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Eventi & Cultura

JESI / Marta Tacconi, la pianista che sognava di fare il medico

«Non pensavo affatto che sarei diventata una musicista, volevo fare medicina: nella musica, nell’arte, bisogna credere per fede»

JESI, 25 novembre 2020 – È bello vedere ed ascoltare sui social (per ora) una carissima amica che sta facendo la sua strada nel mondo della musica più o meno proprio come se l’era scelta.

Marta Tacconi, poco più di trent’anni, l’abbiamo vista crescere (parlo anche a nome degli amici Onafifetti) ed esplodere al momento giusto.

Gli inizi, quando era una ragazzina che «a stento arrivava alla tastiera»

 

Prima di raccoglierne i resti sparsi un po’ dovunque, vi rivelo che undici anni fa (aveva vent’anni!) partecipammo insieme ad una serata per la Fondazione Federico II  Hoenstaufen nel corso della quale erano presenti diversi artisti. La sentimmo suonare, l’abbordammo anche con un pizzico di incoscienza (eravamo senza pianista, allora), le chiedemmo di provare a fare qualcosa di completamente diverso dalla sua preparazione e Marta, con altrettanta incoscienza, ci rispose di sì.

Questo l’antefatto. Negli anni ha vissuto le sue esperienze musicali, ha studiato moltissimo, ogni giorno ne ha una nuova in testa che per starle dietro ci vorrebbe il Gps, ha frequentato teatri come pianista accompagnatrice e ora il vero e proprio boom, la riscoperta della concertista che rivolge la sua attenzione alla musica da camera.

Cosa significa il successo, Marta?

«Successo significa aver detto, fatto, creato qualcosa di importante e interessante, aver saputo portare un messaggio alla gente, al pubblico che ti segue e che finalmente crede in te. Ed è anche una responsabilità nei confronti di te stessa per quello che fai e come lo fai».

Quanti sacrifici comporta arrivare a essere riconosciuta come una brava artista?

«Dico che nella musica, nell’arte, bisogna credere per fede. I sacrifici ci sono, e pure tanti, e comportano una scelta di vita. Aspra, talvolta, ma dove non trovi  problemi?».

Quanto è rimasto in te della ragazzina che, finite le lezioni allo Scientifico di Jesi, prendeva il treno e si fiondava al Conservatorio di Pesaro?

«È rimasto tanto. Fra sogni, fantasia, energia ma se ripenso oggi a quel tipo di vita … a cronometro, sicuramente la rifarei. È stato, negli anni, come far “sopravvivere” quella ragazzina che a stento arrivava alla tastiera».

Marta Tacconi con gli Onafifetti

Lo spunto per fare la musicista e non il pompiere o l’astronauta?

«Non pensavo affatto che sarei diventata una musicista, volevo fare medicina. Nel mio tempo libero, sfogliavo l’enciclopedia Utet, cercavo tutto quello che potevo sulla medicina, perché in testa avevo la voglia di diventare medico. Il pianoforte c’è sempre stato, così come la musica, l’idea di entrare in Conservatorio era sempre presente. Però…il cosiddetto piano A, portare avanti Medicina e Pianoforte, un giorno è saltato. Sarebbero stati troppi i sacrifici. Peccato, amo fortemente e studio, comunque nei momenti liberi, psichiatria, psicologia, un interesse molto approfondito e, ti dirò, traslato nella musica, perché ci sono sui miei scaffali tanti libri che accoppiano la musica alla psicologia, alla terapia».

“Dove finiscono le mie dita, deve in qualche modo incominciare una chitarra”, diceva De André. È vero anche per una pianista come te?   

«Il tuo strumento non solo diventa parte della tua vita ma anche parte del tuo corpo. C’è una ricerca continua del “contatto” (col pianoforte si può fare? Mi leggo il Dpcm…ndr), fra le mani, il corpo del musicista e lo strumento. Certo, è una cosa che ti appartiene (allora si tratta di “congiunti”, quindi va bene), anche se non ci portiamo lo strumento da casa. La nostra sensibilità, dopo un certo tempo, ci fa sentire a nostro agio anche con strumenti che non sono i nostri, pensa ai concerti, mica ti puoi portare un pianoforte a coda sulle spalle! È vero che non sai mai quale strumento troverai, che tipo di acustica. Ma conta ritrovare le stesse sensazioni che si sentono in studio quando tocco i tasti del mio strumento».

