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Cupramontana “Dongi” lascia dopo dodici anni, il saluto a don Giovanni Rossi
Arrivato nel 2014, ha accompagnato il paese nelle sue tradizioni e nella vita quotidiana, domenica il saluto alla comunità, il 10 ottobre sarà don Gianfranco Ceci a iniziare il suo servizio nelle parrocchie cuprensi
Cupramontana – Era arrivato quasi dodici anni fa, nell’ottobre del 2014, proprio in quel periodo dell’anno in cui Cupramontana comincia a vivere le giornate con un ritmo tutto suo, quello della Sagra dell’Uva.
E se ne va mentre il paese è immerso nei preparativi della sua festa più importante. Una coincidenza che, almeno per chi questi anni li ha vissuti, ha un sapore particolare.

Domenica 20 settembre, alle 18, nella chiesa di San Lorenzo, don Giovanni Rossi saluterà ufficialmente Cupramontana, prima di iniziare il suo nuovo servizio come parroco dell’unità parrocchiale di Moie, Maiolati Spontini e Scisciano.
Ricordo bene il suo arrivo. E, parliamoci chiaro, noi cuprensi non siamo proprio tenerissimi con i nuovi arrivati. Prima dobbiamo conoscerti, guardarti un po’, capire chi sei. Poi, forse, cominciamo a fidarci.

Don Giovanni arrivava inoltre dopo don Maurizio Fileni, e raccogliere un’eredità importante non era semplice. Le difficoltà di adattamento ci sono state, inevitabilmente. Ma Dongi, un nome ereditato dagli jesini che con forza al suo arrivo ci avevano chiesto di mantenere, possiamo dirlo: ce l’ha fatta.
Non soltanto come sacerdote. Come presenza.
In questi anni ha portato avanti tradizioni che per Cupramontana significano identità e appartenenza: dalla Camminata della Madonna della Grotta all’Infiorata, fino al Palio, custodendo ciò che aveva ricevuto senza considerarlo mai qualcosa di scontato. E dal 2014 ha legato il suo nome anche a una consuetudine diventata conosciuta ben oltre i confini del paese: le campane suonate a festa per annunciare la nascita di un bambino.
Era, soprattutto, uno che c’era. Alle celebrazioni, certo, ma anche quando c’era da lavorare, preparare una festa o dare concretamente una mano. Per lui mettersi a servire ai tavoli non era qualcosa di straordinario: era semplicemente normale.
Personalmente con don Giovanni sono sempre entrata in sintonia, pur non potendomi certamente definire un’assidua frequentatrice della chiesa. Tanto che una delle sue frasi preferite, quando mi incontrava, era: “Ci vuole un funerale per vederti a messa“, accompagnata puntualmente da un sorriso.
Forse è proprio per questo che oggi mi viene spontaneo chiedermi perché sia necessario spostare un parroco dopo tanti anni. Una domanda probabilmente troppo semplice rispetto alle esigenze della Chiesa e della Diocesi. Ma vista dal paese la prospettiva è diversa.
Perché in un piccolo centro un parroco, con il tempo, smette quasi di essere soltanto il sacerdote che celebra la messa. Diventa, spesso senza nemmeno rendersene conto, il confidente di una comunità, una persona alla quale raccontare un problema, affidare una preoccupazione o semplicemente rivolgere due parole incontrandosi per strada.
E in un momento storico in cui anche la Chiesa incontra difficoltà nel mantenere vivo il rapporto con le persone, viene spontaneo pensare – almeno per me – che forse il posto di chi quel rapporto era riuscito a costruirlo fosse ancora qui.
Don Giovanni è una persona umile, un lavoratore, uno che non dà nulla per scontato. In dodici anni Cupramontana ha avuto il tempo di conoscerlo. E lui ha avuto il tempo di conoscere Cupramontana, che forse è stata la sfida più difficile.
Arriverà un altro parroco, e il 10 ottobre sarà don Gianfranco Ceci a iniziare il suo servizio nelle parrocchie cuprensi.
La messa, in fondo, continuerà ad essere celebrata. Ma le persone non sono intercambiabili.
E allora, almeno per me, don Giovanni mancherà soprattutto per questo: non tanto come parroco, ma come persona. Mancheranno quella battuta pronta, quella disponibilità mai ostentata e soprattutto quel sorriso che non lesinava praticamente mai ad ogni incontro.
Poi, come sempre, ognuno prende la propria strada.
Ma Dongi, ormai, un posto nella memoria di Cupramontana se l’è conquistato, e resterà davvero un bel ricordo.
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