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Jesi Mario Dondero, il fotoreporter che raccontava il mondo
La mostra resterà aperta fino al 12 aprile, ingresso gratuito, alla scoperta del linguaggio di uno dei più importanti foto giornalisti internazionali, Sale espositive Betto Tesei, a piano terra
Jesi – È stato bello, anzi emozionante, rivedere alcune opere e sentire la presenza di Mario Dondero, uno dei più importanti foto giornalisti internazionali, prima nella Galleria degli Stucchi di Palazzo Pianetti e poi nelle Sale Espositive Betto Tesei, a piano terra.

Evento da non perdere, insieme alla presentazione del libro “Mille parole. Scritti sparsi” (Edizioni Affinità Elettive, 2025). Mario Dondero, dopo aver viaggiato il mondo per i suoi reportage, dal 1998 si era stabilito nella nostra regione, per amore, per creatività, per affinità non lo so, e qui restò fino alla morte, nel 2015. Lasciando anche suoi scritti, sue impressioni, suoi piccoli capolavori che completano, diciamo così, la sua statura culturale.

Ho avuto modo di conoscerlo e intervistarlo grazie a Valentina Conti, anima della Casa editrice Affinità Elettive, nel 2011, quando venne a Jesi per una esposizione di suoi lavori a Palazzo dei Convegni.
L’assessore alla cultura Luca Brecciaroli ha aperto questo incontro con Dondero confermando «la volontà che mostrano i Musei Civici della Città di aprirsi ai linguaggi del contemporaneo e alla fotografia d’autore, valorizzando l’eredità di un artista che ha saputo raccontare il mondo con un’umanità unica».

Già, l’umanità di Dondero, il suo essere amabile, empatico, in sintonia con tutti, persone consapevoli di avere di fronte un personaggio che aveva incontrato, fotografato, frequentato, conosciuto le personalità più in vista in ogni parte del mondo. È seguita una presentazione ragionata del volume curato dal dr. Francesco Pascali, studioso del fondo archivistico di Dondero, e interventi e letture di passi del libro da parte della prof.ssa Laura Strappa, giornalista e curatrice di mostre e cataloghi dedicati all’artista.
La celebre frase “una foto vale più di mille parole”, cui si è fatto cenno, trova la sua essenza proprio «nella capacità della fotografia di catturare l’attimo fuggente, cristallizzando un momento specifico che le parole spesso non riescono a descrivere con la stessa intensità o precisione».

«La fotografia blocca il tempo e crea eternità, comunica istantaneamente un’emozione, racconta una storia in uno scatto, diventa in sostanza un diario dell’anima».
Massimo Raffaeli, critico letterario e filologo, amico fraterno di Dondero, sul quale ha scritto fiumi di libri, ha mostrato alcune foto che il cugino Alberto ha realizzato, ripercorrendo quasi un percorso di vita.
«Io non posso pensare a Mario come morto – ha affermato Raffaeli -. Lui che ha fotografato il mondo, che ha vissuto fianco a fianco con le più svariate tipologie di popolazioni, lui sempre Donderoad, come ricordavo in un mio libro scritto insieme ad Angelo Ferracuti, scrittore e giornalista fermano. Ecco, mi ricorda del primo viaggio che ho incontrato e studiato nella mia vita, l’Odissea, perché lì si è specchiata l’arte e la curiosità di Dondero».

«Dove c’è viaggio, c’è conoscenza, sempre nel massimo rispetto, come detto, verso tutti gli esseri umani. Mario restò affascinato dal fotografo Robert Capa, con la sua fotografia definita onesta e necessaria, una sorta di servizio reso alla comunità. Chissà se sarebbe diventato un fotografo che racconta la verità non costruita, se non avesse incontrato Capa. Amò anche Cartier Bresson, altro grande del ventesimo secolo, un vero architetto della fotografia, attento a linee e forme di immagini dietro le quali c’era anche una precisa estetica dell’istantanea. E poi ricordo gli “Scatti per Pasolini”, da cui nacque una mostra in cui Dondero ha fissato il fotogenico enigma dell’amico Pier Paolo, nel fervore creativo della Roma degli anni Sessanta, così disse la critica, esaltandone la sua generosità e freschezza».

La mostra resterà aperta fino al 12 aprile, con ingresso gratuito. Il progetto è stato possibile grazie alla collaborazione con l’associazione Altidona Belvedere, soggetto gestore della Fototeca di Fermo dove è custodito l’immenso archivio dell’autore, e con il supporto operativo del Circolo Culturale Massimo Ferretti per l’allestimento.
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