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JESI Lo jesino Michele dagli Usa: «Il virus uccide le minoranze»

Michele e Crystal Mazzocchetti

Sono in tanti che non possono permettersi cure mediche adeguate e ogni Stato fa a modo suo

JESI, 14 aprile 2020 – L’emergenza Covid-19 sta mettendo a dura prova molti Paesi nel mondo: le immagini delle fosse comuni scavate a New York sono scioccanti. Come scioccante è stato all’inizio per i tanti italiani che vivono negli States sapere e vedere cosa stava accadendo in Italia. E che ora, dopo lo scetticismo americano, stanno attraversando anche loro lo stesso dramma.

In Texas si vedono centinaia di macchine in fila davanti alla Banca del Cibo di San Antonio in attesa di un pasto, sono state contate anche 6 mila famiglie, lì.

Michele e Crystal Mazzocchetti

Michele e Crystal Mazzocchetti

Michele Mazzocchetti, jesino, vive a Washington da 9 anni e lavora all’American University di Washington, DC (nella foto in primo piano insieme alla mglie Crystal).

Qual è situazione?

«Gli Stati Uniti sono un Paese enorme, va quindi fatta una differenziazione tra uno Stato e l’altro – spiega -. In generale posso dire che le minoranze etniche sono le più colpite: i morti sono persone che non hanno accesso a cure mediche adeguate o che non possono permettersi certi stili di vita».

Il picco, per molti Stati, non è ancora arrivato. Come funziona la sanità?

«Fino a 65 anni va fatta una polizza assicurativa obbligatoria, poi è lo Stato che fornisce assitenza sanitaria. Chi vive sotto la soglia di povertà, a partire dai $12.500 annuali, per famiglie più numerose la soglia si alza, ha diritto all’assistenza sanitaria. Tutti gli altri hanno polizze private in base al lavoro: se perdi l’impiego non hai più copertura e non puoi avere accesso alle altre fasce perché il reddito è calcolato sull’anno precedente. Avere un lavoro full time, inoltre, non è la stessa cosa che lavorare mezza giornata. Nelle ultime settimane, per via dell’emergenza sanitaria, tantissime persone hanno perso il lavoro o hanno visto ridotto il numero di ore: sono 16 milioni gli americani in questa situazione. L’assistenza la si può comprare ma costa anche mille dollari al mese, che non sono pochi. Ci sono comunque Stati che hanno un welfare più esteso, come la California per esempio».

Le attività commeciali sono chiuse?

«Non essendoci stata una risposta federale ogni Stato fa a modo suo, con conseguenze serie su tanti settori: la California e lo Stato di New York sono in lockdown. Più soft invece le disposizioni in Louisiana dove però in pochi giorni si sono registrati circa 20 mila casi».

Le immagini delle fosse comuni di New York sono state una scossa, sebbene alcune testate italiane ne parlassero da giorni…

«New York arriva in Italia perché é New York, ma città e Stati come New Orleans e la Florida non tarderanno ad arrivare, purtroppo. La situazione nel Michigan e nell’Illinois è seria».

State pensando al “dopo”?

«Sì e le preoccupazioni non mancano. In assenza di una leadership, ogni Stato è lasciato a gestire l’emergenza in autonomia: si stanno facendo la guerra l’uno con l’altro per l’acquisto di mascherine e respiratori polmonari. La situazione è in mano al Presidente che, opinione personale, è un cialtrone: sta pensando alla prossima tornata elettorale e punta a far passare il messaggio che l’economia tiene. Un calcolo egoista che andrà a pesare su tantissime persone: basti pensare che il Surgeon Generale, cioè il portavoce sulle questioni di salute pubblica all’interno del governo federale, ha fatto un video in cui spiega come fare in casa le mascherine con un pezzo di stoffa».

Anche sulle uscite il Paese viaggia a due velocità…

«Nel Maryland si esce solo per necessità ma non esistono certificazioni quindi c’è ancora chi fa come vuole. Nello Stato di Washington, in California e nello Stato di New York, invece, usano il pugno di ferro. Le mascherine ce le dobbiamo andare a comprare ma non si trovano più e quelle che sono a disposizione servono per gli ospedali che, ovviamente hanno la priorità».

Gli ospedali sono in affanno o riescono a gestire la situazione?

«Alcuni ospedali lo sono, come a New York, perchè la popolazione è numerosa e i posti non bastano».

Le scuole?

«Sono state tra le prime a chiudere, devo dire in modo omogeneo, insieme ai ristoranti. Stanno facendo didattica a distanza ma alcuni Stati permettono anche ai genitori di fare homeschooling. Il problema è che per molti ragazzi e ragazze la scuola è l’unico posto dove possono mangiare un pasto».

Eleonora Dottori

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