E col soprano Federica Livi

L’affinità tra musica e dimensione spirituale ha radici antichissime che, seppure in forme diverse, si è manifestata e si manifesta nella maggior parte delle culture umane. Ma come si raggiunge il “divino”?

«Per quel che mi riguarda, un artista si sente portatore di un messaggio, senz’altro. Poi se sia divino o di altra natura, questo fa parte del proprio credo, della propria educazione. Nel mio caso, sono convinta di essere “un tramite” nel portare un messaggio. C’è bisogno di bellezza, non intesa come punto di arrivo ma come ricerca di un percorso. Poi ognuno interpreta il “messaggio” secondo la sua esperienza, la sua coscienza».

Hai uno studio pieno di libri: se ci fosse un incendio, cosa salveresti per prima cosa?

«Ho tanti libri affascinanti, letti e … suonati. Il pianoforte salverei, sicuro, i libri poi li recupererei. Un aneddoto. Io mi sono laureata in primo livello a Pesaro, in pianoforte, nel 2009, l’anno del terremoto dell’Aquila. Lo abbiamo sentito benissimo anche noi e così, nel panico di eventi come quello, ho dormito, in quei giorni, con a fianco del mio letto uno zaino contenente i libri della mia tesi».

Conservatorio di Perugia, allievi in studio, partecipi alla musica che la nostra regione produce, fai concerti con cantanti e strumentisti. Sei arrivata a una scelta?

«Vengo da un percorso di pianista solista quindi fino all’anno della mia tesi è stato quello il mio percorso. Ho fatto tantissimi concerti, sin da bambina, ma ad un certo punto ho sentito la necessità, anche per motivi di lavoro, di esplorare altre forme e dipartimenti, diciamo così, musicali. E mi sono dedicata all’accompagnamento nel settore della lirica, dove ho avuto grandi soddisfazioni. Ora sto ritornando, con mia grande gioia, al giusto equilibrio fra il lavoro vero e proprio del pianista e la passione della musica da camera. Quindi un percorso strutturato, fisso e regolare, di collaborazioni stabili con determinati colleghi. Le ultime esperienze con il soprano Federica Livi, con la quale siamo amiche dai tempi del Conservatorio, e con cui abbiamo messo in scena la Voix Humaine di Poulenc ci ha portato a solcare vari mari, partendo dalla lirica, ma ogni tanto facciamo piccole fughe divertenti nella musica leggera e ora anche la musica vocale da camera».

Recentemente hai girato un nuovo video, che sembra top secret; grazie per avermene mostrato qualche stralcio…

(Risata) «Una segretezza non voluta, dovuta al fattore C (sta per Covid, nessuno si senta offeso…); questo video in realtà è un progetto che coniuga diversi linguaggi, ed è collocato in un mondo culturale moderno. Un esperimento artistico con Luca Ranieri, grande violista. Abbiamo fatto un enorme lavoro, i nostri due strumenti in un luogo magico danno sensazioni straordinarie. È un progetto che avremmo dovuto presentare in questi giorni. Però… necessita di uno spazio ampio, c’è bisogno di pubblico in sala, e non sto a spiegarti altro. Per ora aspettiamo. Non appena ci sarà la possibilità di ritornare a fare spettacoli e musica condivisa, sarà bellissimo presentarlo al pubblico».

Hai toccato tanti “generi” musicali: gli Onafifetti ti hanno “deviata”?

«Mi aspettavo la domanda. Macché, frequentare anche la satira, l’ironia, il teatro cabaret coi suoi tempi sghembi, mi ha fatto capire che la musica è un linguaggio che permette di esprimersi in tanti modi. Sono curiosa, mi è piaciuto mettermi in gioco con gli Onafifetti, mi rido addosso quando e se posso. L’occasione di far parte di un gruppo che attraverso la musica coniuga un aspetto storico, letterario, filosofico della nostra città, e non solo, è stuzzicante. Gli Onafifetti sono un gruppo, ovviamente me compresa, che in sostanza è portavoce, narratore della nostra storia. Mi sento responsabile, per cui ne sono strafelice».

Giovanni Filosa

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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