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JESI / ITALO MORICI E LE CONTRADDIZIONI DELLA NOSTRA QUOTIDIANITÀ

“Antologia” la mostra dei suoi dipinti, curata da Giancarlo Bassotti, a Palazzo Bisaccioni sino al 27 ottobre

JESI, 15 ottobre 2019 – Credo che il “mandante” della mia prima esplorazione nel mondo dell’artista Italo Morici sia stato il professor Armando Ginesi. Siamo amici da una vita, con Armando, figuriamoci se non seguivo un suo consiglio, affamato come ero di conoscere, di sapere, di capire dove sarebbe andata a finire l’arte.

Pittura e scultura, anche se le altre “arti” viaggiavano qualche volta anch’esse con la martinicchia tirata, erano tempi di cambiamenti successivi a un cambiamento, quello del ’68, pieno di contraddizioni e di c’ero anch’io a volte sussurrati con ritrosia a volte urlati come uno slogan.

Salii le cosiddette Coste di Staffolo, entrai in una bellissima costruzione che si affacciava sulla Vallesina tanto da scoprirne tutti i segreti e i profumi che venivano dal mare – e dall’Api – laggiù in lontananza.

Conobbi così Italo Morici e la sua figura a tutto faceva pensare tranne che all’artista tormentato o, peggio, sicuro di sé e sicuro che i critici forse l’avrebbero osannato come precursore di una nuova avanguardia artistica.

Ci conoscemmo a fondo, ricordo un’intervista lunghissima mentre, di fronte, mi scorrevano creazioni che identificavano, per poi sparigliarsi subito dopo, certe tendenze che stavano facendo capolino o erano in via di estinzione.

La forza di linee e personaggi si mescolava e comprimeva in mezzo a ciarpami di materia, per Morici quello che contava era rappresentare quello che ci offre il mondo, quello che abbiamo vissuto nei campi di sterminio per arrivare alle Torri gemelle, crimini orrendi della storia.

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Di Italo Morici c’è una bellissima esposizione intitolata “Antologia”, in mostra fino al 27 ottobre a Palazzo Bisaccioni, in piazza Colocci.

Curata alla perfezione da Giancarlo Bassotti, esprime, nelle tele esposte – che non sono a decine soltanto perché il loro grande formato talvolta è poco adatto alle pareti dei luoghi delegati a esposizioni – le contraddizioni della nostra quotidianità.

Affascinano i momenti che dimostrano come la materia riesca a diventare una realtà diretta, che carpisci e strappi ai colori, perché è solo comunicando che si trasmettono ricordi ed emozioni.

C’è molto da riflettere, di fronte a questa bellissima e ordinata mostra, che potremmo definire come ho letto in una vignetta di Altan, quando uno dei suoi personaggi ti trafigge con una “non battuta”, dicendo «Uno nasce e poi muore, il resto sono chiacchiere».

Morici ha attraversato il mondo, dove ha esposto le sue opere ma non ha mai amato separarsene.

Peccato manchi la “Guernica dei Balcani”, troppo grande per trovare una collocazione, ma è la sintesi autentica di quello che Italo diceva: «E l’uomo si fermi a meditare su di sé ma solo per un istante, perché la verità brucia nell’attesa di essere scoperta».

Morici è morto nel 2011 e dopo otto anni anche per lui è il momento che la Città, intesa come istituzione, lo riporti alla luce della storia dell’arte della nostra Jesi.

Ecco, ricordo, quel giorno che andai a trovarlo, era il 9 aprile del 1978, e Italo mi regalò un bellissimo catalogo che conservo sempre, curato da Armando Ginesi.

Per chi non l’ha mai conosciuto come uomo e come artista, l’appuntamento è valido fino al 27 ottobre.

Giovanni Filosa

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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