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Jesi Simone Cristicchi, come una sinfonia dell’universo

Festival Pergolesi Spontini, il concerto al Teatro un viaggio quasi da clandestino di un cantautore alla ricerca di un proprio infinito, magari felice, ma che nasconde e fa scoppiare, all’improvviso, tutto quello che ammorba questi tempi

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JesiSimone Cristicchi, quando entra sul palcoscenico del Pergolesi per presentare, ieri sera, sabato, durante il XXV Festival Pergolesi Spontini Dalle tenebre alla luce, sembra voler sparigliare le carte, tipo vi faccio vedere io come vi racconto il mio viaggio da una vita perfetta passando per l’imperfetto che ogni giorno ammorba e rende spigolose le nostre vite.

Ci racconta, ci mette in guardia urlando il suo “basta”: esaminate, gente, con un occhio diverso la scenografia, dove teli che scendono dall’alto ad arricchire l’occhio, danno l’idea di quei teli che ci (mi) ricordano da vicino l’omaggio alle vittime di tutte le guerre e non solo, vere o false, in corso. 

Simone ci spiazza, perché in questo viaggio quasi da clandestino alla ricerca di un proprio infinito, magari felice, nasconde e fa scoppiare, all’improvviso, tutto quello che ammorba questi tempi. E allora si parte, giro di rock, la gente si guarda e poi irrompono i testi. Le situazioni che sono diventate ormai stanze di vita quotidiana.

Anche lui vuole cercare un senso a questa vita anche se questa vita… un senso non ce l’ha. E allora, mentre sfuma il giro di rock duro scorrono, sul fondale della nostra mente, tutte le brutture che ci saranno d’inciampo per arrivare lassù, chiamatelo come lo chiamava Dante, va benissimo, dove ci sarà chi avrà cura di me. E di te. Cristicchi non è più e non è solo quel musicista e poeta della parola che magari ti prende il cuore e ti regala un’emozione.

Diversa, personale, articolata, ma mai ruffiana, come qualcuno ha malevolmente scritto, quasi gli imputasse di far soldi raccontando, in canzonette, le malattie peggiori della vita.

Anche quelle, ecco, sono dure ma non esigibili da chi non le merita. Mi è sembrato avesse voglia di ripercorrere, ovviamente a modo suo, personale e a volte profondo come un cazzotto nell’anima, i racconti del Teatro canzone, ricordate?

Scoprimmo un Gaber che ci raccontava le ingiustizie del sociale, della criminalità dei professionisti che ci speculano sopra, con parole taglienti. Ecco il punto che mi ha fatto amare a fondo questo spettacolo: Cristicchi ha eroso le nostre piccole convinzioni della quotidianità alla quale qualcuno ci ha abituato, con una forza paragonabile a quella di un fiume che scende a valle corrodendo ogni cosa sul suo cammino per poi esplodere, con una forza immensa, verso il suo destino.  

Non ha risparmiato nulla, ha messo in un cassetto tutti gli inciampi e i balbettii della vita e la schiavitù dadei social, poi li ha tirati fuori, uno a uno. E allora musica, maestro, per parlare di bullismo, di pazzia, dell’esodo straziante (in “Magazzino 18”) degli istriani verso l’Italia, di cui ci si ricorda solo in giorni comandati, o delle serate in cui magari con vecchi amici in mente, si balla il sirtaki, si cantano stornelli a rima, si rammentano i padri della nostra cultura della coscienza.

Immaginate Dario Fo, Enzo Iannacci, Giorgio Gaber, Fabrizio De Andrè (la magnifica chiusa di un pezzo ci ha ricordato Il pescatore), Battiato, la dolcezza di un ballo fra anziani, la ricerca della cura di sé e di te.

Ed anche di quei momenti in cui, per passare a comprendere la vera sinfonia dell’Universo ci sembra di non poter arrivare mai, è lì che Cristicchi ha guardato uno per uno le centinaia del Pergolesi e, nominando una sola parola, genocidio, l’hanno coperto di applausi. Le canzoni corrono, il pubblico accompagna musica, parole e sensazioni. Alla fine, estrae una sorta di diario.

Apre e scorre le pagine. Legge: «Vi ho fatto entrare nel mio mondo, e voglio concludere da dove siamo partiti, dal nome e dal progetto di questo concerto, “Dalle tenebre alla luce”. Ricordate quando, da bambini, ci portavano in gita, con la scuola? A vedere un museo, un palazzo? Ci facevano scrivere nel nostro quadernone tutto quello che c’era rimasto impresso delle nostra esperienza. Oggi ho voluto segnare, su questo mio taccuino, tutto quello che penso di avere imparato, in questo lungo viaggio. La nostra quotidianità è disegnata e fatta da tanti piccoli ricami, per decifrarne i segreti. Ho imparato, fra le tante cose, che la forma più alta di intelligenza è quella di osservare, seguire da vicino il cambiamento. E comprendere che il vero peccato mortale è l’ incapacità di vivere in sintonia con l’universo».

«Noi siamo nati in una sinfonia grandiosa e la nostra nota, ogni singola nota, ha una risonanza infinita nel cosmo. La felicità è come una porta che si apre solo verso l’esterno, noi non siamo nati per caso ma da un atto d’amore.  E non siamo qui per caso, ma per imparare ad amare. Non andiamo verso il nulla, ma ritorneremo all’amore. La più grande speranza è arrivare al mio ultimo respiro e dire: che fortuna, ho vissuto».  

Una grande Compagnia, una profonda collaborazione con lo Gnu Quartet, ensemble dal timbro raffinato che, «in commistione con la storica band di Cristicchi, ha dato vita a una inconfondibile cifra stilistica, un incontro tra la delicatezza della musica da camera e l’energia del rock d’autore, un equilibrio perfetto tra eleganza e sperimentazione».

Ricapitoliamo: voce e chitarra, Simone Cristicchi; chitarre, mandolino e buzuki Riccardo Copurso, basso e contrabbasso Andrea Rosatelli, pianoforte, fisarmonica e tastiere Riccardo Ciaramellari, batteria e percussioni Walter Sacripanti

Lo Gnu Quartet: violoncello Stefano Cabrera; viola Raffaele Rebaudengo, flauto traverso Francesca Rapetti, violino Roberto Izzo. International Music and Arts.

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