Cronaca
Jesi Giacomo Uncini, poeta della tromba e anima del jazz
La scomparsa del talentuoso trombettista jesino, figura di spicco nazionale e internazionale, artista che viveva la musica con passione e che lascia un segno indelebile nel cuore di chi lo ha conosciuto
Jesi – “Quando morì il poeta, gli amici suoi cantarono per lui”, diceva una bellissima canzone di Gilbert Becaud.
Sì, anche Giacomo Uncini, che ci ha lasciato, dannazione, ieri, per colpa di una malattia che non può portarti via un ragazzo di quarantaquattro anni, era un Poeta. Le note sono poesia, la poesia è fatta di tanta musicalità.

E Giacomo, da quando l’ho conosciuto, ogni sera, a ogni concerto, pur se trattava lo stesso autore, era diverso. Del resto anche a teatro se reciti la stessa commedia o dramma, ogni sera lo interpreti in modo differente. Dipende da te. Da come stai, da come ti senti, dal pubblico che ti comunica, dalla prima fila, le sue emozioni.
Giacomo negli ultimi due anni era cambiato. Ma era la sua musica che si era affinata ancora di più, era il suo strumento, tromba o flicorno, che era maturato, erano i compagni di viaggio, gran parte dei quali, sapete come succede, rappresentavano, e rappresentano, la scuola marchigiana del jazz. Giacomo ha girato il mondo per studiare e capire, dopo il Conservatorio di Pesaro ha assimilato tutto quello che c’era da assimilare sui suoi due strumenti, aggiungendo quello che si chiama talento nella lettura dei brani scritti da altri e soprattutto nelle sue composizioni.

Cambiando ritmo e improvvisazione, in una progressione armonica, muovendosi fra il cosiddetto hot jazz, sweet jazz, il free jazz. Ricordo che mi raccontò il chitarrista Andrea Molinari come nel 2008 fosse a New York per studiare con grandi maestri e approfondire il suo strumento, la chitarra. Chiacchierando con un altro musicista italiano, per caso quello gli si rivolse dicendogli: “Sei di Jesi anche tu? Ma qui c’è un altro jesino, che studia perfezionamento della tromba, si chiama Giacomo Uncini”.
«Non lo avevo mai sentito – mi disse – . Lo contattai in qualche modo, ci incontrammo, frequentammo gli stessi club a New York dove puoi suonare in libertà e da allora diventammo amici. Per la pelle».
Non riesce a parlarmi per telefono, Andrea, non ha parole che possano colmare un vuoto al quale, magari, talvolta pensava, mentre sta preparando il suo nuovo disco che uscirà nei prossimi mesi.
«Non ho parole, scusami – mi ha detto – quello che ho fatto oggi pomeriggio l’ho fatto con grandissima difficoltà. Non riesco a esprimere pensieri compiuti né farti capire tutto il bene che gli volevo».
Giancarlo Di Napoli, un punto di riferimento del mondo jazz non solo marchigiano ma nazionale, un personaggio che vive fra le pagine della nostra musica, organizza e propone concerti da una vita, manifestazioni in cui, necessariamente, i nostri marchigiani debbono avere lo spazio che meritano.
«Non ci credo – mi dice -. Giacomo, ma dai! E il progetto “Strata east”? Quante volte ne abbiamo parlato, Charles Tolliver, uno dei tuoi idoli, lo dovevamo realizzare insieme! Le tante telefonate tutte dedicate ai grandi del jazz, trombettisti e non, quello che ci piaceva e del quale potevamo parlare per ore. Mancherai a chi ti voleva bene e che ricambiavi a modo tuo; con la tua passione, la tua musica, la tua presenza. Ti ho sempre voluto molto bene».

Stefano Coppari, il chitarrista che ha affinato le sue ottime doti di musicista alla scuola del mitico Franco Cerri, era nel cartellone estivo di JazzyFestival nell’estate scorsa, direttore artistico Andrea Molinari, una bella idea dell’assessorato alla cultura del Comune di Jesi, con Luca Brecciaroli in testa.
«Sapevo che non stava bene – mi dice – , me lo ricordo come una persona molto positiva, che sembrava seria ma era anche incline a inventare e fare battute, per questo un personaggio del calibro di Giacomo Uncini, giovane, che insegnava al Conservatorio di Bologna da poco mentre prima, a Campobasso, ha non solo insegnato da par suo ma aveva anche formato una band fra i suoi allievi».

Insieme ad altri amici l’ho seguito in tanti concerti nella nostra regione, con formazioni diverse, sempre soprattutto marchigiane, e ricordo in particolar modo, nel 2023, nello scenario del prestigioso Pergolesi Spontini Festival, quando Andrea Molinari lo volle invitare, insieme al gruppo che aveva, a suonare come ospite importante che arricchì la straordinaria serata. Alcune foto che vedete, in bianco e nero, sono del fotografo marchigiano Carlo Pieroni, che ringrazio di cuore per avermele concesse, un uomo che gira il mondo seguendo i personaggi del jazz, per i quali ha pubblicato libri e libri fotografici.
Altre due a colori sono del fotografo Marco Pozzi, anch’esse stupende, lo ringrazio di cuore. Ci sarebbero tante cose da dire, dette insieme, raccontate sempre senza che la musica come tema e come parola chiave, fuggisse mai. Come potevi, quando la sua è una famiglia di musicisti, quando il cugino David è anch’esso trombettista e la moglie di Giacomo è un’ottima violista, ed oggi se ne trovano poche come Gosia, nome completo Malgorzata Maria Bartman. Alla quale va tutta la mia amicizia e il mio affetto.

Giacomo amava ripetere spesso: “Sai cosa diceva il trombettista Winton Marsalis? Chi compone crea musica in riposo mentre chi improvvisa crea musica in movimento”.
Giacomo ci mancherà, non solo agli amici ma a Jesi in primis, che ha portato per il mondo e specialmente a quel mondo del jazz nel quale era un punto di riferimento.
Lui guardava, musicalmente, sempre avanti. Ecco, oltre al talento, la sua grandezza.
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