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JESI / BIODIGESTORE «IMPIANTO VIRTUOSO»: «MA NON SI PENSA ALLA SALUTE DEI CITTADINI»

ncontro biodigestore in comune

Nella sala del Consiglio comunale l’acceso dibattito tra favorevoli e contrari, Romina Pergolesi del M5S: «Si parla solo del lato economico»

JESI, 5 luglio 2019 – Sala del Consiglio comunale gremita ieri sera, 4 luglio, per il confronto sul biodigestore che potrebbe sorgere alla Coppetella. Presenti tecnici, esperti, cittadini e amministratori di Jesi e dei Comuni vicini.

ncontro biodigestore in comuneAssente il sindaco Massimo Bacci per motivi familiari, a dare il via ai lavori sono stati proprio i tecnici. L’Ata ha ricordato che l’iter seguito ha preso il via nel marzo del 2018 e che nei mesi a venire, tra le varie città che si sono proposte per ospitare l’impianto si è fatta avanti anche Jesi con la zona dell’ex zuccherificio.

Oltre a Maiolati Spontini ha chiesto formalmente l’assenso per la collocazione e Fano, dunque, si sono candidate anche Jesi e Fabriano. Tra studi e valutazioni si è arrivati allo scorso aprile con Ata che ha chiesto formalmente l’assenso per l‘installazione dell’impianto nel Comune di Jesi, zona Interporto (più fattibile secondo i tecnici rispetto all’ex zuccherificio, ndr). Qualche mese dopo, il Comune ha chiesto più tempo per valutare la questione e incontrare la cittadinanza (leggi l’articolo).

ncontro biodigestore in comuneTutti concordi, i tecnici hanno spiegato che l’impianto è virtuoso, che consente di produrre energia facendo risparmiare anidride carbonica, che per i cittadini non vi sono rischi grazie a tecnologie all’avanguardia che bloccano anche gli odori.

Un impianto come quello della provincia di Trento (leggi l’articolo) ma che produce metano anziché elettricità, uguale a quello di Foligno di cui ha parlato un referente della consulta umbra.

«È essenziale che i cittadini possano controllare ogni fase – ha ribadito Sergio Ciucci, chimico e membro della consulta umbra nata allo scopo di monitorare l’impianto sin dai suoi primi passi -. La differenziata va fatta correttamente, altrimenti il compost che esce dal processo non è utilizzabile. Il compito della nostra consulta è avere informazioni precise che però non sempre ci vengono date».

Tra gli interventi anche quello del consigliere di maggioranza Moreno Bartolucci di Chiaravalle Domani: «Non siamo contrari a priori ma quella zona non va bene, è Aerca (Area ad elevato rischio di crisi ambientale). La vita di questo impianto è di circa 15 anni, poi faremo un nuovo zuccherificio?».

Apllaudito l’intervento di Romina Pergolesi, consigliera regionale del Movimento 5 Stelle: «Il Patto dei Sindaci chiede di risparmiare energia e qui si parla di produrla: questo impianto non riduce i gas serra. Siamo qui perché occorre trovare un’alternativa a Corinaldo dove un impianto di 5 anni è già obsoleto. Impianto quest’ultimo che, alla pari di questo di Jesi, ci era stato presentato come virtuoso. Il biodigestore andrà a consumare un terzo se non la metà dell’energia che produce. Qui si parla del lato economico e non della salute dei cittadini».

ncontro biodigestore in comune

Nicolò Pacenti

Tra gli interventi quello di Emanuel Santoni residente a Coppetella, dell‘ex sindaco Vittorio Massaccesi, di Giuseppe Carancini della Confartigianato, che ha ribadito la necessità di organi di controllo, del Movimento 5 Stelle di Monte San Vito, di Riccardo Urbani residente a Maiolati Spontini: «Questa è propaganda, non ho sentito parlare di alternative».

Alternative che, hanno spiegato gli esperti, per il trattamento dell’umido non ce ne sono rispetto al trattamento in questo senso o all’inceneritore. Ha chiuso gli interventi Nicolò Pacenti per il Comitato No Jesi pattumiera delle Marche: «Chiarisco che la zona Aerca esiste ancora, è finito il piano di risanamento ma le aree non sono state bonificate quindi le ciriticità, come il cromo a Monsano, ancora ci sono. alla Coppetella esiste un impianto a biogas che un anno fa ha avuto uno sversamento: siamo ancora in attesa dei dati da parte dell’Arpam. Nel frattempo ci chiediamo chi gestirà l’impianto e come si coniugherà con quello in corso di realizzazione da parte di un privato a Ostra?».

Ha risposto l’ingegnere Massimo Stella per Ata chiarendo che l’impianto di Ostra potrebbe non essere più realizzato, rimanendo cauto sulla gestione di quello che potrebbe sorgere alla Coppetella. Una vicenda questa del biodigestore che sta riscaldando la già torrida estate jesina-isernia e che a fine luglio proporrà un Consiglio comunale aperto per la decisione finale.

