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Le feste Il Natale: se sei di Jesi, lo sai!

Il periodo natalizio, oltre agli aspetti religiosi, porta con sé ritualità laiche o pagane inossidabili alle mutazioni temporali, uno spaccato che ci racconta di qualche anno fa

*Jesi – Il ripetersi di “a te e famiglia” accompagna le nostre giornate di dicembre. Non una semplice frase ma un mantra, che a volte diventa stile di vita, avvolto nel mistero: affetto o fredda diplomazia? Voglia di condividere un momento di serenità o imprecazione celata? Vallo a sapere!

Di certo, però, è che il periodo natalizio, oltre agli aspetti religiosi, porta con sé delle ritualità laiche o pagane inossidabili alle mutazioni temporali.

Questo lo ha ben capito un ex giovanotto come me, nato nel cuore della Città Regia, in Vicolo della Pace, all’alba degli anni 80. Ben prima, dunque, rispetto alle piattaforme digitali che nel frattempo hanno bruciate le attese, consumato la curiosità, ridimensionato il concetto del sogno.

Più o meno, passate le Fiere di settembre, iniziavamo a pensare alla lista dei desideri: il carrello virtuale era carta, penna e fantasia, mentre il Berlusca con la Tv commerciale ci proiettava potentissimi raggi di luce artificiale negli occhi. Il nostro scrigno magico era situato in Viale della Vittoria, da Fava, o nel negozio delle signore Campanelli. Il gioco visto solo in pubblicità, sulla reclame, come dicevano i nonni, si materializzava, assumeva una forma esistenziale. Per un attimo, era persino realistico pensare che a consegnarlo sarebbe stato proprio Babbo Natale, parcheggiando le renne davanti al portone di casa.

In fondo lo percepivamo come un personaggio buono, affascinante nel suo essere in tutti i sensi irraggiungibile, rigorosamente paffuto, barbone, con gli occhialini, le gote arrossate e la voce calda, da tenore.

Vedere oggi, controfigure smilze intente a distribuire volantini, suonare pifferi e scorrazzare in motocicletta è un insulto alla leggenda e al quoziente intellettivo dei fanciulli. Sia chiaro, quando si palesava un qualsivoglia zio di secondo grado con un mantello rosso urlando “meri crismasse”, facevamo finta di credere fosse quello originale, venuto direttamente dalla Lapponia, solo per amor della pace familiare.

I tardi pomeriggi che accompagnavano l’arrivo dei giorni di festa erano dedicati al centro commerciale naturale tra Piazza del Duomo e Corso Matteotti, passando per via degli Orefici. Un quadro in movimento di uomini, donne e bambini che a passo di danza cercano l’idea illuminante tra le vetrine scintillanti, con alcune tappe fisse.

Il tessuto per la tovaglia importante si acquistava da Nino Zannoni, con il negozio in affaccio su Piazza della Signoria che ci appariva immenso. La biancheria per la casa da Zullo. I bookstore erano gli scaffali della libreria Incontri, o la Cattolica. Le musicassette, quelle col nastrino, erano l’esclusiva della Casa del Disco. Per gli addobbi natalizi ci si fiondava da Gabrielli: assortimento assicurato e il gusto semplice di salire con la scala mobile.

L’arrivo della primizia rappresentata dalle statuine del presepe artigianali e automatizzate porta il nome del mitico Cherubì, in Piazza Ghislieri. Noci, nocciole, nocelle, anacardi, bruscolini (le becche, ci siamo capiti), datteri e simili erano la specialità di Copparò, che “ce l’ha più bone de tutti”. Le benedette tredicesime mensilità erano utili anche per togliersi qualche sacrosanto capriccio: a noi soldini di cacio veniva comprato il maglioncino di lusso dalla Fiorentina, mentre per il nuovo elettrodomestico il passaggio d’obbligo era da Pierella. 

L’età dell’adolescenza ci portava poi a fare la spola tra i negozi di articoli sportivi, Barchiesi e Cesaroni. Era fondamentale sapere se la felpa e le scarpe con il baffo fossero giunte in tempo dagli Usa: poi qualcuno provvederà, esclamavamo. Il tutto con in tasca la Christmas card: la schedina ideata dalla Omnitel al costo di 10.000 lire, che consentiva di chiamare gratuitamente un numero telefonico a scelta: i “du du du da da da” tra fidanzatini erano assicurati per un mese.

