Attualità
Cupramontana Cane randagio: la gabbia-trappola non funziona, ancora libero
Dopo mesi di segnalazioni e tentativi la vicenda dell’animale che da giugno vaga in zona San Marco non ha trovato soluzione, ora si pensa al piano B, l’uso di un drone per seguirne gli spostamenti
Cupramontana – La gabbia-trappola, messa a disposizione per catturare il cane simil boxer, in zona San Marco che da giugno vaga nella zona dopo essere stato abbandonato, è stata ritirata nei giorni scorsi, un gesto che ha un significato preciso: il caso è chiuso, il cane non entra, e quindi resta libero di vagare.
La sensazione che traspare da questa vicenda è che sia stata ormai alzata bandiera bianca, senza però essere arrivati a una soluzione concreta. Si chiude così, almeno per le Istituzioni alle quali i cittadini si sono rivolti – Ast, canile sanitario, Carabinieri, Carabinieri Forestali, Amministrazione comunale – un capitolo che va avanti da giugno.

In questi mesi a muoversi con continuità è stata soprattutto la Lav, (Lega anti vivisezione), che ha cercato di dare un supporto concreto facendosi portavoce per avere la gabbia-trappola con la quale si sperava di catturare l’animale senza arrecargli alcun trauma.
Un tentativo che però, nonostante l’impegno e la buona volontà, non ha dato i risultati sperati. L’animale, diffidente e ormai abituato a cavarsela da solo, ha continuato a sfuggire alla cattura, mentre nella gabbia per mesi si è trovato di tutto dai gatti a una volpe.

Ma per chi fino a oggi ha cercato di dare una seconda possibilità al povero animale, il caso non è affatto chiuso.
Non tanto, o non solo, per il suo destino, perché finora ha dimostrato di sapersi procurare da vivere e difendersi da eventuali predatori, quanto per ciò che potrebbe accadere, perché è questa la preoccupazione più grande, se la sua presenza prima o poi possa provocare conseguenze ben più serie.
«Stiamo prendendo accordi con un ragazzo munito di drone – spiegano i residentii –. Cercheremo in un primo momento di seguire il cane e i suoi movimenti, e per pagarlo poi vedremo». Un’idea nata dal basso, ancora una volta, per provare a fare ciò che finora non si è riusciti a ottenere dall’alto.

Il timore più grande resta infatti quello della sicurezza. Se l’animale dovesse attraversare improvvisamente la strada o causare un incidente, chi ne risponderebbe? E se divenisse aggressivo? Sono le domande che tornano con insistenza tra chi, da mesi, si è dato da fare con telefonate, segnalazioni e presenza costante sul posto. Di certo «non potremmo essere noi cittadini a farci carico di eventuali responsabilità, le abbiamo provate tutte, ci è stato sempre risposto che «sparare un anestetico poteva essere potenzialmente pericoloso per l’animale, di questo siamo pienamente consapevoli, ma se domani succedesse qualcosa allora a quel punto tutti si sentirebbero legittimati di sparare o di arrivare a rimedi estremi, allora dobbiamo aspettare che succeda qualcosa come ogni volta?».
Il caso fa riflettere se pensiamo a quanto accaduto nei mesi scorsi a Scossicci, tra Porto Recanati e la zona industriale della Nuova Pignone, dove sono state 55 le carcasse di cani rinvenute e dove la situazione aveva suscitato reazioni forti nell’opinione pubblica, indignazione, caccia al colpevole (giustamente).
«Qui c’è un cane vivo da salvare, ma nessuno è riuscito davvero a fare qualcosa».
© riproduzione riservata



