del San Raffaele di Milano, definito “uno dei rari, autentici virologi italiani”, anche in vacanza non può non parlare di Covid19.

Lo abbiamo raggiunto a casa sua, con ottima vista in cinemascope (si diceva una volta) sul lungomare di Senigallia, per sapere quanto dobbiamo preoccuparci della curva dei contagi che sembra tornare a salire.

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«Non oltre misura, ma c’è da essere attenti, vigili, responsabili. La situazione è stata messa sotto controllo, anche se si sono accentuati i toni, negli ultimi giorni, per un incremento di contagi che, credo, per due terzi sia dovuto a contagi di ritorno dall’estero (vacanzieri, emigrati, lavoratori stagionali). Attribuendo a queste categorie l’attuale aumento dei contagi, se la nostra sanità territoriale sarà in grado di affrontare e battere quei piccoli focolai prima che aumentino di dimensione, io mi sentirei abbastanza tranquillo».

Asintomatici e paucisintomatici: c’è da temere sia dagli uni sia dagli altri?

«Oggi gli asintomatici sono una buona parte dei soggetti con infezione e questo significa che le nostre strutture ospedaliere non sono sotto pressione come lo erano qualche mese fa, e che non abbiamo un numero di malati gravi come prima, salvo pochissime eccezioni. In sostanza credo di poter dire che la situazione è sotto controllo, sia sanitario che epidemiologico».

La voglia di divertirsi dei giovani: ecco, nel focus odierno della comunicazione oggi prevale questo concetto, fermo restando che non sono solo i giovani che hanno voglia di divertirsi.

Che parte hanno i ragazzi in questa ondata di contagi che ci sta rimettendo sotto pressione?

«C’è da fare una premessa: non è stata fatta nei confronti dei giovani – e neanche degli adulti, che tutti credono marciare su di una razionalità più fredda – una politica di informazione adeguata, come è avvenuto in altre circostanze. Cito sempre, perché l’ho vissuta come virologo e scienziato, l’infezione da Hiv, in un mondo e in un momento in cui non c’era la possibilità di fare un’informazione adeguata. Sai, si toccavano temi abbastanza singolari e scottanti per certi aspetti, dal preservativo al sesso per esempio, però fu fatta con successo, perché a mio avviso le generazioni a rischio di allora lo capirono. Oggi è stato detto: state tutti in casa e, poi, a seguire, liberi tutti. E non è stato mai precisato, per esempio, quali Paesi intorno all’Italia, meta di vacanze della fascia soprattutto giovanile, erano soggetti a rischio. Nessuno ha mai detto ai giovani “Se potete, non andate a fare vacanze a Ibiza, perché il rischio di contagio è altissimo, per un anno si campa lo stesso, ma se ci volete proprio andare, fate attenzione, perché c’è una situazione molto delicata”. Adesso dobbiamo correre ai ripari a posteriori, ricorrendo ai tamponi post vacanza. Giusto, ma si poteva fare un po’ di più per quel che riguarda l’informazione e i tamponi stessi».

È vero che si sarebbe potuta evitare l’espansione della pandemia se, all’inizio, si fossero fatte più autopsie?

«Non credo ci sarebbe stato un maggiore controllo dell’infezione con l’uso di autopsie. Probabilmente si sarebbe giunti ad una comprensione migliore delle localizzazioni del virus o della malattia, nei casi gravi, informazione che è arrivata, seppur più lentamente, più tardi. Oggi ci sono tecniche radiologiche molto sofisticate, che hanno un livello di informazione molto dettagliata. Magari sono anche più definitive delle autopsie. Forse sto dicendo una cosa che scontenterà alcuni dei miei colleghi».

E della prossima apertura delle scuole?

«L’apertura delle scuole significa tante cose, non coinvolge soltanto la comunità degli studenti e insegnanti ma anche l’intera società, dalle famiglie ai genitori in primis. Le scuole debbono riaprire, in sicurezza, non possiamo permetterci una lunga ulteriore chiusura, perché perdere mesi significa un’incidenza negativa nella crescita della nostra società. Negli ultimi anni abbiamo perso parecchi ragazzi che si sono formati in Italia, perché la nostra formazione, paradossalmente, fa gola agli altri. Ha un’ottica completa sia dal punto di vista umanistico sia dal punto di vista scientifico. La nostra, in sostanza, è una preparazione da prendere ad esempio, chiaramente se ben costruita, realizzata e portata avanti dalla scuola e dallo studente. E allora la scuola serve, perché i nostri sono giovani brillanti, formati bene, ed all’estero questo è sicuramente molto apprezzato. Noi li formiamo ed altri Paesi ci rubano i ragazzi, quando se ne vanno».

Nell’ultimo decreto si fa riferimento all’uso della mascherina obbligatorio in certi ambienti, dalle 18 alle 6 del mattino.

Ma uno alle 17.58 non si può infettare lo stesso? Che fa il virus, fino a quell’ora, è in ferie, si volta da un’altra parte e poi alle 18, zac, scatta e azzanna?

«È l’espressione di una certa modalità balbettante di emanare i decreti, cosa che abbiamo visto ripetutamente nei mesi scorsi. Aprire poi richiudere, per certi versi se ne sono viste di tutti i.colori. Questo testimonia che in Italia a volte si va per tentativi. In effetti su “Guardian”, giornale inglese, alcuni giorni fa è uscito un articolo che ha fatto inalberare qualcuno che ha detto che gli inglesi vengono a fare la morale a noi, loro che hanno avuto un’epidemia più grave della nostra. Noi, è vero, abbiamo gestito bene alcune cose in questi mesi, e anche con successo. Ma questo è dovuto allo spirito individuale di iniziativa dei medici italiani, con un comportamento esemplare, direi eroico. Abbiamo una Sanità di grande livello, è più debole in quella territoriale cui bisognerà porre rimedio. Certe decisioni un po’ ondivaghe fanno capire che ci si trovava di fronte a una epidemia ancora non conosciuta, ma quello che è mancato è un piano nazionale per l’emergenza. Questa cosa è evidentissima e dimostra che spesso le scelte si basano sull’opportunità del momento. Sono andato, nella mia carriera, spesso in ospedali americani, inglesi ed in altre parti del mondo: ho visto che non sono affatto più efficienti dei nostri, ma una cosa hanno in più. Hanno dei protocolli mirati per ogni evenienza, per affrontare le crisi. Da noi il protocollo viene affrontato e considerato come un modo per difendersi da eventuali errori. Invece rappresentano informazioni migliori, in quel momento, sullo stato dell’arte della crisi in corso».

Giovanni Filosa

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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