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Cronaca

Jesi Dopo un servizio in tv sulle moschee: «Noi trasparenti, ma quale terrorismo…»

La reazione dell’associazione culturale At Taqwa, con sede in Viale della Vittoria, alla trasmissione televisiva: «Le nostre sono porte sempre aperte, venite pure a vedere»

Jesi – Un servizio tv su una rete nazionale di Mediaset ha acceso l’attenzione sulle moschee prendendo in esame Jesi, ma anche Ancona.

La trasmissione ha mostrato immagini e dialoghi registrati anche nel quartiere di San Giuseppe, definito il più islamizzato di Jesi, sostenendo che dietro ai Centri Culturali si nasconderebbero moschee abusive.

Le telecamere sono entrate nei locali di Viale della Vittoria, dove si trova l’Associazione Culturale At Taqwa, presidente Alam Robiul, aperta quest’anno: le domande, sull’appartenenza al movimento Tabligh.

Nel servizio il Tabligh viene descritto come «un’associazione islamica estremista, messa al bando in diversi Paesi», ritenuta vicina all’ambiente del terrorismo internazionale. E si fa riferimento anche a recenti arresti in Italia. Un gruppo ritenuto «radicale», dedito al proselitismo e fautore di una visione rigida dei rapporti tra uomini e donne.

«Il termine significa trasmettere, comunicare – spiega i presidente Alam Robiul -. È un movimento che aiuta i musulmani che si sono allontanati dalla religione a ritrovare una vita regolare, a ritornare alla fede, a comportarsi bene in ogni circostanza. E da quando il movimento è a Jesi ne beneficiano tutti. Non ha nulla a che fare con estremismo o violenza. E, poi, le Forze dell’ordine ci conoscono».

Anche in città ci sarebbero moschee mascherate da centri culturali, una affermazione che, sentendo i diretti interessati, «distorce la realtà, perchè sono molteplici le attività che si fanno».

La comunità islamica ha aperto le porte dell’associazione di Viale della Vittoria, replicando con fermezza alle accuse, spiegando che la giornalista si sarebbe inizialmente presentata all’esterno della struttura – era un momento di preghiera – per effettuare riprese di un documentario per conto dell’università di Torino. Successivamente sono stati loro stessi ad aprire le porte proprio per trasparenza.

«Non abbiamo nulla da nascondere, siamo un’associazione regolarmente iscritta al Terzo Settore e in piena regola con i permessi comunali», spiega Alam Robiul.

«Siamo integrati nel territorio marchigiano e ancor di più a Jesi,  io sono responsabile della prima moschea aperta qui, nel 2006, collaboriamo con diverse realtà: Protezione Civile, Avis, enti locali. Alcuni di noi sono anche donatori di sangue».

Alam sostiene che dal colloquio siano state estrapolate solo frasi utili a costruire un racconto negativo.

«Abbiamo risposto a ogni domanda con tranquillità. Ma credo che siano venuti già preparati con un messaggio da far passare. Hanno preso soltanto quello che poteva suonare male, ignorando tutto il resto».

Nella sede dell’associazione si tengono corsi di arabo per bambini, lezioni digitalizzate e attività di integrazione linguistica, tra cui corsi di italiano convenzionati con la Regione Marche. Lo stabile, puntualizzano, è proprietà della comunità, acquistato grazie alle donazioni dei fedeli, tra cui anche dei bambini, e suddiviso in spazi per uomini e donne, secondo le norme tradizionali del culto.

Anche Wahbi Youssef, altro membro dell’associazione, visibilmente dispiaciuto, annuncia l’intenzione di valutare azioni legali in risposta al servizio: «È diffamazione. Ci mostrano come un pericolo, ma siamo parte della comunità da anni, qui è la nostra casa».

Quanto alla descrizione del quartiere di San Giuseppe come il più islamizzato, «un’etichetta inutile e stigmatizzante, che non rispecchia la realtà di una convivenza quotidiana pacifica e consolidata».

«Se molte famiglie scelgono San Giuseppe è solo per facilitare la preghiera quotidiana nella vicina moschea, che secondo la tradizione ha un valore più alto quando svolta in congregazione. Non c’è nulla di irregolare».

E ribadisce: «Le porte sono sempre aperte. Chi vuole capire davvero chi siamo può venire a vedere con i propri occhi».

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