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Cronaca

JESI / La nuova grotta scoperta a Frasassi dal Cai di Jesi (foto)

All’interno del famoso complesso ipogeo e denominata “del Cervo Bianco”, potrebbe essere il punto di congiunzione del versante

JESI, 8 ottobre 2020 – Era una normale battuta di ricerca di cavità, quella del 9 settembre scorso, quando Michele Merloni del gruppo speleologico Cai Jesi (foto in primo piano) si è imbattuto in una spaccatura nella falesia dalla conformazione particolare.

Quella strana V rovesciata nel versante est del monte di Frasassi si rivelerà poco dopo una grotta mai esplorata prima.

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«Ero in una zona piuttosto ripida del monte – racconta -, quando mi sono accorto di questa spaccatura colma di terra, con una vegetazione particolare. Frugo nel terriccio, e scavando con la piccozza trovo frammenti di stalattiti e stalagmiti e tracce di animali indicatori di una cavità carsica».

«Cambio prospettiva: vado in una postazione sopraelevata rispetto la spaccatura, e noto che la roccia ha una forma smussata, e che c’è un piccolo buco. D’istinto ho infilato il dito, e ho notato che affondava nel terriccio. Avvicino una sigaretta accesa alla roccia rientrante – è un test molto diffuso – e vedo che il fumo ne è attirato: ero nel punto più alto di un’antica grotta».

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Fino al 16 settembre Michele Merloni, speleologo da due anni, ha continuato a scavare finché non si è prodotto un buco di 50 centimetri. Spostando una grossa pietra di una trentina di chili, la polvere viene risucchiata dall’incavo.

Sotto il buco c’è una parete di roccia liscia: una cavità.

A questo punto non restava che continuare a scavare insieme ai compagni del Cai Jesi.

Il 21 settembre gli speleologi guadagnano finalmente l’accesso. Il primo a scendere è Antonio Piazza, nei giorni successivi tocca al presidente della sezione Cai di Jesi, Luca Pieroni, e al geologo Amedeo Griffoni. Griffoni è stato tra l’altro fra i primi esploratori della Grotta Grande del Vento di Frasassi, nel 1971.

Michele Merloni è l’ultimo ad entrare nella nuova grotta, battezzata Grotta del Cervo Bianco.

A sinistra Michele Merloni, alle spalle Amedeo Griffoni. Segue Luca Pieroni, a destra Antonio Piazza

«Il cervo bianco, secondo l’antico folklore, era un animale mitologico, quasi divino – spiega Michele -, una rarità che solo i più fortunati potevano avvistare. Era dal 1971 che non si scoprivano grotte, ed è dal 1971 che si cerca il punto di congiunzione del versante: speriamo sia questo. Inoltre, nel ciclo arturiano cacciare il cervo bianco significava andare alla ricerca, inseguire la conoscenza: andare a caccia non per uccidere l’animale, ma per godere della sua bellezza».

Michele aveva già scoperto in passato altri ingressi, ma troppo piccoli od ostruiti da crolli. Questa è la prima volta che scopre una grotta in cui è possibile entrare. Una grotta, tra l’altro, dall’enorme importanza scientifica: è stata datata come una formazione di 300-600 mila anni.

«È come entrare in una scatola del tempo – spiega -, dove tutto è rimasto intatto. Già fra dieci anni le tracce saranno rovinate dal calpestio e dalle mani. Stiamo studiando il modo in cui la grotta interagisce con l’ambiente esterno: ad esempio, ci sono infiltrazioni di radici dall’alto, e abbiamo riscontrato la presenza di muffe e funghi particolari che dovrebbero essere in superficie, e che in grotta si comportano diversamente».

Le esplorazioni continuano: al momento la grotta sembra promettere dimensioni molto più grandi di quanto non sembri. Tante le possibili vie percorribili, parzialmente ostruite da fango fossile molle che va rimosso (si tratta di residui fluviali di migliaia di anni fa), in direzioni diverse, anche verso l’alto e verso il basso.

Elisa Ortolani

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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