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JESI / L’EX MILITARE AFGANO FARHAD BITANI: “HO SCOPERTO IL MIO ISLAM ATTRAVERSO IL CRISTIANESIMO”

JESI, 16 dicembre 2016Farhad Bitani, ospite degli incontri in Fondazione Carisj, ha raccontato una storia, la sua storia, quella della sua vita, “che parla di molte cose, l’odore della guerra, fumo, sudore, pane stantio e immondizie… racconta di qualcuno che è stato ucciso… si nasce, si combatte, gli amici muoiono, i nemici muoiono, si muore noi stessi“.

Farhad Bitani insieme a Beatrice Testadiferro che ha condotto l’incontro in Fondazione

Così Domenico Quirico, inviato di guerra de La Stampa, scrive del libro L’ultimo lenzuolo bianco (2014), che Farhad  alla fine è riuscito a dare alle stampe per raccontarci i suoi primi 30 anni, descrivendo tutto quello che lui, giovane rampollo afgano di una conosciuta e importante famiglia di mujaheddin, ha vissuto, visto, sofferto, goduto e, poi, soltanto poi, capito.

Da militare – Accademia di Modena, in Italia – a scrittore e mediatore culturale, rifugiato politico che ha tagliato i ponti con il passato, un radicale cambiamento verso il dialogo interreligioso e interculturale.

“La vita è molto strana – dice – non mi sarei mai potuto immaginare che un giorno avrei lottato attraverso lo scrivere per raccontare quello che ho vissuto. Nessun editore voleva pubblicare, all’inizio. Adesso faccio anche 4 presentazioni del libro incontrando circa 3 mila persone, a settimana“.

Nato a Khabul nel 1986, si è trovato sin da piccolissimo immerso nella guerra, quella che dal 1979 all’89 gli afgani combatterono contro i sovietici. Suo padre, Mohammad Qasim, un capo mujaheddin (patriota), influente e molto conosciuto.

“La mia fortuna – rammenta – è stata quella di essere nato in una famiglia potente. Non ci è mai mancato nulla anche se la guerra l’ho vissuta in prima linea. A 9 anni già imbracciavo il kalashnikov (arma d’assalto a metà tra fucile e mitra – ndr – ) e ricordo che per settimane intere eravamo costretti nei sotterranei di casa”.

Cacciati i russi, però, iniziò la sanguinosa guerra civile con i talebani che vinsero, impadronendosi del potere, nel 1996.

“Un periodo molto buio, da perseguitato. Come succede in tutti i fondamentalismi, e io sono nato e cresciuto nel fondamentalismo, loro erano contro l’educazione e per la sottomissione della donna. Ma quando sottometti una donna soffochi anche la libertà dell’uomo. Ho partecipato, da spettatore, per tre volte agli spettacoli della morte negli stadi, il giovedì, dove si uccideva, si lapidavano le donne, si tagliavano gli arti. Violenze inaudite. Ma la convinzione di ognuno, inculcata, era che partecipare ti faceva diminuire i tuoi peccati. Nel mio cuore nero c’era, però, un punto bianco: la mia mamma e l’ho capito quando ho visto un’altra mamma portata alla lapidazione. Quella volta, per la prima volta, dentro di me s’insinuò la domanda: perchè?“.

Farhad con il libraio Sandro Grilli

Il cambiamneto di Farhad, come lui spiega, “è dovuto a un percorso fatto soprattutto di piccoli gesti, un’attenzione, un abrraccio, un saluto, che ho ricevuto proprio dagli infedeli: sono cambiato attraverso il diverso che non volevo frequentare, che mi faceva paura, all’inizio. Ho scoperto il mio islam attraverso il cristianesimo“.

Infatti, dopo un periodo in Iran – dal 1999 – dove la sua famiglia si rifugiò negli agi (“tanti soldi, tutto il denaro che viene dall’Occidente se lo spartiscono in pochi…”), sconfitti i talebani il padre fu mandato come addetto militare nell’ambasciata afgana di Roma (2005).

E dall’Italia incomincia il suo cambiamento, complice anche un attentato (2011) subito in Afganistan, che per poco non gli costava la vita.

“Dal 2009 non ero più quello di una volta. Ma non avevo il coraggio di dirlo. Poi ho deposto le armi ed eccomi qui, anche se con mio padre non ci parlo più dal 2012″.

“Lo faccio perchè altri afgani non siano più costretti a subire violenze e per dimostrare a tutti che anche i piccoli gesti possono cambiare la vita di un uomo. Solo nel 2008 sono riuscito a leggere il Corano nella mia lingua, era proibito farlo con i talebani, la lettura avveniva in arabo, impossibile capire, e non vi ho trovato nulla di quello che mi avevano insegnato. Dio è amore e rispetto per la vita, il mio dio e quello dei cristiani.”

Un libro da leggere L’ultimo lenzuolo bianco, tutto d’un fiato. E che lui porta anche in tutte le scuole.

(p.n.)

 

 

 

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