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RITRATTI / Donatella Vici: quando il giornalismo è donna

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“Ritratti” è uno spazio nel quale prende forma un’intervista che non ti aspetti, con persone e personaggi che riescono ad attirare interesse

 

JESI, 10 settembre 2020 – Una chiacchierata a cui tenevo molto perché, pur non conoscendola di persona, ero sicura che da lei sarebbero scaturite riflessioni interessanti. Sì, proprio da lei, senigalliese di nascita, jesina di adozione, giornalista professionista, che per tanti anni, col suo sorriso benevolo, ci ha consegnato la fotografia della nostra regione dalla scrivania di Tv Centro Marche: Donatella Vici.

A che età hai iniziato a fare la giornalista e cosa ti ha spinto a scegliere questo lavoro?
«Quello con il giornalismo è stato un incontro del tutto casuale, non avevo mai pensato a questo lavoro, i miei studi mi avevano preparato ad un lavoro più tecnico, di tipo economico commerciale, invece, a 28 anni e mamma di un bimbo di 3, una chiacchierata sotto l’ombrellone con Nicola di Francesco e Beppe Cormio ha segnato il mio destino: era il 1987, entrambi stavano collaborando all’apertura di Prima Radio insieme ad alcuni imprenditori della Vallesina – di cui Beppe sarebbe stato direttore – e mi hanno chiesto di entrare in redazione. Non avevo neanche idea di cosa avrei dovuto fare e invece mi sono appassionata subito, tanto che, per qualche tempo, ho collaborato anche con la redazione di Jesi del Corriere Adriatico, cominciando con un’inchiesta sui parcheggi in città affidata a me, all’indimenticabile Andrea Ferri e Roberto Gigli che documentava il tutto con le sue foto. È stata una parentesi molto interessante e divertente. Dopo un paio di anni è arrivata la proposta di assunzione di TV Centro Marche che stava strutturando una redazione interna. Sono stati 10 bellissimi anni come dipendente e 3 come collaboratrice esterna, perché nel frattempo avevo sostenuto l’esame da professionista ed ero stata chiamata dal Gruppo Elica».

Come definiresti il rapporto tra il nostro territorio e il mondo editoriale? Siamo indietro rispetto ad altre regioni? Cosa miglioreresti, se potessi?
«La nostra regione è stata pioniera nel mondo dell’editoria, basti pensare a TV Centro Marche che è stata una delle prime TV private in Italia all’inizio degli anni ’70, anche nel mondo della carta stampata abbiamo una lunghissima storia con il Corriere Adriatico che nasce nel 1860 e, se vogliamo allargare lo sguardo oltre all’editoria giornalistica, è marchigiano il fondatore di una delle principali case editrici italiane, l’ascolano Valentino Bompiani. Abbiamo grandissime potenzialità e una cultura editoriale solida, ma soffriamo una crisi generalizzata frutto di cambiamenti epocali degli ultimi anni nel modo di fruire della comunicazione e, di conseguenza, di fare comunicazione, senza dimenticare la crisi economica che complica il tutto. Tornando nello specifico al giornalismo credo che nelle Marche esistano realtà editoriali che propongono prodotti editoriali interessanti, che hanno saputo investire sulle opportunità offerte dal cambiamento e su nuove figure professionali, il calo delle vendite della carta stampata è in parte compensato dalle letture e dalla pubblicità on line e, proprio sull’online, sono nate molte nuove testate, quindi io vedo una buona vivacità. Certo, la velocità con cui si evolve la tecnologia richiede anche una grande reattività da parte di editori, giornalisti e di tutti gli operatori del settore e un’attenzione da parte delle istituzioni per accompagnare e favorire il cambiamento».

Ti ricordi la prima volta che sei andata in video? Che rapporto hai con la tua immagine?
«È stato uno choc, soprattutto per l’immagine. Ho fatto il primo TG con i capelli lunghi e ricci e il secondo con un taglio praticamente maschile. Credo che ognuno di noi abbia un’idea di sé che non corrisponde a come ci vedono gli altri, e quando diventi spettatore di te stesso non ti riconosci. Così è stato per me, poi mi sono abituata, ho fatto pace con me, mi sono “accettata” e, anzi, davanti alla telecamera, nella solitudine dello studio da cui andavo in onda, mi sono sentita a mio agio. Ora che non vado più in video sono molto meno condizionata dalla mia immagine, il video, soprattutto per una telegiornalista, richiede un certo ordine che, nella mia vita frenetica, non sempre riesco a rispettare».

