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Cerreto d’Esi Vertenza Elctrolux, Rifondazione Comunista propone l’autogestione

Rifondazione Comunista propone di superare la semplice cassa integrazione seguendo il modello GKN: applicare le leggi regionali esistenti per finanziare la riconversione pubblica dell’impianto, chiedere la restituzione dei contributi statali e restituire il ruolo di protagonisti ai lavoratori

Cerreto d’Esi – L’annuncio della chiusura dello stabilimento Electrolux di Cerreto d’Esi è l’ennesimo capitolo di una lunga storia che sta trasformando le Marche, un tempo una delle regioni manifatturiere più rigogliose d’Europa, in un territorio desertificato di capannoni vuoti e di lavoratori destinati all’“inedia” durissima della cassa integrazione senza futuro.

Alla radice di queste vicende ci sono sempre, più o meno, le stesse ragioni: imprese efficienti e produttive finite in mano a multinazionali legate ai grandi fondi finanziari che, più che al mantenimento e alla valorizzazione di quel patrimonio di esperienza e di qualità lavorative, sono interessate alla moltiplicazione delle plusvalenze finanziarie.

Anche il copione del dramma sembra sempre lo stesso: la rabbia dei lavoratori, l’impegno generoso e la disponibilità alla lotta, ma intorno la solidarietà pelosa di delegazioni istituzionali che coniugano blabla e ostentano le gramaglie di circostanza, incapaci di pensare oltre il capitale e di agire un’azione che metta il pubblico a disposizione della speranza.

Per questo non bastano le riunioni romane nei ministeri: la vicenda IMR (ex Caterpillar di Jesi), l’ultima in ordine di tempo, è lì, tristemente, con i suoi tanti cassintegrati a dimostrarcelo. Un nuovo padrone, garantito dal governo, pronto a sfruttare l’occasione e intorno tanto silenzio e tanta indifferenza.

Eppure possono esservi strade alternative, basti osservare la dignità e la forza simbolica della vertenza GKN di Firenze che, nonostante tutto, ancora non si arrende. Quella storia ci racconta di un Consiglio di Fabbrica che prova, insieme, l’autogestione e la riconversione della produzione, coinvolgendo in questa proposta il protagonismo dei lavoratori e l’intelligenza delle Università e di quanti mettono a disposizione le loro competenze.

Nelle Marche ci sarebbero le condizioni legislative per tentare questa strada: una legge che permetterebbe alla Regione di finanziare questa riconversione e un’altra che permetterebbe di richiedere la restituzione dei fondi pubblici (che non sono stati mai pochi) dati a quelle imprese perché garantissero la loro attività nei nostri territori. Purtroppo, finora in nessuna vertenza questa strada è stata esplorata (sarà perché quei dispositivi legislativi sono l’ultimo lascito, si parva licet, della presenza nelle istituzioni regionali di Rifondazione Comunista?), ma a nostro giudizio, in questa fase, resta la più concreta possibilità di salvare non solo lo stabilimento di Cerreto, ma di invertire un processo che altrimenti sembra inesorabile.

Dai banchi del Consiglio Regionale, ahinoi anche dalle opposizioni, si vede solo qualche misero e scontato ordine del giorno, mentre dalle istituzioni territoriali arrivano i soliti lamenti in fascia tricolore.

Noi però non perdiamo la speranza e lanciamo ai lavoratori questo suggerimento: diventare protagonisti del loro futuro e di quello di tutti, pretendendo che si esplori e si pratichi la strada di un efficace intervento pubblico.

Rifondazione Comunista – Federazione di Ancona

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