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Jesi L’arte pubblica di Giorgio Bartocci: «I murales la mia grande passione»
Jesino fiero, che lavora e vive (quando non viaggia) a Milano, appartiene a quel mondo culturale che guarda al domani, che ha nei suoi fini e scopi l’inclusione, il sociale, il lavoro all’aria aperta che riempie pareti, muri, costruzioni enormi
Jesi – È stato Ezio Bartocci, artista cuprense che ci invidiano per la sua visione dell’arte contemporanea di fronte, che so, a un paesaggio, a un foglio bianco sul quale appoggiare la punta della matita, con la sua maniera personale di ricerca, di grafica, di design, di oreficeria, di pittura, che diventa arte a tutto tondo, a segnalarmi il figlio Giorgio, del quale avevo perso le tracce da qualche anno visto che lavora e vive (quando non viaggia) a Milano.

Mi dice: «Ricordi Giorgio? Sempre in movimento sotto al Chiostro Sant’Agostino (stavamo a un portone di distanza, ndr), alla ricerca di qualcosa che gli regali qualcosa di diverso. È stato a Sanremo, non a cantare all’Ariston ma – con il suo Gruppo di artisti che definire semplicemente writers li svaluteresti -ha regalato alla città dei fiori opere di grande valore culturale, oltre che un format consolidato e pensato per il ritmo della città ligure».

Questa notizia, con foto annesse, mi ha spinto a cercarlo, mi sono goduto le meravigliose invenzioni e abbiamo creato alcuni incontri sui social.
Penso sia giusto dare a Giorgio quel che è di Giorgio, cioè raccontare come ha raggiunto una fama per la sua genialità, anche ai marchigiani che magari non lo conoscono bene. Perché è lui che mette l’ispirazione e gestisce la genesi di un’opera o più opere. Jesino fiero, appartiene a quel mondo culturale che guarda al domani, che ha nei suoi fini e scopi l’inclusione, il sociale, il lavoro all’aria aperta che riempie pareti, muri, costruzioni enormi ma anche lavori di pittura e scultura.

«Ho avuto con mio padre un rapporto molto intenso, mi ha fornito sempre input perfetti per la mia formazione. Mi ha consentito di avere, prima come writher, vedute un po’ più ampie nel contesto del design e del product design. E non solo. La Regione e Jesi, la mia città, mi hanno permesso di poter sperimentare su alcune grandi pareti e muri, organizzando eventi con artisti arrivati da tutta Europa, realizzando grandi murales. È la mia più grande passione, che mi ha avvicinato poi al contesto della fine art, dell’arte contemporanea, della pittura e della scultura».
«Mi occupo di arte pubblica, lavoro tanto all’aperto. Negli ultimi quindici anni mi sono dedicato al contesto dell’arte, collaborando e lavorando con numerose gallerie in Italia e all’estero. Abbiamo lavorato sodo anche per diffondere una buona cultura visiva che tocchi spesso i canoni tradizionali della nostra terra, per questo sono molto fiero di essere marchigiano. Insieme al mio network siamo entrati in un contesto museale che possiamo definire d’avanguardia, un collettivo di artisti che si confrontano a fondo tra loro. Anche dai curatori abbiamo stimoli fortissimi, istituzionalizzando il nostro lavoro che può sembrare effimero. Per effimero intendo che spesso realizziamo grandi murali che poi ricancelliamo, non c’è sempre una commissione, il progetto talvolta è un attimo più sociale, coglie l’intuizione, il momento, il luogo. Una delle opere più grandi realizzate è stata creata nel Modenese, dopo una forte scossa di terremoto, inventando e donando, poi, alcune opere per dare una scossa (in questo caso positiva), allo stato d’animo dei bambini, che hanno visto il proprio edificio scolastico cambiato e che ha ospitato ma non interrotto il loro piano di studi durante la ricostruzione del terremoto»
Lavorate a contatto con persone, quartieri, coi quali stabilite un rapporto molto solido, anche in contesti di sperimentazione.
«Vero, c’è sempre un rapporto capillare tra la riflessione dell’uomo e del territorio in cui abita, queste sono le caratteristiche principali che mi permettono poi di realizzare anche pitture su grande scala e farlo anche con una rapidità di esecuzione che è un po’ la mia caratteristica. Qui nelle Marche si lavora in un contesto cosiddetto gentile per il suo e nostro passato, che non ritrovo nella città dove vivo. Dalle piccole cose si creano spesso cambiamenti originali. Ringrazio sempre la mia terra, che sin da piccolo mi ha aiutato, permettendomi di lavorare su contesti di nuove tipologie di produzione artistica e poi frequentare altri mondi e città. Ho scoperto, conosciuto, altri territori e persone, che certamente mi portano, mi seguono e mi danno spinte creative attraverso i mutamenti, l’internazionalizzazione anche visiva delle presenze multietniche, le influenze culturali. Per queste ragioni mi sono fermato a Milano. Mantengo, però, sempre l’origine e gli impulsi della mia città natale, nel cuore ma anche dentro di me cerco di rappresentare il più possibile un contesto di progettualità che trovo profondamente in coloro che sono nati in questa splendida regione, personaggi che producono design, arte e quant’altro, ma con un appeal sicuramente più sensibile e spesso molto più collabortativo, che alla fine porta a risultati davvero notrevoli a livello internazionale. E nelle Marche ho contatti molto importanti, con committenti illuminati».
Mi sa che ne riparleremo…
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