Segui QdM Notizie

Opinioni

Jesi La pace ha bisogno che la politica primeggi sull’ecomomia

Il dibattito in Europa è dominato da un’unica ossessione: il riarmo e il suo finanziamento, si tratta di una visione miope nell’ambito dei rapporti internazionali

*di Filippo Bartolucci

Jesi – Oggi è il 6 gennaio e, come ogni anno, la nostra città celebra la Giornata della Pace (alcune iniziativive sono state rinviate a domenica prossima causa il maltempo, ndr): mi sembra naturale cogliere l’occasione per aprire un dibattito volto a rilanciare un messaggio di coesistenza tra i popoli.

Qualche settimana fa, durante una conversazione con un compagno a cui sono profondamente legato, egli osservava che, nel nostro tempo, solo la pace è una prospettiva accessibile alla ragione; la guerra totale, al contrario, già nel tentativo di immaginarne le conseguenze si rivela un orrore che nega la dignità dell’essere umano. Questo assunto mi spinge a osservare con inquietudine l’evoluzione della politica europea, dove il dibattito è dominato da un’unica ossessione: il riarmo e il suo finanziamento. Si tratta di una visione miope della politica internazionale: gli ultimi dati del Sipri mostrano icasticamente come la spesa militare complessiva dei paesi dell’Unione Europea abbia raggiunto i 371 miliardi di dollari, superando i 314 della Cina, i 149 della Russia e gli 88 dell’India.

L’Europa si colloca così al secondo posto a livello globale, subito dopo gli Stati Uniti. È evidente, dunque, che l’incremento della spesa militare non costituisce lo strumento più adeguato a garantire la stabilità. Al contrario, ritengo più attuale la lezione di Enrico Berlinguer, che negli anni Ottanta indicava nel governo mondiale per la pace la via per conciliare giustizia sociale e coesistenza pacifica. La coesistenza pacifica tra i popoli rappresenta, in effetti, la via più saggia per affrontare le crisi globali, a partire dal Medio Oriente dove, come osserva Francesca Mannocchi, l’Europa mostra una profonda ipocrisia morale: pur dichiarando illegali gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, le merci prodotte in quei territori continuano a entrare liberamente nei suoi mercati. Italia, Germania e Francia mantengono livelli di importazione simili a quelli pre guerra, dimostrando che non mancano strumenti giuridici o economici, ma piuttosto la volontà politica di tradurre le condanne formali in azioni concrete.

Al contempo, suscita forte apprensione l’attacco di Trump nei confronti del Venezuela: un’aggressione a uno Stato sovrano che, oltre a riproporre una logica di dominio riconducibile alla Dottrina Monroe, costituisce una grave violazione del diritto internazionale e genera instabilità a livello globale, come la guerra in corso in Ucraina.

Questo conflitto, oltre a segnare un punto di svolta nella storia europea, è destinato a ridefinire l’equilibrio internazionale. Le responsabilità di Putin restano enormi e innegabili; al tempo stesso, come rileva il Presidente D’Alema, il suo revanscismo nazionalista finisce paradossalmente per essere rafforzato dalle iniziative di Trump, inefficaci nei fatti.

Si tratta di una guerra che nessuno può vincere: l’Occidente non è disposto ad accettare la sconfitta dell’Ucraina e la Russia, potenza nucleare, non accetterà una sconfitta militare. Diventa dunque indispensabile giungere a un accordo e l’Europa, più degli Stati Uniti, dovrebbe assumersi la responsabilità di promuovere un’iniziativa politica per l’organizzazione di una conferenza internazionale capace di garantire pace e sicurezza, sul modello di quella di Helsinki del 1975.

È stato detto che “l’Europa è il pensiero della pace incarnato in istituzione”. Non vi è affermazione più vera. Tuttavia, perché questo principio diventi realtà, è necessario che la politica riacquisti il proprio primato sull’economia, si affermi come spazio di dialogo tra le generazioni e offra al nostro continente una prospettiva all’altezza delle sfide che l’attualità ci pone dinanzi.

*Consigliere comunale Jesi

© riproduzione riservata

Continue Reading