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RITRATTI / I paesaggi del flamenco di Giovanni Brecciaroli

giovanni brecciaroli

“Ritratti” è uno spazio nel quale prende forma un’intervista che non ti aspetti, con persone e personaggi che riescono ad attirare interesse

 

JESI, 19 NOVEMBRE 2020 – Tutto ha inizio nel 1974, quando la madre gli regala una chitarra classica: da quel momento scatta un amore, quello per la musica, che non lo lascerà più. Lui è Giovanni Breccaroli, musicista versatile che ha studiato canto lirico, chitarra classica, chitarra jazz e flauto traverso. Il suo curriculum è ricco di tappe di prestigio sia in Italia che in Europa, ma è dal 2006, ovvero da quando inizia a dedicarsi alla chitarra flamenca, che la sua carriera, grazie ad un lavoro costante che lo porterà a composizioni uniche per il panorama italiano, spicca davvero il volo. Tra le numerose esperienze professionali c’è la direzione del coro Santa Lucia di Jesi e collaborazione con la formazione “Giacomo Medici e la isla latin ensemble”. Attualmente è condirettore e insegnante alla Scuola Musicale Pergolesi.

 

È uscito a novembre il tuo nuovo album “Areia”. Me ne parli brevemente?

«È il mio quinto disco da solista, il secondo nato dalla collaborazione con Giordano Tittarelli dopo “Flash star” del 2018. Abbiamo deciso di non produrre fisicamente il cd (tanto non li compra più nessuno) e di pubblicarlo solo online. Si tratta di un album frizzante sullo stile del flamenco lounge, che io adoro: questa volta le chitarre scivolano su un tappeto di batteria, tastiere e synt per dare vita a paesaggi emotivi dal sapore estivo. Abbiamo cercato il mood della bossa senza perdere le radici del flamenco: un bell’esperimento, spero che piacerà al pubblico».

Cos’è la musica per te?

«È tutto: è il mio hobby, il mio lavoro, è il mio passatempo da quando ho 13 anni, è e sarà la mia vita per sempre».

Ti piacciono le canzoni di oggi? C’è qualche cantante pop che segui con più interesse?

«Non mi piacciono per niente le canzoni di oggi, sono ripetitive fino allo sfinimento e hanno interpreti discutibili, di solito stonati e senza alcun tipo di preparazione specifica. Seguo tanti artisti soprattutto nel settore del flamenco: Paco de Lucia, Tomatito, Vicente Amigo. Nel pop italiano invece mi piacciono molto Tosca, Mina, Renato Zero, i Negramaro e Capossela».

Perché la musica, a differenza di altri linguaggi, riesce ad entrare in modo tanto profondo nel cuore della gente?

«Perché la musica non ti tradisce mai, in qualunque momento della tua vita ne avrai bisogno, puoi essere sicuro che la troverai».

Talento, perseveranza, fortuna, incontri giusti: cosa conta di più per avere successo nel tuo ambiente?

«Manca la cosa più importante: il lavoro. Mi riferisco alla pratica, allo studio, all’impegno quotidiano. Se non sei bravo in questo senso non vai da nessuna parte, eccetto che a Sanremo, che dal festival della canzone italiana è diventato il festival dei somari italiani. Un tennista per vincere un torneo importante deve allenarsi 8 ore al giorno, non capisco perché per un musicista si pensi che si nasca talentuosi, folgorati da qualche santo».

Quale artista ti ha ispirato maggiormente nella vita?

«Nel flamenco Paco de Lucia, nella lirica Corelli».

Se non avessi fatto il musicista cosa avresti fatto?

«Bella domanda, forse il cantante».

L’insegnamento più importante che vuoi trasmettere ai tuoi allievi.

«Che il successo e la fortuna te li devi conquistare attraverso lo studio e le ore passate a provare».

Conta più la tecnica o l’interpretazione?

«L’una non esclude l’altra. Se sei bravo e non trasmetti niente è come dire che sei un grande interprete ma non sai cantare. Diciamo che un buon mix di entrambe coglie l’obbiettivo».

Cultura, spettacolo e teatro vengono relegati in spazi sempre minori. Come invertire questa tendenza?

«Purtroppo i nostri figli hanno un telecomando in mano con cui vedono quello che altri vogliono che venga visto. Stessa cosa accade con la musica: la gente ascolta ciò che gli altri vogliono che sia ascoltato. Per ascoltare e vedere cose diverse bisogna uscire dai soliti circuiti. Solo un modo differente di fare cultura potrà avvicinare le persone al mondo delle arti ed invertire la tendenza».

Tanti musicisti di pregio rimangono nell’ombra, molti dilettanti, grazie ai talent show e a un marketing efficace, diventano famosi. Che ne pensi?

«Preferirei non rispondere, questo per me è un tasto dolente, tant’è che a volte sui social scrivo commenti al vetriolo, come poco tempo fa, durante una puntata di X Factor: “Io la sedia te la darei sulla schiena, pezzo di somaro, stonato e incapace di andare a tempo”. Qualcuno si diverte alle mie dichiarazioni sui talent, ma la verità è triste: ormai conta di più apparire che essere».

Con la chitarra cerchi spesso di catturare immagini di vita quotidiana come un volo d’aquilone o una notte di luna in riva al mare. Quali sensazioni vorresti suscitare con le tue composizioni?

«Vorrei trasmettere le stesse emozioni che provo, i miei sogni e il mondo speciale dove sono trasportato mentre suono».

Il concerto più bello che hai vissuto rispettivamente da spettatore e da protagonista.

«Da spettatore un concerto di Paco de Lucia del 1998 al festival della chitarra di Siviglia, come protagonista il concerto di due anni fa ad Amburgo insieme a Miguel Angel Espino».

Sei ancora emozionato prima di una esibizione?

«Prima del concerto sono impegnato con le prove, il sound check e il riscaldamento. Emozionato no, direi attento e concentrato».

Il mondo della musica secondo te tornerà come prima una volta passata la pandemia?

«Certo, ne sono sicuro. L’uomo ha bisogno dell’arte».

Cosa diresti ad un bambino per invogliarlo a studiare musica?

«Che con la musica ci si diverte molto di più che con il telefonino».

Il primo ricordo emozionante legato alla musica.

«La mia prima chitarra, che mi regalò mia madre quando avevo 13 anni, tutto merito suo se ora vivo di musica. Fatelo anche voi con i vostri figli e visto che si avvicina Natale, regalate uno strumento musicale».

“La musica non è nelle note, ma nel silenzio tra esse” diceva Mozart: sei d’accordo?

«Se non ricordo male era “la vera musica è tra le note”, ma il significato non cambia. Nella musica il silenzio è parte integrante di una composizione: prova a suonare o cantare un brano senza pause, sarà un esperimento divertente ma con risultati disastrosi. E poi nelle pause anche l’ascoltatore diventa un esecutore, perché nel silenzio risuona l’immaginazione».

Beh, forse lì ci sono i concerti più belli.

«Chissà, forse sì».

Gioia Morici

gioia.morici@qdmnotizie.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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