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Cronaca

Jesi Solidarietà e coraggio, il messaggio di Raniero Zuccaro agli studenti

All’assemblea d’istituto del “Cuppari Salvati” l’ex ispettore di Polizia ha raccontato il suo sostegno a una missione di suore cappuccine in Perù: «Insieme si raggiungono obiettivi che da soli sembrano impossibili»

Jesi – Un invito a non restare indifferenti e a mettere il proprio tempo al servizio degli altri.

È il messaggio che Raniero Zuccaro, ex ispettore di Polizia in pensione da pochi mesi, ha consegnato ieri mattina agli studenti del Cuppari-Salvati durante l’assemblea d’istituto organizzata dalle professoresse Mariarita Gianangeli, Lucia Sarti, Federica Romanelli e Cristiano Coppa, insieme ai rappresentanti Davide Cantarini, Matteo Ginesi, Paolo Ceccarelli e Mattia Tassi.

Da sedici anni Zuccaro sostiene una missione delle suore cappuccine in Perù, realtà che ha conosciuto vivendo per un periodo in un villaggio poverissimo, privo di elettricità e servizi essenziali. Un’esperienza che, come ha raccontato ai ragazzi, gli ha «sconvolto la vita».

«Nel mondo siamo tutti piccoli – ha spiegato – ma se ci mettiamo insieme, con coraggio e spirito di squadra, possiamo raggiungere obiettivi che da soli sembrano impossibili».

L’ex poliziotto ha ripercorso il momento in cui, davanti alla povertà e alla guerra per il controllo della canna da zucchero, si interrogò sul senso della propria presenza lì, e perchè i potenti permettevano che tutto quello accadesse. Fu proprio suor Mercedes, a fargli cambiare prospettiva: non chiedersi cosa dovrebbero fare i potenti, ma cosa può fare ciascuno con le proprie mani.

«Non puoi costringere qualcuno ad amare – gli disse – ma puoi decidere tu da che parte stare».

Da quel momento Raniero Zuccaro ha scelto di dare visibilità alla missione attraverso eventi sportivi, 34 al suo attivo, e iniziative solidali, autofinanziate e realizzate nei giorni di ferie, coinvolgendo colleghi e amici. Fino a imprese estreme, come l’attraversamento del Salar de Uyuni in Bolivia, per sostenere il sogno di una ragazza disabile che voleva aiutare la missione.

«Il ricavato di ogni iniziativa, di ogni torneo o momento conviviale trascorso insieme, veniva interamente destinato alla missione, raccolto e inviato alle suore. Con il tempo, grazie a questi contributi, nel villaggio è stato realizzato un piccolo edificio di circa 150 metri quadrati, costruito in muratura con tetto in legno: una struttura semplice, ma fondamentale in mezzo alle capanne. Un punto di riferimento dove potersi ritrovare e dove le suore, ancora oggi, accudiscono quotidianamente tra i 25 e i 35 bambini, figli di ragazze madri in difficoltà».

Un numero che, ha sottolineato, «è in costante crescita, segno di un bisogno che non si esaurisce e di un impegno che continua nel tempo».

Un passaggio particolarmente forte è stato quello rivolto direttamente al mondo dei ragazzi. Ha invitato gli studenti a riflettere sull’isolamento che spesso caratterizza la loro generazione, «sempre connessa ma non sempre davvero insieme».

«Il telefonino ti dà lo spunto, ti fa vedere tutto – ha detto – ma poi bisogna passare all’azione». esortandoli a riscoprire il valore del contatto umano e del fare squadra. In questo senso ha raccontato l’attraversata del lago di sale in Bolivia, il Salar de Uyuni, una delle distese più estreme al mondo, affrontata per realizzare il sogno di una ragazza in sedia a rotelle che voleva contribuire alla realtà della missione.

«Non l’ho fatto per me – ha spiegato – ma per rendere felice una persona e per dare visibilità a chi fa del bene nel silenzio».

Un esempio concreto, consegnato ai giovani, di come «insieme si può arrivare lì dove da soli sembra impossibile» e di come anche un’impresa estrema possa nascere semplicemente dal desiderio di far felice qualcuno.

«Se impieghi il tuo tempo per migliorare la vita di qualcun altro, hai speso bene il tuo tempo», ha ricordato agli studenti. Un concetto ripreso anche dalla professoressa Gianangeli: «Nessuno basta a se stesso. Insieme si arriva meglio all’obiettivo. Le belle persone sono come stelle: le vedi quando è buio».

Tra emozione e silenzi attenti, Zuccaro ha invitato i ragazzi a «spegnere un po’ il cellulare» e a passare dall’idea all’azione. Perché la solidarietà, ha concluso, non è fatta di parole ma di scelte quotidiane condivise.

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