Opinioni
Jesi “Fuori le mura a ovest”, quale città per l’avvenire
Il volume curato da Silvano Sbarbati dedicato al passato e alle prospettive future del Viale della Vittoria, la capacità di immaginarlo come un luogo da vivere, oltre che come uno spazio da attraversare
Jesi – C’è un aforisma di Cesare Pavese, essenziale e ancora straordinariamente attuale, che mi sembra particolarmente pertinente per avviare una riflessione su “Fuori le mura a ovest”, il volume curato da Silvano Sbarbati e dedicato al passato e alle prospettive future del Viale della Vittoria. Pavese scrive che “la letteratura è una difesa contro le offese della vita”.
Negli ultimi tempi, infatti, ho l’impressione di assistere, nella nostra città, a un progressivo impoverimento del dibattito politico. Non mi riferisco alla legittima asprezza del confronto democratico, che anzi è segno di vitalità, ma alla difficoltà di distinguere il confronto dalla semplice contrapposizione sloganistica.
Credo, pertanto, che il compito delle forze progressiste sia tornare a una vera “battaglia delle idee”, restituendo centralità a una politica culturale capace di ricostruire le condizioni di una seria dialettica democratica. È anche per questo che il libro curato da Sbarbati rappresenta un contributo prezioso. In una battuta, direi che ha il merito di tenere insieme le radici e le ali. Le radici, perché custodisce la memoria collettiva, le ali, perché invita a interrogarsi su ciò che Jesi vuole diventare nell’avvenire.
Tra i contributi raccolti nel volume emergono riflessioni che, pur da prospettive diverse, convergono sull’idea che il Viale della Vittoria rappresenti il termometro dell’evoluzione della città e, insieme, delle trasformazioni della società. Da luogo ai margini dell’abitato (Aroldo Cascia e Pietro Rinaldo Fanesi hanno scritto pagine memorabili sul tema in “Storie di Jesi sovversiva”) è divenuto nel tempo uno spazio che ha accompagnato i cambiamenti economici e culturali di Jesi.
C’è chi richiama la necessità di uno sguardo capace di interpretare la complessità del presente e chi immagina un Viale più inclusivo, nel quale mobilità, lavoro e qualità dello spazio pubblico trovino un nuovo equilibrio. Il tutto unito dalla convinzione che i luoghi modellino la vita collettiva e contribuiscano a definire l’identità di una comunità.
Per questo il futuro del Viale riguarda, prima ancora dell’urbanistica, l’idea stessa di città che vogliamo costruire. Una città nella quale lo spazio pubblico torni a essere un luogo di dialogo e, in definitiva, di democrazia.
È un libro che, in ultima analisi, mi ha ricordato “Perfect Days” di Wim Wenders. Può sembrare un accostamento insolito, ma quel film, prima ancora che della condizione sociale del protagonista, parla dello sguardo con cui osserviamo la quotidianità e del significato che assumono i luoghi attraverso il modo in cui li viviamo. In fondo il messaggio è il medesimo.
Ogni stagione va riconosciuta per ciò che è e il futuro del Viale della Vittoria dipenderà dalla capacità della città di immaginarlo come un luogo da vivere, oltre che come uno spazio da attraversare.
Filippo Bartolucci
(foto in primo piano, Filippo Bartolucci con il volume curato da Silvano Sbarbati)
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