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Lettere & Opinioni

JESI / Spostamento fontana: i simboli del potere restano tali ovunque si trovino

Qualche storico si chiederà come mai, nell’arco di meno di un secolo, venne traslata ben due volte (forse), se non tre (ohibò!)

JESI, 9 dicembre 2020 – Cosa scriveranno gli storici futuri in merito alla città di Jesi durante la pandemia del 2020?

Difficile dirlo, e difficile sarà il loro lavoro, specie nell’interpretare il serrato dibattito tenutosi attorno alle questioni inerenti una parola chiave: fontana.

Alcuni penseranno che sul piano politico ci possa essere stato uno stretto confronto sull’operato del governatore della Lombardia, Attilio Fontana. Altri, rifacendosi ai continui riferimenti artistici chiamati in causa, penseranno ad una diatriba legata – chissà mai perché – alle opere fatte di tele tagliate del noto Lucio Fontana.

Altri ancora cercheranno le ragioni nell’interpretazione storica, anch’essa molto evocata, pensando alle vicende della strategia della tensione e all’attentato fascista di Piazza Fontana, il 12 dicembre a Milano nel 1969.

Tutti si accorgeranno quasi subito che nessuna delle ipotesi tracciate sarà valida dato che, in realtà, a Jesi in piena pandemia di Covid-19, il dibattito politico si era incentrato sullo spostamento di una brutta fontana, con al centro un obelisco posticcio rispetto al progetto originario.

Qualche storico si chiederà come mai, nell’arco di meno di un secolo, la fontana dei leoni venne spostata ben due volte (forse), se non tre (ohibò!). Altri, ricercatori di sociologia o di economia, dalla vicenda ne trarranno un quadro ben definito della vita politica jesina, delle metodologie perseguite e degli istituti di partecipazione attivati, sugli obiettivi ricercati e sulle risorse investite per rispondere ai bisogni di una città che, al pari della regione e del paese, subì il peso dell’emergenza pandemica.

Qualcuno scriverà che quando la fontana fu spostata per la seconda volta, rappresentò una ferita aperta per la storia della città. Qualcuno lo dirà in relazione alla terza volta in cui fu spostata.

La fontana dei leoni con l’obelisco in Piazza Federico II

Pochi, molto pochi, cercheranno testimonianze dell’opinione degli ultimi, di quelli posti nelle periferie della città e della sua politica, e non ne troveranno alcuna. Un dato chiaro di come, una fontana nata nei tempi dell’esclusione sociale, abbia saputo mantenere, attraverso i secoli, la sua più intima essenza simbolica di una gerarchia di genere (l’obelisco) e predatoria (i quattro leoni) che si perpetua nella società del dominio.

I simboli del potere prescindono da dove vengono collocati, rimangono tali, monito sociale ai più. Almeno fin quando, come accaduto in passato, l’irriverenza giovanile non faccia bagnare, nelle acque della fontana, accaldati bambini in estate.

Negli anni ’70, qualche iconoclasta mano spruzzò di rosso gli occhi di due leoni, scrivendo sotto i rispettivi basamenti: Presidente e Donna Vittoria, riferito al capo dello stato e sua consorte di allora. Ma questa è un’altra storia, la stessa che gli ultimi scrivono ogni giorno, con o senza fontane.

Giordano Cotichelli

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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