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Eventi & Cultura

MOIE / Trattoria del Maresciallo tra storia e leggenda, i 99 anni di Mafalda Brutti

Mafalda Brutti

Una vita dedicata al lavoro lasciato pochi anni fa: la grande figura del fondatore, il padre Icilio, la madre Rosetta, la mitica cuoca Pasqualina Albanesi

MOIE, 18 luglio 2021 – Era l’inizio degli anni Venti del secolo scorso quando il maresciallo dei bersaglieri Icilio Brutti avviava l’attività di Locanda del Maresciallo a Moie di Maiolati Spontini insieme alla moglie Rosa.

Nello stesso anno, il 1922, nasceva la loro figlia Mafalda che avrebbe poi brillantemente assunto in prima persona le redini della fortunata attività con fermezza e competenza.

Il 13 luglio la signora Mafalda ha compiuto 99 anni, festeggiati in casa, dopo una vita dedicata al lavoro che ha lasciato all’età di ben 92 anni (e solo su insistenza dei figli Gianni, Ulderico e Marcello).

Numerosi i riconoscimenti e le attestazioni ottenuti in questo quasi secolo di vita, sia a livello regionale che nazionale.

Un fulgido esempio per i giovani, quello della signora Mafalda, e di sprone a realizzare i propri sogni con coraggio, passione e impegno.

Trattoria del Maresciallo, la storia

Mafalda Brutti in Montali

Magari tra un po’, a Moie, ci sarà una piazzetta o una viuzza… del Maresciallo.

Magari, chissà. Il Maresciallo è un pezzo di storia di Moie, e il suo ricordo non è stato appannato dallo scorrere del tempo.

Il suo nome impossibile Icilio – non è di quelli che rimangono nella mente, ma basta dire il Maresciallo per inquadrare personaggio e storia.

Quella del bersagliere eroe della Grande Guerra, pluridecorato e promosso sul campo. Ma è anche la storia di un uomo tutto d’un pezzo, imponente mai prepotente, autorevole non autoritario, commerciante sapiente e corretto, persona rispettata e stimata a cui chiedere consiglio.

Ma è anche una storia dalla forte componente femminile, con la prima azienda tutta rosa del territorio. Insomma, una bella storia.

Icilio (dal latino Iciulius “battitore”) nasce nel 1892 a Moie di Maiolati Spontini.

Un anno importante con Umberto I che regna, Giolitti con il suo primo governo conservatore, poi ne guiderà parecchi altri, con le aperture di Papa Leone XIII sancite nell’enciclica Rerum Novarum, con il neonato partito socialista e le sue lotte proletarie.

Suo padre, Eugenio Brutti è un carabiniere e di figli ne ha già tre (Anselmo, Enrico e Silvia). Icilio cresce sano e robusto tra affetto e senso del dovere, sentimenti che resteranno per sempre nel suo dna. Va a scuola, prima nel paese e poi a Jesi.

Nel 1914, decide di arruolarsi volontario nel Corpo dei Bersaglieri, creato pochi decenni prima ma già pieno di gloria e piumato fascino.

Poi quattro anni di guerra, la Grande Guerra. Non amava raccontare episodi di combattimenti, trincee, assalti, morti.

Non lo faceva mai, come succede a quelli che la guerra l’hanno fatta in prima linea e la morte l’hanno avuta sempre accanto. Icilio è stato un eroe, pluridecorato con la Croce di Guerra e promosso sul campo.

Mai ne ha fatto vanto. Importanti le motivazioni delle decorazioni: il caporale Brutti che davanti a un massiccio attacco degli austriaci, non perde la calma e riesce a riorganizzare il suo plotone che stava per essere sopraffatto.

Rassicura, incoraggia, e riesce a respingere il nemico. In un’altra occasione guida l’attacco del suo plotone e mette in fuga i soldati avversari. Insomma, un leader Icilio Brutti. Però non se ne vanta, mai.

Promosso maresciallo sul campo, poteva fare carriera nel Regio Esercito, ma scelse di tornare a casa per tenere lontani quei tragici e valorosi ricordi.

Morirono quasi un milione di italiani in quella guerra che forse fu anche inutile perché l’Austria ci aveva offerto, per non combatterla, più di quanto si ottenne da vincitori.

Icilio torna a casa, e gli vengono offerte diverse possibilità meritate per quelle gloriose decorazioni di guerra.

Lo Stato premiava i suoi eroi, allora. Lui sceglie la licenza per vendere sale e tabacchi, entrambi monopolio dello Stato.