(e.d.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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  1. MAURO ROSATI

    5 Luglio 2019 at 16:37

    Partendo dal presupposto di trovarci in un mondo dove tutti siamo alti biondi belli e con gli occhi azzurri, in questo caso sicuramente si potrà ritenere che questo impianto sarà virtuoso sotto ogni punto di vista, ma siccome siamo esseri umani con le nostre debolezze mi domando come intendono trasportare il materiale (migliaia di tonnellate) necessario per il funzionamento del biodigestore?? Una cosa si è vista durante la riunione se la sono cantata e suonata bene (forse) però nei costi non andrebbero messi anche il trasporto di detto materiale con il conseguente inquinamento derivante?? Il trasporto finale all’impianto di depurazione comunale del materiale di scarto?? I costi di manutenzione (elevatissimi in questa tipologia di impianti?? I controlli delle Autorità competenti?? Inoltre non andrebbero valutati in via estimativa anche i costi derivanti dalla possibilità che si verifichino incidenti causatiti dal malfunzionamento dello stesso, come possono affermare con certezza che non si verificheranno.

    Detto questo penso che prima di decidere bisogna pensare bene su chi dovrà costruire e soprattutto gestire l’impianto, Privati o associazioni di comuni? Successivamente, alle eventuali modifiche del territorio (l’area pianeggiante con terreno fertilissimo) e soprattutto sulle possibilità che si verifichino incidenti che potrebbero causare inquinamento delle falde acquifere e dispersioni di gas in atmosfera.
    Alcuni dati presi da reti tecnologiche e con interventi in materia da un articolo di Angela Puchetti.
    L’Italia è terza al mondo per la produzione di biogas dopo Germania e Cina (Fonte Terna 2015), grazie a circa 1300 impianti di cui più del 10% solo nella provincia di Cremona.
    E questa è una buona notizia. Tuttavia la medaglia ha un suo rovescio, costituito da diversi incidenti che hanno visto coinvolti gli impianti di biogas.
    In particolare, è spesso capitato che si siano verificati episodi di inquinamento delle falde acquifere, che hanno portato al divieto di utilizzo dell’acqua anche a distanza di alcuni chilometri dall’impianto, a moria di pesci, versamento di liquami e varie problematiche ambientali.
    Sono due i tipi di inquinamento legati al biogas: inquinamento delle falde acquifere e inquinamento dell’aria (fumi e cattivi odori) nei pressi degli impianti di biogas. – spiega l’ingegnere Massimiliano Sassi, esperto di sicurezza ed energie rinnovabili – Questi problemi si sono presentati sia all’estero sia in Italia, e sono dovuti in genere alla manutenzione dell’impianto curata con superficialità o a difetti costruttivi, soprattutto in Italia. Infatti, molte volte questi impianti sono stati costruiti in gran fretta per rientrare nei tempi richiesti dalle pratiche di incentivazione».
    Interessante notare che mentre negli impianti fotovoltaici i danni sono legati agli imprenditori, che subiscono direttamente le conseguenze economiche del danno (es. incendio) nel caso del biogas i problemi diventano della collettività e del territorio circostante l’impianto.
    Come funzionano gli impianti a biogas e perché ci sono problemi
    Questi impianti sono in sostanza dei fermentatori; molto spesso la fermentazione avviene all’interno di vasconi di cemento armato coperti da un telo isolante, all’apice del quale si preleva il biogas. «Nel caso di costruzioni frettolose, il cemento armato non ha maturato i tempi necessari al suo corretto utilizzo quindi non diventa sufficientemente resistente. – spiega Sassi – Oppure le resine epossidiche utilizzate internamente non lo proteggono abbastanza».
    Dato che le sostanze (dette digestanti) contenute all’interno delle vasche (dette digestori, che per un impianto da 1 MW contengono più di 3 mila metri cubi di materiale digestante) sono molto corrosive, tendono a erodere e a infiltrarsi nel cemento armato creando microfessurazioni dalle quali il digestato (materiale già fermentato) tende a fuoruscire.
    Un impianto di produzione di Biogas in provincia di Alessandria. AGF. Nei casi più gravi si creano vere e proprie falle nel cemento armato con fuoruscite molto importanti di materiale fortemente inquinante. – continua Sassi – Il più delle volte, inoltre, gli involucri in cemento armato vengono coibentati in modo da favorire il processo di fermentazione a una temperatura costante (processo in mesofilia che avviene a circa 40 gradi). Dato che la coibentazione che viene costruita sopra l’involucro di cemento armato lo nasconde completamente, piccole fuoruscite di materiale digestante e digestato nella grande maggioranza dei casi non vengono rilevate tempestivamente».
