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Jesi Noa conquista il Pergolesi: musica, pace e Mediterraneo nel segno del Festival
Teatro gremito per il concerto della star israeliana nella XXVI edizione del “Pergolesi Spontini”, con lei sul palco una band affiatata e un viaggio tra jazz, folk, radici e diritti umani
Jesi – La serata, il concerto di un artista in generale – figuriamoci una star come Noa che affronta un appuntamento importante, inserito nella XXVI edizione del Festival Pergolesi Spontini – non è mai uguale alla serata precedente. Questione di ambiente, di feeling con il pubblico, di coinvolgimento personale.

Noa, una eccellente artista, esecutrice, interprete, è tanta, direbbero a Roma, dal punto di vista musicale e strumentale. Si è presentata al suo arrivo a Jesi, accolta all’ingresso del Pergolesi, sfoggiando un bellissimo sorriso, dal direttore generale della Fondazione Pergolesi Spontini, Lucia Chiatti e dal sindaco Lorenzo Fiordelmondo.
Prove veloci e poi si è trovata di fronte un Teatro Pergolesi stracolmo e pronto ad accogliere “Noa, the best”, l’ultima fatica che raccoglie suoni, parole, dialetti, grande musica, insomma l’eclettismo mai unilaterale di Noa. Il disco (e di conseguenza la serata) è un capolavoro, il pubblico l’ha capito immediatamente, il contenuto è da star internazionale qual è in realtà.

Purtroppo molti se la ricordano solo per “Beautiful that way”, colonna sonora di “La vita è bella”. Sono bastati i primi cinque minuti, dal momento i cui si è seduta, sola al pianoforte, e ha introdotto lo spettacolo che, poi, avrebbe avuto picchi altissimi.
Uno spettacolo che si è costruita addosso, mettendolo in scena con compagni di viaggio davvero affiatati, che ha volato fra canzoni che emanano lo stesso profumo dell’area mediterranea ma che sanno dimostrare che il nostro Mare stretto come un fiume che rispecchia la sponda opposta, e non solo, è stato ed è, volenti o nolenti, crocevia di culture, di ricerca di un porto sicuro in cui tutti, anche attraverso la musica, si possa approdare.

Ulisse come metafora è sempre alla ricerca di una sua Itaca per coglierne l’essenza. Il suo impegno pacifista lo si è sentito subito, dall’aria, dalle parole dette, non semplici slogan magari manco tanto sentiti dai politicanti che lo fanno per contratto. Non a tutti è dato (a Noa sì) di poter parlare liberamente, in ogni gergo o movimento del corpo, di pace e diritti umani.
La convivenza? È bastato sentirla (ripeto, non solo ascoltarla) cantare in italiano, in napoletano, passando dalle radici dei popoli. Questo è dovuto all’eccellente gruppo che l’ha accompagnata, spesso dialogando senza copione, con Oslan Sirotas al pianoforte, Omri Abramov al sassofono, Daniel Dor alla batteria e lei, Noa, alle percussioni.
“The Best of Noa” è un perfetto manifesto di un’artista che ha saputo fondere jazz, pop raffinato, folk yemenita e melodie mediterranee in un linguaggio musicale totalmente universale. Con arrangiamenti che avvolgono o fanno quasi ballare a ritmo il Pergolesi che ormai è tutt’uno con i musicisti. Loro hanno fatto uno straordinario, (sto scherzando, perché era previsto ma credo sia servito per far riposare Noa e farla scendere fisicamente sotto i trenta gradi e dintorni, emessi nella straordinaria struttura) per alcuni minuti, affrontando un brano jazz di ottima fattura.


Non dimentichiamo che dentro c’è il blues, la melodia intima, soprattutto la voglia di far passare il messaggio che la musica unisce, non divide, con le varie sfumature emotive che propone, in uno stile che ha, nella sua vocalità, il culmine più alto. È agile, naturale, emotivo, capace di unire un’ottima tecnica classica a sfumature moderne, jazz e mediorientali. Un ricordo alla signora Noa: lo sa lei, cara amica, che aspettavamo tutti, come da scaletta, “Imagine” come bis?




Allora, cara Noa, giuri che la prossima volta ce la proporrà. Scherzo, magari ci fosse un’altra volta, una serata faticosissima, un successo che non finiva mai. Grazie!
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