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Jesina Kevin Trudo distrutto: «Retrocedere con questa maglia, dolore enorme»

Dopo il playout perso in casa con la Monturanese, il capitano è stato l’unico a non essere contestato, con un atto d’amore per la maglia era entrato in campo rischiando la salute contro il parere dei medici, «pensavo di smettere, ma ora non lo so…»

Jesi – Il giorno dopo la retrocessione della Jesina in Promozione ci si è resi conto che è tutto vero. La Società leoncella ha davvero toccato il punto più basso della propria storia dopo 97 anni, sprofondando in un campionato interprovinciale, dove si incroceranno squadre di rione o di piccole frazioni.

Non ci saranno più nemmeno i derby con squadre di città importanti che quantomeno accendevano antiche rivalità come Maceratese, Civitanovese (per altro promossa in D) e Osimana, ma avversarie come Vismara e Villa San Martino (rioni di Pesaro) e i derby saranno quelli con la Biagio Chiaravalle e con la vicina Moie.

Eccellenza / Non ci resta che piangere, Jesina retrocessa

Insomma, i tempi in cui si giocava contro il Brescia, il Livorno, il Piacenza, il Vicenza di Roberto Baggio e il Rimini di Arrigo Sacchi, sembra quasi di averli sognati, senza considerare che i millenials ed i generazione Z li hanno solo sentiti nei racconti.

La gara di domenica, nella sua tragicità sportiva, ha però vissuto un momento da Libro Cuore, da dove magari poter ripartire per tornare immediatamente al piano di sopra. Stiamo parlando di quanto accaduto al minuto 106, ovvero il primo del 2° tempo supplementare.

Sulla linea di metà campo, contro ogni pronostico, logica e anche buon senso, c’è pronto a entrare Kevin Trudo. Il capitano è reduce dai ben noti problemi alla zona lombare che lo hanno costretto anche a una settimana di ospedale e a settimane di terapie e forti antidolorifici. Eppure è lì a richiamare l’attenzione dell’arbitro.

Il franco-jesino ha anche avuto il diniego a scendere in campo da diversi medici e specialisti, che considerano una follia, nelle sue condizioni, anche il solo infilarsi gli scarpini da calcio. Eppure lui, con la Jesina sotto 0-2, chiede a Simone Strappini, assumendosi tutte le responsabilità, di poter entrare. Il rischio è alto, non solo per il prosieguo della carriera, ma anche per la sua integrità fisica. Tuttavia l’attaccamento a quella maglia fa la differenza.

Gli oltre 1.500 dello stadio Pacifico Carotti, tramortiti dall’uno-due degli avversari, saltano in piedi e gli tributano una standing ovation, aggrappandosi alla speranza che il capitano possa compiere un altro miracolo. Così non sarà, ma a fine gara, durante la contestazione di squadra, staff e Società, dagli oltre 100 tifosi radunati davanti all’ingresso atleti per Trudo ci sono solo abbracci e attestati di stima.

La gente di Jesi, anche stavolta, ha apprezzato il suo gesto d’amore e attaccamento alla maglia. Questo, però, a Kevin non può bastare. Il giorno dopo non riesce a farsene una ragione.

Come stai Kevin?

«Sono distrutto. Non ho chiuso occhio e come me molti miei compagni. Lo so, perchè abbiamo passato la notte a scriverci. Vero, ci sono cose più importanti, lo so bene: prima ci sono cose come la famiglia e la salute e io, come sapete, ci sono passato da poco. Ma al mio lavoro e alla Jesina ci tengo troppo».

Dolore doppio per te, retrocedere a Jesi...

«Capisco la gente quando mi dice che sono altri i drammi della vita, lo fanno per tirarmi su. Ma non possono capire cosa significhi per me giocare a Jesi, una città che mi ha accolto e adottato. Retrocedere con quella maglia è un dolore insopportabile per me. Vedere ragazzi, ma anche uomini adulti, piangere in curva mi ha spezzato il cuore».

I tuoi compagni?

«Credetemi, ci stanno malissimo tutti, staff e giocatori. Ho visto tanti di loro piangere in campo e negli spogliatoi. Non ha dormito nessuno la notte dopo».

Ma come è possibile dopo un girone di andata di vertice un girone di ritorno così disastroso...

