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Cronaca

Jesi «L’Iran sotto l’ombra della morte», il racconto dell’attivista iraniana Anahita Dowlatabadi

Da 20 anni vive in Vallesina e attualmente a Jesi, col sostegno dell’Udi e della Casa delle Culture la proposta della cittadinanza onoraria alle tre donne iraniane attualmente in stato di prigionia nel loro Paese, concessa all’unanimità dal Consiglio comunale jesino

Jesi – Abbiamo contattato Anahita H. Dowlatabadi (foto in primo piano), di origine iraniana, che dal 2006 si è trasferita in Vallesina, attualmente risiede a Jesi – e da anni è attivista per i diritti umani, componente di diverse associazioni che promuovono i diritti delle donne, i valori della pace e dell’integrazione -, perché ci raccontasse delle tre donne iraniane che, pochi giorni fa, hanno ricevuto la cittadinanza onoraria dal Comune di Jesi.

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Ma inevitabilmente la conversazione ha preso una piega dalle sfumature ben più ampie, partendo dal numero di condannati a morte nel Paese, ben 2.066 nel 2025, del vivere da anni nel terrore delle azioni repressive della Repubblica Islamica – in auge da 47 anni -, delle manifestazioni in piazza del 7 e 8 gennaio, oggetto della brutale repressione del Governo. Fino alla drammatica situazione attuale, il Paese assediato dai bombardamenti degli Usa e dello Stato Ebraico, un popolo stremato, diviso tra la speranza che la guerra possa distruggere quel potere repressivo e la paura di morire, di perdere i propri cari, la propria casa, di andare incontro alla distruzione.

Anahita partiamo dalle cittadinanze onorarie, che significato ha questo riconoscimento concesso dal Comune per queste tre donne iraniane, attualmente in stato di prigionia?

«Con il sostegno delle associazioni Udi (Unione donne in Italia) e Casa delle Culture, abbiamo presentato la richiesta di cittadinanza onoraria per Pakhshan Azizi, Vrishe Moradi, Sharifeh Mohammadi. Tre donne attiviste, attualmente tre vite sospese. Il 30 settembre, qui a Jesi, l’approvazione all’unanimità del Consiglio comunale alla candidatura della civica benemerenza, ricordo la gioia e la commozione di quel momento. Perché sapevamo che quel gesto aveva un valore reale».

«E infatti, poco dopo, le condanne a morte di Sharifeh e Vrishe sono state sospese. Un’amica comune, una ex prigioniera politica, mi ha scritto che avevano saputo della cittadinanza onoraria. Erano felici e grate, il voto dell’aula consiliare era arrivato fino a loro, ha attraversato i confini, è arrivato nelle loro celle e soprattutto ha dato loro respiro».

«Non è la prima volta che quando si puntano i riflettori mediatici o si conferiscono riconoscimenti di questo tipo ai prigionieri, la condizione delle persone interessate cambia, viene sospesa la condanna, l’atteggiamento nei loro confronti, in carcere, diventa più pacato. Il Governo di fronte ai riflettori vuole dare una buona immagine di sé e di come tratta i prigionieri. Quindi, quello delle benemerenze non è stato un semplice gesto formale, ma per queste donne ha significato tanto».

Qual è stata la reazione delle tre donne, hai avuto modo di saperlo? E quali sono i dati delle esecuzioni negli ultimi anni in Iran?

«In Consiglio comunale il giorno della cerimonia ufficiale avrei voluto leggere alcuni messaggi da parte di queste tre donne, portare le loro parole di gratitudine nei confronti del Comune, ma in quel momento non era possibile, la repressione è talmente forte che ogni comunicazione era pericolosa e i contatti con l’estero possono diventare motivo di nuove accuse. In carcere la condizione di rischio è ancora più alta. In momenti come questo, ogni parola può essere usata contro di loro».