    Gli incidenti in Italia si sono già verificati alcuni incidenti con incendi ed esplosioni. Per fortuna questi incidenti non sono stati gravi rispetto ad altri casi documentati all’estero con conseguenze molto più disastrose. «In Germania, per esempio, dato l’altissimo numero di impianti e i conseguenti incidenti questi vengono catalogati puntualmente per causa, situazione di inquinamento e persone coinvolte nell’incidente. – racconta Sassi – Nel nostro Paese per lo più si sono verificati sversamenti nel terreno. Questo tipo di contaminazione dell’ambiente, comunque, richiede in molti casi opportune bonifiche della durata anche di 10-15 anni. Si tratta di bonifiche necessarie per ripristinare il terreno nelle condizioni originarie. Senza contare poi, i costi processuali, di natura penale, che qualcuno deve sostenere.»
    Se non si tratta di versamenti nel terreno, ci possono essere le dispersioni di gas in atmosfera. E si contano decine e decine di segnalazioni all’Arpa e all’Asl da parte di cittadini che abitano anche a qualche chilometro di distanza dagli impianti: ricorre sempre la stessa descrizione del problema, ovvero la puzza di uova marce (provocata dall’acido solfidrico, o solfuro di idrogeno, H2S) che disturba la normale quotidianità.
    Il più delle volte queste dispersioni nell’atmosfera potrebbero essere evitate semplicemente facendo la normale manutenzione ai motori degli agitatori che servono a mescolare il digestato all’interno dei vasconi di fermentazione, spiega Sassi.
    Cose c’è negli impianti: L’idea della produzione di biogas è nata per valorizzare i rifiuti reflui, le deiezioni animali, gli scarti dell’industriae per valorizzare e sfruttare a pieno questo materiale in un’ottica di economie circolari. Ma anche se in Italia esistono esempi virtuosi di impianti a biogas che sfruttano questi principi, (per esempio, la Caviro a Faenza, che funziona con gli scarti derivati dalla produzione del vino, oppure la Amadori in provincia di Teramo, che sfrutta grassi proteine e residui di panatura e scarti della lavorazione delle carni, mentre a Benevento gli oleifici Mataluni convertono i reflui oleari in energia, tanto per citare i più noti), il maggiore interesse nella realizzazione degli impianti si è avuto con l’incentivazione da parte dello Stato.
    «E soprattutto nella Pianura Padana, dove ha sede più dell’80 per cento degli impianti a biogas italiani, la quasi totalità degli impianti funziona, invece, attraverso l’utilizzo di culture come il sorgo e il mais. – spiega Sassi – Questi ingredienti, rispetto agli altri materiali hanno più del doppio della produttività: 550-750 metri cubi di biogas per tonnellata al confronto delle deiezioni animali che producono mediamente da 200 a 500 metri cubi per tonnellata o dei residui colturali come la paglia che producono 350-400 metri cubi di biogas a tonnellata. Tutte queste sostanze sono metanigene, cioè producono gas metano, che viene poi bruciato per essere trasformato in energia elettrica.»
    Recentissimamente è possibile oltre che produrre energia elettrica anche immettere il gas prodotto – opportunamente filtrato – nella rete di distribuzione del metano. Questa è una strategia molto appoggiata dal nostro Governo attuale, seguendo l’esempio tedesco.
    L’uso di sostanze per velocizzare i processi
    Il potenziale business ha però scatenato la creatività, gli appetiti e anche un eccesso di azzardo. Gli imprenditori agricoli che hanno fatto investimenti che pesano diversi milioni di euro per fare rendere di più gli impianti e incrementare la produzione, utilizzano anche sostanze chimiche che aumentano la velocità del processo di digestione anaerobica – spiega Sassi – Sostanze che in realtà finiscono per creare problemi all’impianto e quindi sono potenzialmente pericolose. Questi componenti chimici normalmente si usano nel fase di start up degli impianti, ma poi continuano ad essere utilizzati in modo inappropriato.
    La manutenzione e i ritorni economici
    Chi ha realizzato gli impianti normalmente fornisce anche contratti di manutenzione full service che in realtà sono limitati al monitoraggio dei parametri chimici e non focalizzano l’attenzione sulle strutture e sulla manutenzione predittiva, fortemente consigliata per prevenire eventuali incidenti. «Solo recentemente, visto gli incidenti che stanno succedendo, le società cominciano a proporre anche manutenzioni diverse ma che naturalmente implicano costi aggiuntivi che l’imprenditore agricolo fa fatica ad accettare visto che gli era stato detto, al momento dell’acquisto dell’impianto, che non avrebbe avuto costi di gestione importanti data la semplicità del processo di produzione del biogas. – spiega Sassi – L’imprenditore non si aspettava neanche che i suo ritorni economici previsti non fossero garantiti a causa della gestione più complessa e necessariamente imprenditoriale che un impianto di produzione di energia elettrica richiede.»
    Insomma il business, proprio come una sostanza gassosa, è più volatile e bisognoso di attenzioni del previsto.

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