«Nessuno credeva in noi all’inizio. Lo scorso anno avevamo una squadra con grandi nomi che quest’anno non avevamo più. Questo è stato uno stimolo per tutti, in primis il mister che ci ha fatto credere di poter fare buone cose. Anche nonostante l’inizio duro e il pre-campionato per certi versi disastroso. Pian piano l’ottimismo del mister ci ha contagiati e siamo riusciti a sopperire con la convinzione alle carenze tecniche».

Ma perchè il tracollo nel ritorno allora?

«Facevamo più fatica e sono arrivate un paio di sconfitte. Mentalmente non siamo stati all’altezza per reagire. Inoltre, anche se durante l’anno non ci siamo mai attaccati a questo, abbiamo avuto tanti infortuni, anche di giocatori non titolari. In altri organici questo viene assorbito da rose molto lunghe, per noi questo invece era troppo penalizzante».

Anche il tuo rendimento nel ritorno non è stato come quello dell’andata…

«E’ giusto che tutti si prendano le responsabilità, io per primo che sono il capitano. Sono mancato l’ultimo mese, ma prima c’ero e non riuscivo più a fare la differenza. Inoltre, come capitano avrei dovuto tirare fuori qualcosa in più per aiutare chi ha meno esperienza. Sento forte questa responsabilità».

Però hai messo davvero il cuore per la causa, andando in campo domenica con rischi enormi per la tua salute...

«I dottori mi avevano messo in guardia sui pericoli che correvo e mi avevano vietato di giocare. Lo sapeva anche il mister, che mi ha portato in panchina solo per dare supporto morale. La gente lo ha criticato perchè non mi ha fatto entrare prima, ma io non dovevo proprio esserci, lì».

Poi cos’è scattato nella tua testa?

«Chiunque gioca a calcio come faccio io, con il cuore, lo avrebbe fatto. Non sono stato l’unico a giocare con problemi fisici, domenica».

Sì, ma non grandi come il tuo…

«Ho una gamba rigida che ha perso talmente tono muscolare e ora è la metà dell’altra e la prognosi per tornare a posto è di alti tre mesi. Domenica però volevo giocare a tutti i costi e invidiavo i compagni in campo. Quando siamo andati sotto non me la sono più sentita di star fuori».

La gente di Jesi ha apprezzato, quando sei entrato tutto lo stadio era in piedi...

«Io sono sempre quel ragazzo che viene dalla Martinica e dalle banlieues di Parigi, che è arrivato qui e ha sempre avuto l’affetto della gente. Questo mi fa stare ancora più male, perchè io per ripagarli dovevo portare questa squadra alla salvezza e non ci sono riuscito».

Però fuori dallo stadio i tuoi compagni sono stati contestati e tu abbracciato…

«Proprio per questo, nonostante i problemi fisici, dovevo fare di più e non mi do pace. Ma ripeto: tutti i miei compagni ci tenevano e hanno dato tutto. Essere contestati va accettato, fa parte del calcio e magari da un’altra parte, diversa da Jesi, sarebbe toccato a me. L’amarezza dei tifosi va capita, la Curva poi è stata fantastica, ci sono sempre stati fuori e in casa. Ma mi è dispiaciuto per i compagni perchè so che tutti, ognuno con i suoi limiti, ci hanno provato».

Cosa farà adesso Kevin Trudo a 38 anni?

«Non lo so. La mia intenzione era quella di salvarci e smettere con una cosa bella da regalare a Jesi. Adesso non so. Sinceramente è talmente tanta la delusione che non sono abbastanza lucido per decidere».

L’eventualità di rivederti anche l’anno prossimo con la maglia leoncella non la escludi

«La cosa che ho sempre detto è di voler chiudere la carriera con la maglia della Jesina. Però farlo con una retrocessione è brutto. Non lo so se avrò la forza, ma pensare di smettere così è dura, non so ce ce la farei. Inoltre, la cosa non dipende solo da me. Ora devo recuperare al meglio, poi vedremo…».

Uno spiraglio c’è, dunque, e i tifosi della Jesina nel peggior momento mai vissuto possono almeno aggrapparsi alla speranza di non veder ammainata anche la loro ultima bandiera.

(foto in primo piano: Trudo abbracciato da un tifoso dopo il playout perso contro il Monturano sotto lo sguardo del dirigente del Commissariato Paolo Arena)

© riproduzione riservata

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