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L’ARTICOLO / Siamo stati “sognati” per la vita

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Ci chiediamo frequentemente se da questa pandemia usciremo migliorati o peggiorati, di sicuro ne usciremo diversi, inevitabilmente diversi

CASTELPLANIO, 9 giugno 2020 – La crisi esistenziale che abbiamo vissuto e viviamo ancora in questa pandemia ci ha spinti a mettere in discussione la nostra stessa vita, soprattutto lo stile del vivere personale e comunitario, i nostri reali bisogni, le nostre vere aspirazioni mascherate nelle alienazioni della vita quotidiana.

Molti di noi hanno riscoperto la differenza tra il divertimento ad ogni costo, le distrazioni goliardiche che ci allontanano dalle verità più profonde e la felicità che troviamo nel leggere, scrivere, meditare, ascoltare, contemplare opere d’arte che sanificano gli occhi, li rende nuovi e più attenti alle sfumature del vivere.

Le nostre menti che per lungo tempo si sono limitate all’immediato, al secondario e al frivolo, possono essere rigenerate per un’apertura all’essenziale: amore e amicizia per la nostra realizzazione individuale, la comunità e la solidarietà del nostro “io” in “noi”, il destino dell’umanità di cui ognuno di noi è una particella. Il confinamento (ora distanziamento) fisico può incoraggiare il de-confinamento delle menti.

Papa Francesco, con la sua levatura morale, uomo attento alla storia del nostro mondo: ai dolori e alle gioie, all’oscurità e alla luce, alla faticosa traversata della notte e al desiderio profondo di ognuno di noi di uscirne e riabbracciare il calore del sole, ci ha ricordato, in questi giorni, che l’umanità non è abbandonata a se stessa e la morte non può vincere, perché «siamo stati sognati per la vita!»

All’altezza del dolore

Sergio Mattarella ci ricorda che con una pandemia in corso, la festa della Repubblica quest’anno più che mai «interpella tutti coloro che hanno una responsabilità istituzionale circa il dovere di essere all‘altezza del dolore, della speranza e del bisogno di fiducia scaturiti in questi mesi» (1 giugno 2020).

Molti di noi, io in primis, ci chiediamo se veramente abbiamo saputo portare sulle nostre spalle il dolore, l’angoscia di tanti che hanno versato lacrime e hanno invocato aiuto. In alcuni Paesi del mondo sembra essersi risvegliata la violenza, assopita per un po’ di tempo nel chiuso delle nostre case. Lo scontento, forse anche la paura del futuro, perché la nostra fiducia è molto debole.

«Abbiamo sperimentato la nostra vulnerabilità e impotenza – scrive Papa Francesco -. La narrativa di una società della profilassi, imperturbabile e sempre pronta al consumo indefinito è stata messa in discussione, rivelando la mancanza di immunità culturale e spirituale davanti ai conflitti. Una serie di vecchi e nuovi interrogativi e problemi (che molte regioni ritenevano superati e consideravano cose del passato) hanno occupato l’orizzonte e l’attenzione. Domande che non troveranno risposta semplicemente con la riapertura delle varie attività; piuttosto sarà indispensabile sviluppare un ascolto attento ma pieno di speranza, sereno ma tenace, costante ma non ansioso che possa preparare e spianare le strade che il Signore ci chiama a percorrere» (lettera ai sacerdoti di Roma 30 maggio 2020).

Non come prima

Quanta angoscia abbiamo sperimentato, di fronte alla tristissima visuale delle bare trasportate ai cimiteri o ai centri per la cremazione, in altri Paesi addirittura nelle fosse comuni. Potremmo raccontarci l’esperienza interiore della nostra emotività ferita e dei sentimenti di impotenza, che spesso si sono travestiti in tormento.

«Come il forno prova i vasi del vasaio, così siamo stati messi alla prova… Frastornati da tutto ciò che accadeva, abbiamo sentito in modo amplificato la precarietà della nostra vita…». (Papa Francesco, ivi). Dalla tribolazione e dalle esperienze dolorose non si esce uguali a prima. Questa crisi dovrebbe aprire le nostre menti a lungo confinate sull’immediato.

«Non possiamo sapere, dichiara l’anziano filosofo E. Morin, se, dopo, il comportamento e le idee innovative decolleranno, o addirittura rivoluzioneranno la politica e l’economia, o se l’ordine scosso verrà ripristinato.

Possiamo temere fortemente la regressione generale che stava già avvenendo nel primo ventennio di questo secolo (crisi della democrazia, corruzione e demagogia trionfanti, regimi neo-autoritari, spinte nazionaliste, xenofobe, razziste). Tutte queste regressioni (e nella migliore delle ipotesi stagnazioni) sono probabili» (in Le Monde il 19.4.2020).

Migliorati o peggiorati?

