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Cronaca

ROSORA / Danilo Mariotti, la fabbrica e la vita come luoghi comunitari

La morte di un imprenditore illuminato vittima del Covid-19, nel ricordo struggente del cugino che traccia anche la visione della famiglia «per il lavoro non come mezzo per arricchirsi a scapito degli altri»

* di Gabriele Gabrielli

ROSORA, 12 aprile 2020 – L’Italia soffre per il Coronavirus e per le restrizioni sociali che non ci fanno vivere insieme, nemmeno a Pasqua e con una primavera che prepotentemente si fa avanti. Piangiamo soprattutto però le sue vittime, troppe, inaccettabili. Morti senza senso.

«Non si può morire così», ripetiamo. Morti che feriscono senza pietà le comunità sparse per i territori incantevoli di questo Paese, prendendole di sorpresa come in un sacco. Morti di giovani e di anziani, di malati e di chi si prende cura di loro per servire la vita. Non la propria, quella di altri. Il Covid-19 colpisce senza tregua, mettendo in scena nei reparti di terapia intensiva lotte terribili. Durano giorni, settimane; talvolta lasciano sperare che il virus si arrenda e che possa avere pietà dell’uomo. Che la morte possa essere vinta, come in questi giorni di Pasqua.

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Nei territori di un Paese disorientato, lungo valli e alture, c’è il silenzio provocato dalle regole di questo tempo: distanziamento sociale e chiusura delle attività. Un silenzio rotto soltanto dalle preghiere che si levano per i malati, discrete e piene di speranza. Diventano l’accorato appello di un popolo che ha paura e teme il peggio, che si scopre all’improvviso fragile e impotente. Comincia a capire che se riusciremo a sopravvivere a questa sventura, bisognerà cambiare verso alla vita, all’economia e al lavoro per costruire un mondo diverso alla portata di tutti, anche dei più deboli, nessuno escluso.

Perché in fondo, ne abbiamo fatta esperienza diretta, siamo tutti uguali. Cooperazione e giustizia, solidarietà e fratellanza sono parole potenti che, in queste settimane, vengono prima bisbigliate poi pronunciate con più convinzione e forza.

È nella tumultuosa cornice di questi sentimenti e valori che molti non ce l’hanno fatta, mentre altrettanti stanno

Danilo Mariotti

combattendo per vivere. Tra i primi ora c’è anche Danilo Mariotti, sì proprio lui, la tastiera del computer sembra ribellarsi mentre batto le lettere del suo nome.

Pare impossibile. Danilo, mio cugino, imprenditore di terza generazione. Stanotte quando ho sentito squillare il telefono non potevo crederci, perché ho pregato tanto, speravo che ce l’avrebbe fatta. Danilo era forte, possente come la sua bontà. Generoso per nascita, potrei dire, perché cresciuto in una famiglia che ha affondato nell’umiltà le radici di un benessere sudato e conquistato pazientemente. Mai ricercato per sé, ma sempre per condividerlo con gli altri.

La fabbrica come comunità è stata l’idea che zio Angelo, morto a soli 63 anni, il padre di Danilo e Graziano ha sempre avuto ben scolpita nel cuore. Era anche l’idea del nonno e dei fratelli che hanno fatto crescere la Famar srl, dapprima piccola fabbrica-officina di macchine agricole nel piano terra di un edificio lungo la statale 76 ad Angeli di Rosora e ora azienda leader nel campo dei sostegni a traliccio per elettrodotti, linee ferroviarie, carpenteria meccanica e tanto altro. Un’azienda che ha guardato all’innovazione come fattore fondamentale di sviluppo.

Ricordo quando qualche anno fa ci siamo incontrati a casa di zia Delia, la mamma. Ero andato a farle visita perché inferma da tanti anni. Danilo aveva gli occhi di fuori dalla contentezza quando nel chiedergli come andava l’azienda mi raccontò del successo avuto con il progetto Spire Torre Unicredit di Milano, alta 232 metri.

«Quella l’abbiamo fatta anche noi», mi disse con il suo vocione encomiando il lavoro di squadra e il senso di abnegazione dei collaboratori.

Non credo che zio e i suoi fratelli, o tantomeno il padre (il nonno di Danilo e Graziano), avessero letto le idee di Adriano Olivetti sulla fabbrica a misura di uomo e laboratorio di comunità. Però a distanza di parecchie centinaia di chilometri coltivavano le stesse ambizioni, seppur la famiglia Mariotti nel piccolo.

