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MOIE / «LA LIBERTÀ VA DIFESA, SEMPRE»: ANAHITA RACCONTA LA SUA RESISTENZA

Anahita Hoseinpour Dowlatabadi a Castelfidardo

Agli studenti di Castelfidardo: punto di vista inedito e originale frutto della propria esperienza di donna nata e vissuta in Iran dal quale è stata costretta a emigrare

MOIE, 27 aprile 2019  – Anahita Hoseinpour Dowlatabadi  da Moie – dove vive – ospite del Comune di Castelfidardo per raccotare la sua resistenza. Nata in Iran nel 1979, è in Italia dal 2006.

Anahita Hoseinpour Dowlatabadi a Castelfidardo

Al centro Anahita Hoseinpour Dowlatabadi. Accanto a lei il Sindaco Roberto Ascani e Elisa Bacchiocchi per l’Anpi

Un punto di vista inedito e originale da parte della giovane componente della sezione Anpi Mediavallesina che ha sottolineato come l’emigrazione sia «una forma di resistenza, che porta ad essere stranieri del proprio paese». Un’esperienza personale di sofferenza, da cui è sbocciato l’impegno «in difesa della libertà e della diversità che è ricchezza».

Esperienza incorniciata fra note di fisarmonica grazie al maestro Luigino Pallotta, dall’efficace contributo del mini-sindaco degli studenti Ivan Junior Cattaneo e dell’I.C. Soprani I.C. Mazzini, dalla voce intensa di Davide Bugari, Elisa Bacchiocchi presidente della locale sezione Anpi. La cerimonia è stata aperta dal saluto del sindaco Roberto Ascani. Il primo cittadino ha spiegato l’intenzione di dedicare alla donne il 25 aprile.

Anahita ha iniziato il suo racconto con un’immagine che raffigura la manifestazione delle iraniane contro la legge del 1979 che imponeva alle donne il velo fuori dalle abitazioni.

«Sono nata ad Esfahan, una città storica ma bigotta, in una famiglia che non lo era, ma che dopo la rivoluzione ha dovuto adattarsi alle nuove regole imposte dal regime paraislamico. Dopo la morte di mio padre, mia madre ha cresciuto me e mio fratello fra ingiustizie sociali e pregiudizi di ogni sorta verso le vedove e in un ambiente sfavorevole alla donna. Vivere con ogni tipo di violenza nella vita quotidiana è la normalità, anche io vivevo in questo ambiente ma non me ne rendevo conto. Nonostante ciò era una lotta continua: oggi so che questa lotta si chiama Resistenza».

Nell’agosto del 2006 Anahita arriva in Italia: «Emigrare è un’altra forma di resistenza. Ti fa crescere in fretta ma ti fa perdere molto, cominci a comprendere lo schifo del razzismo, perché prima nel proprio paese non ci si sente mai stranieri, dopo invece lo si diventa davvero». Moglie e mamma, Anahita si è avvicinata all’Anpi e alle associazioni femministe del territorio, convinta che «la libertà va difesa, sempre».

(e.d.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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