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Moie Ecco la Fiera: fra tradizione, profumi e sapori
Un appuntamento che risale al 1588, oggi 9 settembre le bancarelle faranno rivivere anche un po’ della realtà di un tempo: una comunità semplice, laboriosa e orgogliosa delle proprie radici, che nell’evento trovava uno dei momenti più autentici della propria identità popolare
Moie – Un appuntamento antico, profondamente radicato nella memoria della comunità, dove commercio, devozione, incontri e tradizioni popolari si intrecciavano in una giornata di festa.
La Fiera di Moie affonda le proprie radici in un passato lontano. La sua storia risale infatti al 1588, quando fu concessa da Papa Sisto V. Una tradizione antichissima, tra le più longeve delle Marche, nata attorno alla festa della Madonna della Misericordia, patrona di Moie, celebrata l’8 settembre.
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Il giorno successivo, il 9 settembre, era ed è il giorno della grande fiera.
Per generazioni di moiaroli questa giornata ha rappresentato molto più di un semplice appuntamento commerciale: era una festa popolare, un momento di incontro e di socialità, un’occasione attesa per tutto l’anno.

Nei ricordi della comunità riaffiora una Moie degli anni Cinquanta, quando la fiera aveva ancora un carattere fortemente rurale. A raccontarla è stata Marisa Carboni, moglie del compianto Siro Teodori, ambulante molto conosciuto nella zona. Attraverso le sue testimonianze si può immaginare l’atmosfera di quelle giornate, quando le strade si riempivano di persone, bancarelle, animali e prodotti della campagna.
La fiera si svolgeva in parte lungo via Risorgimento, mentre nell’attuale Piazza Kennedy, allora conosciuta come Campo Boario, si concentrava il grande mercato degli animali.


Era uno spettacolo che oggi appartiene quasi a un’altra epoca. Nel Campo Boario si trovavano maiali, pecore, tacchini, cavalli e soprattutto vacche. Gli animali venivano portati alla fiera per essere venduti o barattati e le vacche venivano legate alle piante presenti allora nella piazza.
Particolarmente caratteristica era la presenza dei tori, spesso riconoscibili per i nastri rossi legati sotto il collo. Un dettaglio semplice, ma rimasto nella memoria di chi ha vissuto quelle fiere e che restituisce il colore e la vivacità di una manifestazione profondamente popolare.
La fiera era anche il luogo dove le famiglie portavano i prodotti del proprio lavoro. Le donne di Moie si organizzavano per vendere ciò che avevano allevato o prodotto durante l’anno.
Arrivavano in bicicletta con conigli, tacchini e galline sistemati sul portapacchi. Le uova venivano collocate davanti, dentro una piccola canestrella. Altre donne trasportavano le merci in grandi ceste realizzate con le canne di fiume, appoggiate sulla testa. Dentro trovavano posto le uova oppure i polli, mentre sotto venivano sistemati i fazzoletti della spesa.
Erano gesti quotidiani che, nel giorno della fiera, diventavano parte di una vera e propria rappresentazione della vita popolare di Moie.
Anche gli ambulanti contribuivano a rendere unica quella giornata. Davanti all’Abbazia Benedettina erano solitamente presenti gli uccelli, mentre lungo le strade si incontravano i caratteristici bancarellari, molti dei quali erano conosciuti non soltanto per ciò che vendevano, ma anche per il loro modo di stare in mezzo alla gente.
C’era Marisa Carboni, con i suoi giocattoli e le leccornie capaci di attirare immediatamente i bambini. C’era il Toscano, che vendeva giocattoli insieme alla moglie. C’era Massimì, che oltre ai giocattoli proponeva i lupini. E poi Rosa di Fava, altra figura conosciuta della fiera, che vendeva giocattoli e le caratteristiche lonzette di fico, uno dei tanti sapori semplici della tradizione.
La fiera era anche profumo e gusto. Lungo via Risorgimento non mancavano le bancarelle del pesce fritto, servito sulla tradizionale carta paglia. Nella strada principale facevano bella mostra di sé grandi quantità di angurie e meloni, che con i loro colori annunciavano la fine dell’estate e accompagnavano la festa della Madonna della Misericordia.
Ma, soprattutto, la fiera era gente.
Era il contadino che arrivava con i propri animali, la donna con il cesto sulla testa, il bambino che aspettava di poter acquistare un giocattolo o una leccornia, l’ambulante che conosceva tutti per nome, le famiglie che si incontravano dopo mesi e le persone che arrivavano dai paesi vicini.
Questa era la vera ricchezza della Fiera di Moie nella tradizione popolare: essere stata, e continuare a essere, un momento nel quale la comunità ritrova se stessa.
Molte di quelle immagini oggi appartengono al passato. Il Campo Boario con gli animali, le biciclette cariche di galline e conigli, le ceste di canne, i tori con i nastri rossi, le bancarelle dei giocattoli, i lupini, le lonzette di fico e il pesce fritto sulla carta paglia sono diventati frammenti di una memoria che rischia di perdersi.
Raccontarli significa però custodire una parte importante della storia di Moie. Perché una tradizione popolare non vive soltanto nelle date e nei documenti. Vive nei ricordi delle persone, nei gesti tramandati, nei sapori, nei volti e nelle parole di chi l’ha vissuta.
E così, ogni 9 settembre, quando la Fiera di Moie torna ad animare la cittadina, insieme alle bancarelle e alla festa rivive anche un po’ di quella Moie di un tempo: una comunità semplice, laboriosa e orgogliosa delle proprie radici, che nella fiera trovava uno dei momenti più autentici della propria identità popolare.
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