La verità è che eravamo entrati nella fase in cui al regalo materiale (il pigiamone di flanella aleggiava negli incubi notturni) preferivamo la bustina bianca con all’interno la banconota, possibilmente pesante. 

Nel passaggio da mano in mano pagavamo volentieri lo scotto di dover farfugliare una risposta alla fatidica domanda del parente di turno: “quando ce presenti la ragazzetta?”.

Con la pausa scolastica e l’approssimarsi della Vigilia di Natale, giungeva il momento di acconciare barba e capelli. Lungo la strada che porta in via Gramsci 73, dove Figaro accoglie tutti con un gran sorriso, sapevi che se avessi trovato solamente 18 persone in attesa, praticamente possedevi in tasca il biglietto vincente della lotteria di Merano: ore e ore passate comunque in allegria e preziose per una sana infornata di gossip.

Resta il fatto che, nelle varie forme di celebrazioni natalizie, l’arte culinaria entra in modo dirompente. Una sorta di Maratona Mentana dei sapori e delle abbuffate che inizia con le conviviali aziendali, sociali e tutto ciò che finisce con ali, e che avrà il suo acuto nei giorni 24, 25 e 26 dicembre, senza una data di fine certificata, mentre i trigliceridi si esibiranno nel burlesque. Momenti in cui l’armonia deve regnare, schiacciando ogni possibile cattivo pensiero: solitamente l’oste di casa accoglie gli ospiti in sinale, esclamando: “Non se parla de polidiga”. I commensali rispondo in coro: “E così sia”. Per il pranzo di Natale, sua maestà è il brodo. Di cappone, di dinda, o di gallina? Le nostre cuoche, in genere, risolvono il dilemma lessando tutti e tre i simpatici animaletti: per non far torto a nessuno, amorevolmente.

Con il ripieno dei cappelletti in eccesso, si crea un macro-polpettone, perché “ai monelli glie piace”. A cena va in scena la sagra dell’olio di semi di girasole: si frigge senza sosta, fino a quando il fumo non avrà invaso la cucina. Petti di pollo, vitelli, conigli, da servire anche nella versione porchettata, criceti, il pesciolino rosso Nemo e le anime affrante di qualche vegano.

Se a Jesi o nella sua Valle, passasse chef Alessandro Borghese per il controllo della pulizia nelle cappe aspiranti, sarebbe colto da un malore istantaneo. Un contornino non ce lo mettiamo? Giù, con i carciofi in giudia e i grugni con l’alicetta: è tradiziò. La pizza al formaggio è un inno alla gioia: in realtà sarebbe definita pizza di Pasqua, ma a chi non piace giocare d’anticipo?

Pietanze succulente annaffiate con un simpatico Verdicchio: chi non ha mai avuto sulla tavola un Fazi e Battaglia a forma di anfora, alzi la mano. Lo spumantino preferito è il Piersanti, nella versione bianca o rossa, che al momento dell’apertura si trasformerà in una sorta di allegra bomba molotov: il tappo in plastica di color grigio chiaro dal salotto arriverà in soffitta, camicie pronte per un viaggio in lavanderia, tovagliato trasformato in piscina olimpica, ma grandi e piccini gridano in coro:“evviva”. Lunga vita al Piersanti. La digestione è affidata al caffè corretto Varnelli, ma con l’aggiunta  dello zucchero Dietor per pulire le coscienze, al punchetto caldo, al Cointreau, che dona un tocco internazionale, e alla riserva di bicarbonato nascosta in dispensa.

Per Santo Stefano, una perentoria frase d’ordinanza: “R’cogliemo su”. Certo, a patto di non imbattersi nella zia che, prima ti propone dei ravioloni fatti con le sapienti manine, carichi di ricotta e spinaci, poi ti assesta il colpo finale, immaginate il gancio destro con cui Rocky ha steso Apollo Creed, con il tronchetto: pan di spagna arrotolato e Nutella a far da cuore e da glassa.

La passeggiata del 27 dicembre sul Montesecco è solo un modo per recitare un mea culpa collettivo, mentre i saggi anziani inizieranno a ricordarci che il giorno dei Santi Innocenti è alle porte con un detto popolare a risuonare come una sentenza definitiva: “Innocenti, innocentini; finide le feste, finidi i quadrini”.

*da Jesi e la sua Valle nr 22

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