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Eventi & Cultura

JESI / Maria Teresa Chechile: «Non avrei mai pensato di scrivere versi»

Nata in Svizzera, proviene da Atena Lucana ma da anni lavora come infermiera all’ospedale “Carlo Urbani”

JESI, 16 settembre 2020 – Il vice direttore di questo quotidiano on line, Pino Nardella, che ringrazio perché mi permette di scrivere alla “sanfasò” (se lo cercate, non lo trovate, significa come mi pare) e mi considera a tutti gli effetti «un giornalista serio anche quando cazzeggio» e che, come lui, ha attraversato e sta attraversando anni di professione sicuramente diventati molto duri (lui comunque è molto più giovane di me) e ingrati, non ha mosso un capello quando gli ho parlato di poesia.

Ho intervistato alcune poetesse (termine comunque molto vago), che ho ritenuto in sintonia con la mia idea di “lirica”. Chiaramente ognuno di noi ha la sua cifra, ma se volete un’anteprima, fremo per intervistare la signora Saffo, di cui ricordo alcuni versi scritti 2.700 anni fa, rimasti impressi nella mia memoria dai tempi del Liceo, perciò immortali.

«È tramontata la luna insieme alle Pleiadi, la notte è al suo mezzo, il tempo passa, io dormo sola».

Mi serve solo, per l’intervista, un bel tavolo a tre piri. Mi attrezzerò.

Visto che non conta la quantità, nella poesia e non solo lì, ma la qualità, recentemente Maria Teresa Chechile è emersa nel mare magnum di quanti approcciano questa forma di trasmettere le proprie emozioni, le sensazioni in forma diversa dalla prosa, non fa niente se c’è la rima o no. Libertà.

La Chechile, nata in Svizzera, proviene da Atena Lucana e da anni vive a Jesi, dove lavora come infermiera presso l’ospedale “Carlo Urbani.

Ha ricevuto tanti di quegli attestati, ha vinto tanti premi che passerebbero, ad elencarli, le righe concordate per l’articolo. A me stimola quell’ “Alfiere della poesia, ambasciatrice per la memoria viva”, con Liliana Segre.

È da poco uscito il suo libro “Pensieri fugaci”, con la prefazione di Armando Ginesi (altro giornalista di lunghissimo corso…) ed allora ne parliamo subito.

Così le chiedo come sia nato questo volume.

«Tutto è nato casualmente, non avrei mai “creduto” che mi sarei un giorno messa a scrivere versi, anche se da piccola avevo un cassetto reale, in camera mia, dove depositavo appunti, impressioni, piccole frasi a futura memoria. Chissà, mi dicevo, un giorno o l’altro può darsi che li riscoprirai e ci troverai dentro qualcosa di coinvolgente. Poi la vita, sai, ti propone alcune possibilità».

«Ho avuto la possibilità di incontrare il poeta Alessandro Quasimodo, attore e poeta figlio di cotanto Premio Nobel, che rimane piacevolmente impressionato da una lirica, la prima, che avevo presentato a un concorso letterario così, senza sperare nulla. Si chiamava “Di notte”, e in seguito gli ho presentato altre mie liriche, fino a quando non mi ha detto: “Ragazza, ma tu fino ad oggi dove sei stata?”. “A fare l’infermiera”, gli ho risposto. Lui ha trovato in me un “potenziale”, così l’ha chiamato, e da quel momento, sempre su suo suggerimento, non mi sono fermata più. Ho scritto e scritto ancora. Ed ho soprattutto ricreduto in me stessa. Mi sono messa in gioco spesso, ho preso parte a tanti concorsi letterari, soprattutto per rendermi conto se e quanto quello che mi aveva detto Quasimodo corrispondesse a verità. All’inizio da un gioco è diventato un impegno che ho preso seriamente perché mi dava gioia, mi interessava, mi faceva riavere fiducia in me stessa, quella fiducia che per vari motivi avevo accantonato. Non mi sono più fermata».

Il mondo della poesia è molto particolare e anche tranchant nei giudizi…

«Sì, lo so, ma in fondo mi ha spinto il fatto di ottenere un certo successo, capivo che le mie poesie in un modo o nell’altro arrivavano, come per i racconti, gli spaccati di vita, tutte azioni e sensazioni vissute nel mio quotidiano lavorativo, nel rapportarmi con le persone, predisposizione che ho scoperto a poco a poco. Ed i riconoscimenti ricevuti, come quello del mio paese d’origine, Atena Lucana, che mi ha riconosciuta come figlia di Atena. Il primo riconoscimento istituzionale, e qualche mese fa anche dalla Regione Marche, la mia regione adottiva».

 

Cosa c’è nelle tue liriche?

«Niente di più della mia quotidianità, raccolgo i momenti ideali di un istante della vita, ma anche un attento e acuto guardare oltre, sempre con un’ottica ottimistica».

Hai avuto ispirazione nel periodo più pesante del Covid, uno dei più drammatici della nostra esistenza?

«L’ho considerato un periodo di rinascita, ho sempre pensato che dietro quella sofferenza c’è sempre qualcosa che deve spingerti a risalire, a riprovare una strada, un modo che dia forza e coraggio per andare avanti. Ho scritto e prodotto, diciamo così, molto, più di tutti amo versi nati di getto una mattina, mentre andavo al lavoro, in marzo, in piena pandemia. Mi sono fermata, ho preso la penna e il taccuino e via. Quando, durante il lockdown, il 18 marzo, ho visto l’Italia unita, il senso di Patria, al di là degli aspetti sanitari e sociali, e della situazione economica, ed ho ricordato mio padre che mi ha sempre stimolato ad essere me stessa, mi è venuta di getto scrivere una piccola prosa, lanciata anche da alcuni giornali. È così nata “In trincea – 18 marzo 1932”, data del compleanno di mio papà, perché sono convinta che quando si tocca la sofferenza siamo tutti partecipi ed emergono il senso di appartenenza e di umanità. Questo brano, inviato ad un concorso a Santa Maria Ligure, è stato pubblicato in Cara Italia ti scrivo, una antologia che raccoglie poesie e brani scritti sotto Covid».

«Oggi? Ho iniziato a scrivere una bozza di un secondo libro, che scandaglia… non vado oltre, ne riparleremo. Ultima cosa: non sono una fotografa, ma le emozioni penso di saperle cogliere. Amo uno scatto che è diventato anche la copertina del libro. L’ho colto davanti all’ospedale “Carlo Urbani” all’alba, mentre stavo andando al lavoro, un rosso corallo che mi ha colpito dentro. Un sole rosso speranza, forse, giusto?».

Giovanni Filosa

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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