«Nel 2025 sono state eseguite 2.066 condanne a morte. Solo dall’inizio del 2026 fino al 24 febbraio sono state eseguite 552 esecuzioni. Ma le autorità finora hanno ammesso solo alcune migliaia di decessi, obbligano le famiglie a firmare certificati di morte con motivazioni false: arresto cardiaco, suicidio, incidente. La settimana scorsa è arrivata la notizia che in 39 sedi giudiziarie sono state emesse 1.073 nuove sentenze capitali con esecuzione immediata per i manifestanti arrestati. Adesso, con la guerra, la situazione è precipitata e si è fatta molto più complessa».

A proposito del conflitto in corso, quando è degenerata la situazione e quali sono le condizioni della popolazione iraniana, immagino tu abbia lì parenti e amici, sei riuscita a contattarli?

«Dal 28 dicembre, a seguito dell’aumento dei prezzi, il bazar di Teheran ha iniziato uno sciopero, il 7 e l’8 gennaio milioni di persone sono scese in piazza in tutto il Paese, ma la repressione del Governo è stata brutale: migliaia di arresti, persone scomparse, feriti uccisi con il colpo di grazia per strada o negli ospedali. Medici e infermieri arrestati per aver curato i manifestanti».

«Dall’8 gennaio Internet e le linee telefoniche sono state quasi totalmente bloccate, impedendo qualsiasi comunicazione con l’esterno. Entrano nelle scuole e arrestano i minori, tutti coloro che partecipano alle manifestazioni ora rischiano la condanna a morte. Secondo stime indipendenti, il numero delle persone uccise durante questa repressione può variare tra oltre 30.000 e 36.000, inclusi civili e minorenni, con decine di migliaia di feriti».

«Dall’inizio del conflitto ho cercato di mettermi in contatto con mia madre e i miei cari per sapere come stavano. Solo giovedì scorso mia mamma è riuscita a chiamarmi, lei vive in una cittadina al centro del Paese, mi ha detto che lì si sentono i bombardamenti ma sono lontani, io sono segnalata come attivista contro il Governo e non posso chiedere o parlare più di tanto al telefono, potrei metterli in pericolo. Ho fatto la scelta anni fa di non tornare più nel mio Paese, finché ci fosse stato questo Governo, ma i mei cari vivono lì e non possono rischiare».

«In generale si vive nella paura. Testimonianze di mie amiche iraniane raccontano di aver visto la gente cadere a terra come foglie, riferiscono dell’efferratezza dei militari, sono determinati ad uccidere, adesso chiunque rischia la vita».

C’è tra la popolazione la convinzione che questa guerra possa portare alla definitiva caduta del regime e a un nuovo capitolo della vita politica?

«La popolazione è divisa. Una parte vive nella disperazione per il massacro subìto in questi anni, arriva perfino a sperare che le bombe possano distruggere il potere oscuro della Repubblica Islamica e i suoi mercenari. E c’è anche un’altra parte del Paese che vive nella paura, nell’angoscia della guerra, nel terrore per i propri figli, per le proprie case, per il proprio futuro. È un popolo stremato, diviso tra rabbia, dolore, speranza e paura».

«Soprattutto credo che ci sia bisogno che le reali condizioni del Paese siano messe sotto i riflettori, che non vengano taciute. Di fronte a un massacro di queste proporzioni, il silenzio non è prudenza: è complicità. C’è bisogno di divulgare e informare. Domani (sabato ndr) sarò a Lucca per portare in scena uno spettacolo sull’Iran con l’associazione Le beffe di Lucca e Amnesty International, io e una mia amica iraniana porteremo il nostro contributo. Oggi il popolo iraniano vive nella stessa condizione delle tre donne che hanno appena ottenuto la benemerenza dall’Amministrazione jesina. Vive sotto l’ombra costante della morte ma ha bisogno che il mondo guardi».

(foto in primo piano, Anahita H. Dowlatabadi )

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