Una visione del lavoro che è per tutti, perché serve per vivere, star bene e far studiare i figli. Il lavoro non come mezzo per arricchirsi a scapito di altri. Tutti devono poter partecipare alla crescita. Una crescita, e il benessere che assicura, che costa tanto sudore. «È fatica faticà», diceva sempre mio padre, amico caro di zio Angelo. Uno degli ultimi incontri con Danilo l’ho avuto a giugno scorso davanti al letto di mio padre in fin di vita. Danilo gli voleva un bene spropositato, mi ha sussurrato davanti a lui incosciente: «Zio Vinetto è un grande».

La fatica però non basta, come i nonni ci hanno insegnato, perchè serve anche tenacia (la chiamiamo “tigna” nella Valle Esina) di sollevarsi a ogni caduta. Oggi la chiamiamo invece resilienza. La Famar di cadute ne ha avute. Ricordo bene quella degli anni Settanta-Ottanta quando l’agricoltura perdeva terreno e di conseguenza le macchine agricole non servivano più. Mi capitava di ascoltare, senza capire molto, le discussioni che babbo faceva con zio Angelo, sempre discreto, mai una parola di pianto.

Capivo però dal tono che usavano che non stavano passando un bel periodo, così la costruzione della casa, sogno di una vita anche di zia Delia mamma di Danilo e Graziano, doveva essere nuovamente rinviata. Ora c’era da mettere in sicurezza il lavoro. Perché il lavoro a sua volta possa fare il suo, ossia creare benessere. Occorreva riconvertirsi, ma senza perdere pezzi, sempre tutti insieme. Meccanica, elettricità e molto altro sono stati i terreni su cui la tigna ha portato la nuova Famar a reinventarsi e a tracciare un nuovo sviluppo e una nuova crescita, apparecchiata su una tavola imbandita per tutti: per i collaboratori di sempre e quelli nuovi. Danilo tutto questo l’aveva imparato bene, era orgoglioso dei suoi uomini e ragazzi. Era orgoglioso di aver contribuito a mettere

 

L’azienda Famar srl

su un’azienda, insieme al cugino Gianni e poi con Graziano, pulita, ordinata, sicura e piena di competenze, sempre aperta all’innovazione. Un’azienda all’avanguardia collocata in una valle (l’Esinante), alle pendici di Cupramontana e a pochi chilometri da Angeli di Rosora, che custodiva le radici della famiglia Mariotti cresciuta in quel territorio sapiente e discreto.

Piangendo in queste ore mi ritornano in mente tanti ricordi, sguardi e piccole frasi dette nei nostri pochi incontri durante le feste o ascoltate in occasione di qualche telefonata, quando Danilo mi chiamava con Edoardo a fianco per fare un saluto o per parlare dei suoi studi e indagare sulle sue vocazioni.

«Sentiamo zio Gabriele» gli diceva, lui ha sempre una parola da dirti. Quando penso a Danilo e agli imprenditori che questa terra ha allevato, sono scosso anche da molta rabbia, lo confesso. Una rabbia che nasce dalla consapevolezza che il nostro Paese non sembra riuscire a costruire il suo futuro valorizzando queste energie che sarebbero vitali. Perché porterebbero concretezza e visione nello stesso tempo, generosità e solidarietà, benessere e giustizia.

Tutti ingredienti che questa epidemia, sono fiducioso, riuscirà a far capire quanto siano al tempo stesso fattori di competitività nella globalizzazione interdipendente e fragile. Danilo, come tanti imprenditori allevati alla scuola dell’impresa-che serve-gli-altri, aveva un altro dono prezioso che ha elargito a piene mani: la giovialità e la ricerca continua di quello stare insieme guardato come componente essenziale della vita civile. Come zio Angelo, come Cristina sua moglie. La fabbrica e la vita concepite entrambe come espressioni comunitarie, luoghi nei quali costruire legami e beni relazionali come amicizia e fiducia.

L’ultima volta che ci siamo incontrati è stato qualche mese fa a Rosora. Ci siamo ritrovati senza saperlo a mangiare una pizza in due tavoli, l’uno a fianco all’altro. Una festa. Abbracci e gioia: icone di Danilo costruttore di socialità. Felice di vedere la zia (mia madre) seduta al tavolo con me e mia moglie, mia sorella Maria Cristina e il marito. Un dono inaspettato.

È stato bello vederlo animare, insieme alla simpatia contagiosa di Cristina, il tavolo dei loro amici.

Danilo, anche tu sei stato un grande.

*Executive coach, formatore e consulente, insegna Organizzazione e gestione delle risorse umane all’Università Luiss Guido Carli. Cittadino onorario di Rosora e di Offida (Ap) è Presidente della Fondazione Lavoroperlapersona.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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