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Lettere & Opinioni

JESI / Giornata della Memoria, perché l’orrore non si ripeta più

«Ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre»

JESI, 27 gennaio 2021 – Non a caso, a volte, avvengono incontri o ci si imbatte in persone che, per una strana congiunzione del destino, ci portano dritti là, dove l’anima esplora i sentimenti e la ragione rievoca ricordi del cuore.

Quando nel giugno del 2020 sono stata insignita della nomina di “Ambasciatrice della memoria Viva”, insieme a Liliana Segre, come testimone di passione per la vita, ho compreso meglio e ancor più di quello che negli anni ho studiato o, semplicemente, percepito, sul significato della “memoria”.

La memoria ci serve a ricordare la rappresentatività della vita, in ogni sua forma e contenuto. Come atto dovuto per le generazioni future e come rievocazione di altrettanti fatti, come la Shoah, che devono insegnarci a non perpetuare in quegli errori e orrori disumani e aberranti. E allora, da quando è stata istituita dall’Onu il Giorno della Memoria per ricordare uno dei più grandi genocidi della storia, il significato di ricordare ha assunto una duplice, se non triplice, valenza in termini umani e di recupero dell’umanesimo.

È nelle parole di Anna Frank, «Quel che è successo non può essere cancellato, ma si può impedire che accada di nuovo», che è racchiuso il senso di dover istituire il Giorno della Memoria. Ricorrenza che si celebra in gran parte del mondo, ogni anno, il 27 gennaio. Una data fortemente simbolica e scelta per commemorare i milioni di vittime della Shoah, ma non solo.

Il 27 gennaio del 1945, le truppe sovietiche dell’Armata Rossa abbattevano i cancelli di Auschwitz, rivelando al mondo per la prima volta la realtà della brutalità dell’uomo sull’uomo

E mi sovvengono le parole del cantautore Francesco Guccini, che nella sua canzone “Auschwitz” ripercorre uno dei capitoli più bui della storia: «Come può l’uomo uccidere un suo fratello!». Ecco che il Giorno della Memoria è non solo un dovere per non dimenticare, ma anche un necessario momento educativo per comprendere, per conoscere.

«Perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre», per dirlo con le parole di Primo Levi. Cosi nell’istituire il Giorno Internazionale della Memoria da parte delle Nazioni Unite, vi è un’esortazione a sviluppare programmi educativi al fine appunto, di non ripetersi.

In Italia è dal 2000 che tale data ha anche una doppia funzione. Ricordare le leggi razziali approvate dal fascismo e la persecuzione degli ebrei dalla quale scaturirono deportazioni, prigionia, morte. Ma anche ricordare tutti coloro che si opposero allo sterminio, a rischio della propria vita e che hanno, con le loro gesta eroiche, protetto molti perseguitati.

Oggi giungono a noi ancora numerose testimonianze di superstiti di quelle brutture, dalla Segre a Modiano e tanti altri che hanno raccontato le loro storie in quei campi di sterminio. Film come “La vita è bella” di Benigni e poi mostre fotografiche, reperti e testimonianze ci facciano comprendere, a maggior ragione in questo tempo di Covid, come la vita sia bene raro e prezioso.

Tutti dobbiamo prendere atto della fragilità umana e che solo sensibilizzando le coscienze si potrà passare attraverso quel processo di consapevolezza volto a dire: Mai più. Ma soprattutto a non “fare mai più”.

Maria Teresa Chechile

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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