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Il lutto Mario Sasso: cantò a suo modo il segno, la luce, il movimento

«Oggi sono molto legato alla città, certo quelle colline me lo porto dentro poeticamente, ricordo tutto così com’era e come è, ma dipingo la città, sono un pittore della città», era nato a Staffolo, i funerali a Roma sabato mattina, presso la chiesa degli Artisti, alle 11

“Quando morì il poeta/quando morì il poeta/gli amici suoi/gli amici suoi/piangevano per lui”

Questo il testo in italiano di una canzone bellissima di Gilbert Bécaud, un grande cantante e autore, che nel 1966 stupì il mondo della cosiddetta canzonetta con “Quand il est mort le poéte”, una vera poesia in musica, che mi ha richiamato alla mente la morte, ieri a Roma, di Mario Sasso, un grande artista, un Poeta di Staffolo che, partendo dai lavori su tela cantò a suo modo, il segno, la luce, il movimento.

Senza i trucchi della rima, arrivando in seguito alle installazioni e alle video sculture, concentrando, attraverso vari linguaggi, la sua matita sul senso e sull’immagine della città.  

«Un autentico leit-motiv poetico sotteso a tutta la sua esperienza artistica, lasciandosi conquistare dalla tecnologia, imprimendo un carattere multimediale alla sua vicenda artistica, combinando insieme linguaggi di diversa matrice: pittura, cinema, televisione, video, computer».

Fin qui una pagina di storia, su cui torneremo. Il Poeta, dicevamo. Qualcuno scrisse una volta, credo a ragione, che «la poesia si fonda sulla immaginazione, sul sentimento, sulla bellezza del creato, su ogni evento piccolo o grande, che trasmetta un messaggio estetico». 

Mario Sasso, in questo modo, ha attraversato le rime del mondo, ottenendo quell’affetto, oltre ai consensi, di quanti avevano capito il suo messaggio.

Tempo fa, presentandolo, scrissi che l’istinto poetico di Mario Sasso «esce dai paradigmi e dagli stilemi dei critici, perché non ha mai abbandonato la ricerca (attraverso una complessa esperienza artistica) che costantemente l’arte ti pone nella sua più o meno affannosa evoluzione».  

In effetti la pittura ha subìto sostanziali cambiamenti di linguaggi, e lui si è incuriosito dei nuovi, innamorandosi della televisione. Certo, la divisione fra l’interpretazione delle nuove comunicazioni e quelle del pittore erano distanti. Nasce così la sigla tv di “Non è mai troppo tardi”, lavorando a fianco del maestro Manzi, una personalità geniale, e anche “Storie di un italiano”, una straordinaria sigla, un vero racconto che lanciava la trasmissione, famosissima, su Alberto Sordi. 

«Ero convinto –  diceva – che  la pittura, concettualmente, ha un rapporto con la creatività anche attraverso altri linguaggi. La televisione ne ha creato uno nuovo, che si incontra con la pittura, cambiano soltanto le tecniche di attuazione, così come un quadro che, realizzato ad olio, è una cosa, un quadro creato con tecnologie digitali è un’altra cosa. Anche se, alla fine, vuoi comunicare la medesima situazione artistica». 

Oltre a decine di sigle dei tg. Poi le Città pittoriche, perché guardando la città, diceva, c’è sempre lo stesso sguardo poetico, sia che dipinga a mano sia che lo faccia col computer. Magico il suo “trattato/catalogo” intitolato “Mario Sasso: la pittura, il video: dall’analogico al digitale”

A Roma l’appuntamento era sempre al Caffè Rosati, in Piazza del Popolo, un rito cui non ci piaceva sottrarci. Poi due passi e si arrivava al suo studio in via Flaminia, una costruzione adatta a un artista. Che è stato anche bohémien a modo suo, ma non ci ho creduto mai tanto. Lì era un altro mondo, gli anni di lavoro, quelli anagrafici, si chiudevano in un cassetto posto all’interno dello studio e si diventava un altro. Vedevo le sue creazioni, antiche e moderne, i video in bianco e nero girati attraversando Roma all’alba prima che si metta a far ritmare il suo cuore, qualche vecchio lavoro di un tempo che fu. Diciamo che ci siamo conosciuti una vita fa e nessuno dei due faceva per forza il giornalista o l’artista. Si parlava di tutto. Specialmente dei premi vinti in ogni parte del mondo.

Nel 1990 ha vinto il Nika d’Oro al Festival di Linz, nel 1995 il Premio Lombardia al Festival d’Arte Elettronica di Locarno e, nel 1998, il prestigioso Premio Guggenheim grazie alla Torre delle Trilogie.

Ma anche delle nostre colline, anzi le sue, ormai così lontane.

«Le ricordo come un paesaggio, il mio paesaggio, che ho sempre amato, le colline di una vita. Oggi, però, sono molto legato alla città, certo quelle colline me lo porto dentro poeticamente, ricordo tutto così com’era e come è, ma dipingo la città, sono un pittore della città, di tutto quello che incontro, che mi stupisce, le sue varie facce, di giorno, di notte, all’alba». 

Ci siamo sentiti per Natale, l’ho rivisto in videochiamata da Roma alcuni mesi fa, quando fu riscoperto e presentato a Palazzo Pianetti un suo quadro, “Le tute blu contro la guerra”, un’opera che appartiene a uno dei primissimi cicli pittorici dell’artista ma, diceva la curatrice Annalisa Filonzi, che l’ha sempre seguito con un affetto filiale: «Sono già presenti, in nuce, alcuni elementi topici della sua produzione successiva: il paesaggio urbano, innanzitutto, e quell’attenzione al puntino, al sanpietrino di colore precursore del pixel nella videoarte. Mario Sasso non è solito dipingere ritratti, a interessarlo non sono i volti di questi uomini ma il loro gesto: le braccia conserte, la protesta».

Ci sarebbero pagine da raccontare, sia sull’arte sia sulla vita privata e sulle chiacchiere politiche o sportive. Le scriverò, so io dove. Forse magari parlerò del progetto grandioso che aveva già messo sulla carta, come mi raccontava Annalisa Filonzi, e che avrebbe dato lustro alla sua terra, le Marche, ma che sicuramente non vedrà mai la luce.

Un peccato. Ciao, ti ricordo col tuo sorriso sornione e la battuta sempre pronta alle battute degli amici. Lasci tua moglie Elena, le tue figlie Claudia e Gemma, i tuoi nipoti Andrea e Roberto. I funerali si svolgeranno a Roma sabato mattina, presso la chiesa degli Artisti, alle 11.

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