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Lettere & Opinioni

JESI / Degenerazione cognitiva eppure niente “accompagno”

Lo sfogo di Massimiliano Lucaboni: «Mia madre è uscita da sola, è caduta ed è stata portata al pronto soccorso, chi devo “ringraziare?”»

JESI, 6 febbraio 2020 – Mercoledì 5 febbraio mia madre, 79 anni, esce di casa e cade rovinosamente a terra in via Setificio.

Fino a qui nulla di strano, capita, soprattutto alle persone anziane, poi certo le pessime condizioni delle nostre strade e marciapiedi non aiutano di certo la deambulazione. Arrivano gli agenti della Polizia Locale e la Croce Verde che la trasferisce in ospedale e ripeto fino a qui nulla di così eclatante. Capita.

Ma questa storia dimostra come nel nostro sistema sanitario ci sia qualcosa che non funziona come dovrebbe – non è l’unica purtroppi – e che crea danni.
Una settimana fa, infatti, mia madre viene chiamata alla Asur di via Guerri per sostenere  la visita che doveva decidere se avesse diritto all’ invalidità, il cosiddetto “accompagno”.
Decisi di farle fare questa visita dopo che la sua neurologa mi disse che la mamma soffriva di una forte degenerazione cognitiva che non solo le induceva vere e proprie allucinazioni ma addirittura le arrecava per brevi periodi perdita di cognizione di dove si trovasse e perché fosse in quel luogo.
Insomma, aveva bisogno di assistenza continua cosa che mi sono subito impegnato a trovarle. Ebbene, mercoledì mia madre approfittando di una breve assenza di chi l’accudisce, è uscita improvvisamente di casa, così senza un motivo, ed è in quel breve tragitto che è caduta. Incidente, tra l’altro,  dovuto anche ad un problema alle ossa che si porta da anni e che non le consente una deambulazione normale.
Ora mi domando ma come può  essere accaduto che una patologia così grave non è stata minimamente compresa dalla commissione che l’ha visitata alla Asur? Come è possibile che una diagnosi fatta da una professionista venga e no letta e considerata alla stregua di una lista della spesa? Ma come possono quattro persone ignare del quotidiano dell’altra, perché era facilmente comprensibile  che non sapevano neanche di cosa parlasse la diagnosi della dottoressa, ma come possono rifiutare un aiuto basandosi praticamente sul nulla?
Ma come è possibile una cosa del genere? Già chi viene visitato vive una condizione di disagio grandissima, se a questo aggiungiamo un’ indifferenza totale alle condizioni reali di chi viene visitato in base a cosa si emette un giudizio?
Non di certo in base a carte certificate e allora in base a cosa? Hanno scaricato mia madre in non più di 5 minuti, già dicendoci prima di sedere che avrebbero respinto la domanda. Ammetto: se le cose fossero andate diversamente non avrei esitato a denunciare la commissione medesima come correa di quanto accaduto a mia madre. Fortunatamente la mamma è tornata a casa piena di lividi ma comunque a casa.
Spero che questa lettera ispiri un po’ più di umanità e capacità da parte di chi dovrebbe occuparsi della salute e del bene degli altri.
Massimiliano Lucaboni

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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