Come è cambiato il modo di fare giornalismo negli anni? Cosa rimpiangi del passato e cosa invece secondo te ci ha regalato la modernità?
«Negli anni è cambiato il mondo, sono cambiati i costumi e la comunicazione non si sottrae a questo mutamento. La tecnologia ha allargato i nostri orizzonti e, allo stesso tempo, ci resto tutto o quasi a portata di mano. Possiamo raggiungere ed essere raggiunti ovunque da tante informazioni, in qualsiasi momento, abbiamo voglia e bisogno di conoscere e i giornalisti, grazie anche ai nuovi strumenti, possono assolvere a questa richiesta con grande velocità. Il rischio è che la velocità, che a me piace, diventi fretta, un errore imperdonabile, ma che compiamo in molti, come giornalisti e come lettori, con il rischio che approfondimenti e verifiche si perdano nel vortice dei messaggi».

Non pensi che l’avvento dei social, dove tutti scrivono di tutto, abbia riscritto (spesso in peggio) il modo di fare notizia?
«La validità di uno strumento spesso si scontra con il modo con cui lo utilizziamo. I social sono molto democratici, tutti possono scrivere, ma la democrazia bisogna sapersela meritare. Il linguaggio dei social ha cambiato il linguaggio dell’informazione, ma se un adeguamento è necessario di fronte allo scorrere del tempo e della storia, occorre che a guidare il cambiamento sia chi possiede gli strumenti formativi e le competenze per farlo, quindi la scuola e i giornalisti stessi. Non si può derogare ai contenuti, alla correttezza della forma e agli stessi toni con cui si scrive o si parla in video. Questo è quello che mi capita a volte di rimpiangere».

Il mondo dei media è sessista? Voglio dire: secondo te una donna in ambito giornalistico fa più fatica ad emergere e farsi rispettare rispetto agli uomini?
«Non credo, il giornalismo è fatto di tante donne, capaci, che sono riuscite a raggiungere posizioni apicali, forse più nel settore privato che non nel pubblico, probabilmente perché in quest’ultimo i cambiamenti sono più lenti e, in genere, la nostra società è ancora “a misura di maschio”».

C’è un servizio o una intervista che ti ha toccato in modo particolare?
«Quelli legati al terremoto del ’97 nelle Marche e in Umbria. La mattina del 26 settembre, dopo una prima scossa nella notte che aveva provocato la morte di due anziani coniugi a Serravalle del Chienti, sono stata mandata con l’operatore a documentare l’accaduto. Mentre eravamo sul posto, è arrivata la scossa più forte, quella che ha provocato il crollo del tetto della Basilica di Assisi. Noi eravamo sull’epicentro e abbiamo potuto riprendere il crollo delle case della frazione di Cesi, immagini che poi ci hanno richiesto diverse emittenti nazionali. Ho raccolto decine di testimonianze, nonostante fossi molto spaventata e, da quel giorno, mi sono recata a Serravalle quasi ogni giorno per un anno per seguire la ricostruzione. È stato un grande lavoro, che mi ha insegnato tantissimo, a contatto con la gente che non voleva essere dimenticata e che è stato premiato con una targa di riconoscimento che mi è stata consegnata dal Comune di Serravalle durante una cerimonia a un anno esatto dal sisma. Credo sia questo il senso profondo dell’informazione».

Un personaggio famoso che ti è rimasto impresso e perché.
«Ne ho incontrati tanti, Vittorio Gassman, Ennio Morricone, Don Ciotti, colleghi (di cui non sono degna) come Enzo Biagi, Ferruccio de Bortoli, Piero Angela, solo per citarne alcuni, ma quello che mi è rimasto impresso è Pupi Avati, che al termine della cerimonia di consegna del Premio Gentile da Fabriano che ho presentato per 18 anni e dove la giuria mi aveva ringraziato chiamandomi “la presentatrice” si è avvicinato e mi ha chiesto “Ma lei non è solo una presentatrice, che mestiere fa?” e io “sono una giornalista” “ah ecco, allora si faccia chiamare con il suo nome”: come dire che ognuno di noi dovrebbe difendere la dignità del proprio ruolo e del proprio lavoro».

Un progetto a cui tieni ancora da realizzare.
«Scrivere un libro sulla e per la mia famiglia e fare la nonna».

Cosa significa per te “fare comunicazione”?
«Significa raccontare il bello e il brutto del nostro tempo, dare voce a chi ha qualcosa di importante e utile da dire per raggiungere un nobile obiettivo, migliorare la qualità della vita di ciascuno di noi. Guidare piccoli passi, ma in ascesa».

Gioia Morici

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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