Connect with us

Attualità

JESI / Next Generation Eu, troppe disparità di genere

Con Azzurra Rinaldi e “Casa delle Donne”, una conversazione sul lavoro femminile e le diseguaglianze

JESI, 12 marzo 2021Ruoli ancora troppo polarizzati su cui pesano anche i divari territoriali, gender gap, impatto catastrofico della pandemia sulle donne dal punto di vista sia economico che sociale. Problematiche sulle quali pesa ancora di più il Next Generation Eu, che rischia di essere investito in maniera ingiusta e inefficace.

Nella conversazione organizzata dal Centro antiviolenza Casa delle Donne di Jesi con Azzurra Rinaldi, docente della Sapienza di Roma esperta di economia di genere (foto in primo piano), e mediata dall’operatrice dello sportello, Grazia Gara, si è parlato dei fondi dell’Unione Europea e del loro destino.

«Ogni euro pubblico speso impatta diversamente sugli uomini e sulle donne – ha spiegato l’economista -. Nel nostro Paese c’è una forte marcatura di genere, perciò è necessario fare uso delle valutazioni di impatto di genere e di dati disaggregati per genere».

La crisi aperta dal Covid ha avuto un impatto molto forte sull’occupazione femminile: dei 100 mila posti di lavoro persi, 90 mila erano occupati da donne

Le donne hanno subìto un carico maggiore nell’ultimo anno, fra aumento delle violenze e diminuzione delle denunce, ma anche a causa dell’effetto sandwich per cui le donne nell’età potenzialmente più produttiva sono legate contemporaneamente al sostegno agli anziani e all’accudimento dei bambini.

Eppure è dato consolidato: per ogni donna che inizia a lavorare, si creano tre posti di lavoro, il suo e quelli per le attività di cura di cui precedentemente si faceva carico senza essere retribuita.

«È importante liberare la forza lavoro femminile dalle attività di cura non retribuite. È ora che gli uomini inizino a riconoscere tutte le cure che ricevono dalle donne della loro vita e che smettano di essere quasi imbarazzati all’idea di essere loro stessi fornitori di cura. Tutti noi dobbiamo essere contemporaneamente beneficiari e fornitori di cura per ribaltare lo status quo».

Come? «Equiparare anzitutto maternità e paternità, misura che andrebbe a vantaggio dei figli e delle figlie e dei papà, che finalmente possono essere tali, invece di essere chiamati “mammi”. Quindi intraprendere un percorso di empowerment, insegnare alle donne a gestire autonomamente il proprio denaro, a produrre il proprio cambiamento e a lasciar andare i troppi meccanismi interiorizzati del patriarcato».

Ma il punto dolente della conversazione è stato l’investimento dei fondi europei

«Bisogna seguire un principio di giustizia, ma anche di efficienza: quasi il 40% delle donne italiane lavora nel settore del commercio, della sanità e assistenza sociale o dell’istruzione, ovvero i settori più colpiti dalla pandemia. Eppure i fondi sembrano destinati per lo più ai settori delle costruzioni, dell’agricoltura, dell’energia, dei trasporti e dell’informazione e comunicazione: settori che non solo sono a occupazione prevalentemente maschile, ma risultano anche i più stabili nella crisi attuale».

«Il denaro è stato mobilizzato in maniera totalmente gender-blind, ovvero incurante delle disparità di genere. E la gestione dei fondi è stata demandata ai piani nazionali, quindi solitamente pianificati da un uomo bianco eterosessuale, di una generazione troppo indietro per poter guardare al cambiamento che serve».

«Non possiamo far finta che le donne non esistano e che questi soldi non impatteranno diversamente in base al genere. L’occupazione femminile deve raggiungere quella maschile anche a vantaggio del Pil: le donne in Italia sono il 51.4%, è inconcepibile che siano considerate categoria residuale quando si parla di investire».

Troppo grave, ancora, l’inefficienza del welfare. Il nostro è il Paese non solo più colpito dal virus in Europa, ma anche quello economicamente più fragile, visto che non cresciamo da vent’anni e abbiamo faticato più di altri a riprenderci dalla crisi del 2008.

Quali le proposte dell’economista?

«Investire sulla transizione verde e sulla transizione digitale cercando di controbilanciare le disparità in una prospettiva di genere. Rafforzare la formazione delle donne nelle Stem (Science, Technology, Engineering, Mathematics). Supportare l’imprenditoria femminile e le donne con partite Iva. Ma anche “semplicemente diffondere il linguaggio di genere, su cui ancora ci sono polemiche».

Infine una riflessione. «Il capitalismo è maschile, mentre la prospettiva femminile è tradizionalmente circolare. L’economia circolare è chiaramente una prospettiva vincente, ce ne rendiamo conto a ogni crisi, ma poi ogni volta ricominciamo da capo e ci reinseriamo nel vecchio contesto capitalista, che però ci rende esposti a qualsiasi fattore esterno».

Elisa Ortolani

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Condividi