Ci chiediamo frequentemente se da questa pandemia usciremo migliorati o peggiorati. Non ne siamo ancora usciti, non ne usciremo presto, e dovremo fare l’abitudine a una serie di divieti e di comportamenti anomali. Di sicuro ne usciremo diversi, inevitabilmente diversi. Saremo migliori se avremo imparato alcune cose. Vogliamo scongiurare l’ipotesi della regressione o del “tutto come prima”. Ma occorre indovinare quale orientamento dare alla nostra vita.

Lo scrittore Brasiliano, Paulo Coelho, in un suo romanzo descrive due atteggiamenti degli uomini: Costruire o Piantare.

«Ogni essere umano nel corso della propria esistenza, può adottare due atteggiamenti: costruire o piantare. I costruttori possono passare anni impegnati nel loro compito, ma presto o tardi concludono quello che stavano facendo. Allora si fermano, e restano lì, limitati dalle loro stesse pareti. Quando la costruzione è finita, la vita perde di significato. Quelli che piantano soffrono con le tempeste e le stagioni, raramente riposano. Ma, al contrario di un edificio, il giardino non cessa mai di crescere. Esso richiede l’attenzione del giardiniere, ma, nello stesso tempo, gli permette di vivere come in una grande avventura. I giardinieri sapranno sempre riconoscersi l’un l’altro, perché nella storia di ogni pianta c’è la crescita della Terra intera». (Paulo Coelho, Brida, 2008)

Per troppo tempo abbiamo agito da costruttori del nostro benessere (magari a scapito dei più poveri), innalzando muri entro cui ci sembrava essere protetti da ogni tipo di invasione. Siamo stati costruttori a volte solerti e per lo più funzionanti, ma all’improvviso ci siamo scoperti chiusi entro le “stesse paretiche avevamo innalzato.

La Bibbia ci dice che l’uomo è sempre stato lusinghiero costruttore di mura e di superbe difese: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da malta.  Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra» (Gen 11,3-4).

Abbiamo eretto sicurezze con la scienza e la tecnica, facendone scopi di vita, e ci siamo sentiti forti. Ma la nostra torre, come a Babele, è stata insidiata da un male invisibile, chiudendoci dentro le mura con il rischio di perdere il senso e l’orientamento del vivere. Aperte le porte delle nostre case, stiamo uscendo con la nostalgia dei prati, dei boschi e delle montagne. Ammiriamo la natura con stupore e benessere psico-fisico. Stiamo forse ritrovando la nostra potenzialità di esperti giardinieri; uomini e donne che nelle tempeste non si lasciano abbattere, ma continuano ad accompagnare la crescita e il rifiorire di quanto hanno piantato. Il giardiniere sa che «il suolo ha bisogno della semente, così come il seme necessita del suolo. Uno ha senso solo se incontra l’altra. La medesima cosa avviene per gli esseri umani. Quando la conoscenza maschile si fonde con la trasformazione femminile, nasce la grande unione magica, che si chiama Sapienza. La Sapienza è conoscere e trasformare» (Paulo Coelho, ivi).

Da bravi giardinieri implementiamo la “sapienza che trasforma” con la nostra riflessione, la relazione e lo scambio delle belle aspirazioni interiori. Nell’angoscia della notte per la dura prova, abbiamo sperimentato che è possibile ciò che ritenevano impossibile. Se, in questi mesi, sapremo attendere fiduciosi e essere operativi con l’audacia che ci è possibile, avvertiremo la voce del nostro pianeta, ritroveremo il coraggio di rimettere al centro di ogni iniziativa e trasformazione necessaria la persona umana: dal bimbo che nasce al vecchio che muore. Non è questa la “sapienza che riconosce e trasforma”? Fiorirà il nuovo giardino, quello che Dio ha consegnato fin dalle origini della creazione all’uomo e alla donna “suoi amici e custodi”.

A noi oggi il compito affidarlo alle nuove generazioni, perché lo abitino come solerti giardinieri, con esperienze di pacifica convivenza, intelligente operatività e sguardo contemplativo.E’ bello e molto buono”, quanto il Creatore ha dato in custodia alle generazioni di ieri, di oggi e di domani. Dall’Eden alla fine dei tempi!

E da credenti sappiamo che in ogni prova «la fede ci permette una realistica e creativa immaginazione, capace di abbandonare la logica della ripetizione, della sostituzione o della conservazione; la fede ci invita a instaurare un tempo sempre nuovo: il tempo del Signore». (Papa Francesco).

Nella felice notte,
segretamente,
senza essere veduta,
senza nulla guardare,
senza altra guida o luce
fuor di quella che in cuore mi riluce.
Siccome il tuo amore
mi protegge sempre,
attraverso con te
le tenebre e la notte.
(Giovanni della Croce e J.Kentenich)

Anna Maria Vissani, Grafologa e Counselor

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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