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JESI / Nel segno di una cicatrice: Leonardo Mancini si racconta

Secondo libro per lo jesino che esplora con grande profondità la sua vita dopo la diagnosi di una neoplasia

JESI, 16 gennaio 2022«Nella vita ho sempre fatto quello che mi piaceva, che amavo, perché è il mio modo di essere, e questo mi ha sempre aiutato».

Così Leonardo Mancini, una laurea in storia contemporanea, gli occhi che scrutano l’orizzonte dietro di te per vedere se c’è qualcosa che non ha visto,  mentre mi parla del suo secondo libro (il primo, “Polvere sul viso”, me lo ha inviato in pdf, non esistono copie) appena uscito.

Si intitola “Storia di una cicatrice”, sta circolando fra la gente, in rete e non, come un virus, prende tutti per la sua profondità, per la sua crudezza, diciamolo pure, per la sua scrittura struggente e determinata, per i valori che emana come un buon infuso da un thè preso a Saigon. E si espande.

Leo, lo chiameremo così, lo conosco da anni, ha allenato mio nipote Lorenzo, classe 2005, non solo sul campo ma anche con sguardi e principi, gli ha fatto capire cosa significa gruppo, cosa significa amici, la lealtà e la durezza di uno scontro. Perché lo sport è confronto. Ed il calcio è lo sport che Leo ha impresso, come un marchio, sul cuore.

Perché la necessità di questo libro, Leo?

Nasce  dopo un paio di anni dalla malattia che ho avuto. Forse è stato un modo per rielaborare il lutto, vedere, sotto un’ottica diversa, come la sofferenza fisica e psicologica cambi una personalità. E se la cambia. Sinceramente avevo l’idea di fare una specie di diario, da far leggere agli amici più cari (che ringrazio, senza citarli tutti tanto lo sanno), quelli che mi hanno seguito sempre e ai quali sono molto affezionato, magari pinzettando i fogli fotocopiati. Insomma, niente idea di libro. Poi, sai come funziona, ho cominciato a scrivere e l’idea è cresciuta.

Dividiamolo in parti: la prima è onirica, da quando sei entrato in sala operatoria…

Già, è stato come se, sotto anestesia, avessi rivisto, anzi, rivissuto insieme agli amici i viaggi della mia vita, e sono tanti, passo dopo passo, i panorami diversi in ogni angolo di mondo, la Bombonera, a bordo di una corriera stravagante che mi creava orizzonti e nuovi sogni per praterie, laghi, mari, montagne, foreste. E poi lo spogliatoio, insomma un insieme spiazzante di ricordi ricordati, volevo forse che qualcuno si chiedesse: perché Leo ha vissuto la sua malattia in questo modo?  In sostanza, ho preparato il lettore che non mi conosce, gli amici invece ci si ritrovano subito. Fantastica la loro improvvisata a Milano, per la mia operazione, non me li aspettavo sulla porta della mia camera.

Quando ti sei accorto della tua malattia?

Nel 2016 mi sono accorto di avere una macchia bianca sulla lingua. Non le ho dato peso, non mi dava problemi. Ed ho lasciato passare il tempo. Ho continuato a giocare a calcio, allenare, fare la mia vita di tutti i giorni. Solo quando mi sono accorto che stava degenerando, mi hanno visitato e mi hanno diagnosticato una leucoplasia degenerata in neoplasia. Ho convissuto con questo ospite indesiderato ma ci sono riuscito caricandomi dentro. Pensa che ho giocato la mia ultima partita cinque giorni prima che mi operassero. Ed ho fatto pure goal!  

Cosa rappresenta il gioco del calcio? Cosa è un cross dall’ala?

Sinceramente? La cosa più bella per me non è solo segnare, quello piace a tutti. E’, invece, fare l’assist, far segnare i compagni, è il gesto di altruismo per eccellenza. Mi è sempre piaciuto il calcio perché unisce generazioni, è identicità, lì in mezzo siamo tutti uguali, forse in quello professionistico non sempre emergono gli esempi migliori. Il calcio è uno sport di squadra, non individuale.

Diciamo che l’operazione è stata per te un altro viaggio, da mettere insieme agli altri per il mondo. Perché gli spazi sconfinati dell’Argentina, il Perù, il Vietnam…

Nel 2009 ho fatto, con un amico, il Cammino di Santiago, non per fede, bensì per capire perché gli altri, visti da dentro, lo fanno. Abbiamo conosciuto un ragazzo che parlava sempre di Sud America. Eravamo diventati amici. E’ morto, poveretto, in un incidente stradale e questa è stata forse un’altra spinta che mi ha fatto decidere per il Sud America. Partendo dall’Argentina, capirai,  per me è la patria del calcio, ma ho vissuto anche le città, la natura, fino alla Patagonia.

Tuo padre, cosa ti ha dato?

Mi ha dato molto, ha fatto sempre il dirigente, mai l’allenatore, sapeva stare nelle retrovie e questo mi ha fatto capire che in un gruppo non è importante essere il protagonista ma sono indispensabili anche i comprimari. Mi ha fatto vivere il calcio con gli occhi del bambino.

Con la tua cultura musicale e letteraria sembra, davvero, un po’ fuori del coro…

Io son un Gucciniano, ho fatto una tesina su “La locomotiva”, quello è il periodo che amo di più, con artisti che ti insegnano qualcosa fra le righe dei loro versi e gli accordi delle loro chitarre. A scuola non è che fossi un campione di bravura, ma ho cominciato a leggere con Foster Wallace, e non mi sono fermato più. Ecco, “Agassi”, biografia del grande tennista, è per me un grande libro, io che non so neppure come è fatta una racchetta. Perché? Perché c’è la “cattiveria per arrivare” e ci sono i sacrifici quasi disumani di chi deve arrivare a essere qualcuno. Il mio libro preferito? “Pastorale americana”, di Roth. 

Quando si è chiusa la cicatrice?

E’ ancora aperta, ad essere sincero, ma metaforicamente forse si è chiusa il giorno che ho smesso di giocare, quando mi hanno tributato un saluto e una festa come se fossi un grande campione. Avevo perso peso, massa muscolare, ma sono riuscito a ricominciare a giocare abbastanza bene, ed ho smesso quando ho voluto io.

Giovanni Filosa

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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