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PAGINE DI STORIA / MULINI AD ACQUA NELLA VALLESINA

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Uno spazio dedicato alla Storia, quella della Vallesina, raccontata attraverso i personaggi, le vicende e le curiosità.

 

Rubrica a cura di Riccardo Ceccarelli

 

 

 

 

MULINI AD ACQUA NELLA VALLESINA

 

L’ultimo cessò l’attività negli anni 1920-25. Era “il mulinetto”, dove, trasformato poi in scuola e in abitazione privata, molti di noi – ormai calvi o con i capelli bianchi – vi hanno frequentato la 4a e la 5a elementare. Era chiamato, nel Sei-Settecento anche il “mulino del maltempo” perché,  solo dopo piogge abbondanti, il vicino fosso riusciva a riempire, attraverso un piccolo vallato, un invaso e a fornire l’acqua sufficiente. Perché era proprio l’acqua, come in tutti i mulini di questo tipo, che muoveva le macine, da sempre prima dell’avvento dell’elettricità. Servivano più per la macinatura dei cereali che per la spremitura delle olive. Era ubicato, a destra, sulla prima curva, in via Copparoni, a poco più di un centinaio di metri dalla chiesa di S. Nicolò o S. Maria del Cammino a Macine o Castelplanio Stazione. Fu demolito nei primi giorni di settembre 1990. Una pietra con scritta una data, 1548, ne ricordava forse la ristrutturazione considerato che esso era certamente più antico.

Non era l’unico. Nella valle dell’Esinante, attivi fino agli anni Venti-Trenta del Novecento, in territorio di Cupramontana ce n’erano quattro. Lungo il fiume Esino nei secoli ce ne sono stati in gran numero. La prima notizia documentata di mulini ad acqua nel medio corso dell’Esino è data da una concessione fatta il 3 dicembre 1186 dall’imperatore Enrico VI ai monaci camaldolesi dell’eremo di S. Michele nell’attuale territorio di Cupramontana, di costruire mulini su ambedue le sponde del fiume.  Nel 1199, in una bolla di papa Innocenzo III, si conferma la proprietà all’abazia di S. Elena, di mulini lungo l’Esinante nell’ultimo tratto prima di confluire nell’Esino. «Nel 1295, scriveva lo storico Giovanni Annibaldi in San Benedetto e l’Esio nel 1880, lungo il fiume superiormente a Jesi nel tratto di 15 chilometri se ne contavano più di trenta» e ce n’erano addirittura sette nel breve tratto dell’Esino tra Scisciano e Moie.

Alla fine del Duecento, tra il 1295 e il 1297, il Comune di Jesi acquistò da privati cittadini decine di mulini (e ne sono stati contati 40 circa) o quota parte di essi, ubicati nei pressi della città o nelle zone limitrofe monopolizzando di fatto la macinatura in città e in parte quella di quasi in tutto il contado. Il loro numero nel corso del Trecento e nei primi decenni del Quattrocento si ridusse; Jesi dalla metà del secolo a tutto il Settecento rimase proprietaria di quattro mulini: due nei pressi della stessa città, uno ad Angeli di Rosora (“mulino di Rosora”) e l’altro a Maiolati (“mulino della Torre o Torrette”), il primo a sinistra e il secondo a destra del fiume. Alcuni mulini privati continuarono a funzionare, come quelli nella valle dell’Esinante, il mulino Franciolini o quello “del maltempo” in territorio di Castelplanio, dove si ricorreva per macinare in particolare quando quelli della Comunità di Jesi – cui si era obbligati ad andare – non funzionavano o era impossibile  raggiungerli. Jesi teneva molto ai suoi mulini, e ne fece oggetto anche di controversie con castelli del contado in quanto rappresentavano una entrata fiscale notevole e sicura. Per costruire un nuovo mulino lungo qualche torrente occorreva il suo permesso che non sempre veniva concesso. Essenziali erano i mulini per la vita di allora: il grano da macinare era fondamentale per il pane da fare in casa e per le granaglie per l’alimentazione animale. Erano essi utilizzati anche dagli abitanti dei castelli che dovevano affrontare distanze considerevoli – considerato lo stato delle strade di allora – ; ritmi quotidiani di  vita che oggi ci è difficile solo immaginare: il pane ci viene direttamente dal panificio e le farine da impianti industriali. Ci è venuto a mancare la diretta “immersione” nella elementarità di queste “cose” facendoci perdere a volte il loro significato.

Ecco perché ricordare la semplice ma affascinante storia dei nostri mulini, non è solo un tuffo nel passato o nostalgia di esso, ma segno di “valori”, quali il ritmo sofferto e pacato del tempo, la manualità, la gestione intelligente del territorio, la fatica, la “conquista” del pane quotidiano, ormai quasi perduti che sono ancora però le nostre radici.

Riccardo Ceccarelli (storico e componente della Deputazione di Storia Patria per le Marche)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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