A Moie di Maiolati che stava già diventando un piccolo ma promettente centro di sviluppo. Quanto fosse importante il sale, a quei tempi, è storia di ogni famiglia: si acquistava in grammi o once, si teneva in casa con grande cura e non si sprecava mai.

Per i contadini era prezioso per far mantenere la carne di maiale che doveva bastare tutto l’anno.

I mezzi toscani erano i sigari più venduti, le Alfa e poi le Nazionali erano sigarette che si vendevano sciolte, anche una o due alla volta.

Quella licenza veniva concessa solo a persone affidabili. Ma era una licenza molto ampia, per una locanda con ristoro e pernottamento, dove si vendeva anche sale e tabacchi. E siccome quel nome Icilio non rimaneva in testa, per tutti quel giovanottone era e sarebbe stato il Maresciallo.

Quella locanda di via Clementina (attuale via Risorgimento) diventò la Locanda del Maresciallo, dal civico 54 al 60, in posizione centralissima.

Icilio ha bisogno di una spalla e sposa Rosa Bevilacqua di Montecarotto. Era la sua fidanzatina sin da ragazzi. Una leggenda di bellezza, serietà e capacità la signora Rosa Bevilacqua in Brutti, da tutti chiamata soltanto Rosetta.

Per decenni venne presa come migliore termine di paragone. Moie cresceva e cresceva l’attività della Locanda Il Maresciallo.

Cresceva contemporaneamente il rispetto per Icilio Brutti. Che era serio ma non serioso. Amava talvolta giocare a carte con gli amici di sempre, andare in campagna per scegliere pollame e verdure per la locanda.

Era sempre pronto a dare una mano a persone volenterose, e non solo con i consigli. Icilio e la bella Rosetta, che ormai tutti chiamavano la Marescialla, misero al mondo due figliole, Mafalda ed Eugenia. Vennero aiutati dai parenti per crescere le due bambine, perché la locanda non lasciava tempo libero.

Era un’osteria eccellente, ricorda ancora qualche vecchio avventore, aperta tutti i giorni dell’anno dalle 7 alle 22. La cucina era sempre più richiesta e anche le camere richiedevano lavoro.

Gli Anni Sessanta sono definiti mitici a ragione: l’Italia viveva il boom economico fatto anche di contraddizioni, ma reale. L’edilizia era in fermento, le campagne si spopolavano e i contadini diventavano metalmeccanici, manovali, muratori. Moie cresceva a vista d’occhio, era tutta un cantiere, anche disordinato talvolta.

La Locanda del Maresciallo scoppia. Icilio e Rosa decidono che è ora di cambiare. Investono nel progetto per realizzare una struttura tutta nuova, dietro via Risorgimento, poco lontano dall’antica chiesa di Santa Maria.

Un progetto importante che prevede un vasto ristorante, elegante e riservato a piano terra e camere d’accoglienza al piano superiore, oltre all’ala dell’abitazione privata. Nel 1966 il trasferimento e l’inaugurazione della nuova struttura che, però, continuerà a chiamarsi Locanda del Maresciallo.

Un salto di qualità che lentamente diventa sempre più di stampo femminile. Altre alla mitica Rosetta, da qualche tempo c’è anche la figlia Mafalda, un insieme di eleganza, bellezza e savoir faire che ne determina il fascino che l’età non ha sminuito.

Ma c’è un’altra donna, preziosa e con la tipica tigna nostrana a formare un trio eccezionale, Pasqualina Albanesi in Bocci, indistruttibile cuoca, aiutante, amica. Il successo si propaga praticamente in tutta Italia, per via di clienti e avventori commercianti e rappresentanti che ne lodano cucina e accoglienza.

Icilio Brutti muore nel 1970. Ha 78 anni e una vita fatta di doveri, affetti, lavori e valori. La Locanda del Maresciallo diventa azienda a gestione femminile, una rarità per quei tempi.

Quelle tre donne sono infaticabili e indistruttibili. Oggi la locanda non lavora più. Mafalda è ultranovantenne, non ha perso il fascino ma la forza sì. Il titolo di Marescialla lo ha portato con orgoglio e determinazione, ereditato da babbo Icilio e mamma Rosa.

Chissà, forse, tra qualche tempo ci sarà una piazzetta o una viuzza titolata al Maresciallo. Senza aggiungere altro, perché la sua storia è diventata leggenda.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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